Di poetacci vive e di scrittori,
Pedanti e correttori,
Che metton tutto il mondo sottosopra,
Ogni antica storpiando e modern’opra,
Come Dante e ’l Petrarca fede fanno,
Con gran vergogna e danno, e con rovina
Dell’Accademia nostra Fiorentina,
Che fa molte parole e pochi fatti.
Molte parole e pochi fatti, come fu sempre usanza delle accademie. Poetacci e pedanti si contenta chiamarli il Lasca, ma meglio minuzzapetrarchi, lambiccaboccacci e stuccalettori di piccola levatura li chiama il Grappa in quel suo commento alla canzone del Firenzuola in lode della salsiccia[104]. E tenendosi più strettamente al Petrarca, il Franco fa dire alla sua lucerna[105]: «Veggo le cataste dei libri tanto alte, che mi tremano gli occhi a guardarci su... Veggo il Petrarca commentato, il Petrarca sconcacato, il Petrarca imbrodolato, il Petrarca tutto rubato, il Petrarca temporale e il Petrarca spirituale». Una pietà!
Abbiam veduto di quanto favore al petrarchismo fossero certi spiriti amorosi che aleggiavano in mezzo alla colta ed elegante società del Cinquecento; ma non ci dimentichiamo che sotto e a’ fianchi di questi spiritelli aerei, lindi, decenti, altri se ne agitavano di più grossa natura, di più liberi portamenti; non ci dimentichiamo che di contro all’amore dei canzonieri c’era l’amore delle novelle e delle commedie; di contro al piacere di spasimare il piacere di godere. Già quegli amori a cui, non che la speranza, non era lecito nemmeno il desiderio, quello stemperarsi in lacrime, quel dileguarsi in sospiri, tante metafisicherie e tanti arzigogoli cacciati dentro al più spontaneo degli affetti, alla lunga venivano a noja. Gli spasimanti perpetui cominciavano a diventar ridicoli. Odasi ciò che dice Ercole Bentivoglio in una sua satira indirizzata a M. Andrea Napolitano: