Ch’el tempo è, se no pi, do volte tanto:
Pur ghe è via de salvarlo, e con so onor,
De dir che l’è stampà l’altro anno santo.
La nota non dice per altro che quel Veniero fosse Marco, e se a Domenico non è da pensare, potrebbe anche essere stato quel Maffeo ch’ebbe a padre Lorenzo, autore della Zaffetta, e che fu poi vescovo di Corfù. Molte poesie di lui, o a lui attribuite, contiene il codice in discorso. L’ultima parte del sonetto ha qualche parte di vero insieme con molta e maligna esagerazione. Nel 1575, anno di giubileo, la Veronica non aveva più venticinque anni, ma non aveva ancora oltrepassati i trenta. Il ritratto di cui qui si parla non può essere tutt’uno con quello di cui dà una breve descrizione il Degli Agostini (Op. cit., vol. II, p. 616), e che recava, insieme con la fiaccola e il motto, la scritta: Veronica Franco ann. xxiii. mdlxxvi; o se pure è tutt’uno con esso, e se la diversità, solo apparente, nasce da errore in quella indicazione di numeri, tale errore non può essere che dello storico, mentre l’accenno al giubileo toglie che si possa imputare al poeta. Del resto, nella nota che accompagna il sonetto, non s’intende bene se quelle parole fatto l’anno del giubileo in Roma vogliano dire che il ritratto fu fatto in quell’anno in Roma, o che in Roma fu fatto il sonetto, o che il ritratto o il sonetto fu fatto nell’anno che in Roma si festeggiava il giubileo.
[510]. Capitolo II.
[511]. Capitolo VIII.
[512]. Capitolo XV.
[513]. Capitolo XX.
[514]. Capitoli XXI e XXII.
[515]. Capitolo XIX.