E, veramente, a questo sole ebbero a scaldarsi infiniti, cui Febo molto volentieri avrebbe lasciato morirsi di freddo, nel bujo.
Ebbe petrarchisti il Trecento; ebbene il Quattrocento, e non pochi; ma il secolo in cui il petrarchismo galla, lussureggia, trionfa e strabocca, è il Cinquecento: così che quando si parla di petrarchismo, subito la mente corre a quel secolo, come se a quello esso appartenesse strettamente ed in proprio.
Quali le ragioni del fatto?
A tale domanda alcuni storici della letteratura non dànno risposta di sorta, paghi di descrivere incompiutamente, o anche solo di registrare il fatto; altri rispondono assai per le spicce, con pericolo grande di risponder male[1].
Il buon Settembrini, che batteva sempre su quel suo chiodo (ma non sempre a torto, intendiamoci) della oppressione civile ed ecclesiastica, nemica così del pensiero, come della unità e libertà d’Italia, dice a tale proposito[2]: «La Lirica è essenzialmente affettuosa: tra gli affetti il solo amore era libero, non dava sospetto ai principi ed alla Chiesa: il Petrarca fra gli antichi ed i moderni è il maggior poeta di amore: i monumenti antichi di recente scoperti e pubblicati fecero stabilire come principio di arte l’imitazione: ecco come fu imitato il Petrarca». A ciò si risponde che significare altri affetti nel verso non era poi così rigorosamente vietato, provando il contrario gli esempii noti del Guidiccioni, dell’Alamanni, e di quant’altri, e non furono pochi, ebbero allora a deplorare i mali d’Italia, a esecrarne le cagioni, a ricordare con dolore e con desiderio i tempi e le glorie antiche; che il petrarchismo non è tutto contenuto nella poesia imitativa di quei lirici; che il fatto, ben lungi dall’avere una causa sola, ne ha parecchie, le quali si potranno vedere specificate più oltre.
Uno storico tedesco della letteratura italiana, il Ruth, cerca le cause del petrarchismo del Cinquecento in una innata ed incurabile debolezza dell’ingegno italiano, e dice che, senza una tale debolezza, il Petrarca non sarebbe stato mai, come fu, canonizzato massimo poeta[3]. A quest’affermazione sommaria, che fa torto ad uno storico di professione, troppe cose ci sarebbero da opporre; ma basterà, per mostrare quanto sia vana ed ingiusta, ricordare che il Petrarca non fu meno ammirato nella rimanente Europa di quello fosse in Italia; che di petrarchisti ce ne furono in Ispagna e in Portogallo, ce ne furono in Francia, ce ne furono in Inghilterra, ce ne furono, sebbene più tardi, come di ragione, in Germania; e che però quella presunta debolezza, se è del popolo italiano, è anche di tutti gli altri popoli a cui si allargò la coltura del Rinascimento. Certamente il Settembrini e il Ruth, per non parlare di altri, o non colgono il vero, o lo colgono solamente in parte.
Il petrarchismo del Cinquecento è un fatto storico e letterario assai complesso, e le cause di esso sono molteplici e variamente composte e intrecciate, per modo che non riesce troppo agevole determinare il prima e il poi dell’apparire e dell’operar loro; ma le più, se non tutte, si possono riferire, come a principio, o a recapito, alla coltura del Rinascimento, la quale, com’è noto, si specifica, non solamente in una moltitudine di forme, ma in una moltitudine ancora di tendenze e d’indirizzi. In queste forme, in queste tendenze, in questi indirizzi, sono da ricercare le ragioni del petrarchismo; mentre in forme, tendenze, indirizzi di opposta natura sono da ricercare le ragioni dell’antipetrarchismo, che, come fenomeno di reazione, o sintomo di nuova evoluzione, si appalesa in quel medesimo secolo. Nelle pagine che seguono io mi propongo di parlare, così del petrarchismo, come dell’antipetrarchismo, e, secondo l’ordine richiede, comincio dal primo.
Il petrarchismo del Cinquecento è, come ho detto, un fatto complesso, che prende varie forme: studiando queste forme, quali la vita del tempo ce le vien presentando, noi potremo, senza sforzo, darci ragione delle cause che lo produssero.
La forma più appariscente assunta da esso è la imitazione, quale la ci mostrano i canzonieri degli innumerevoli petrarchisti: dico la più appariscente, e, se vuolsi, anche la principale; non certo la sola. Di cotesta imitazione si parla in tutte le nostre storie letterarie; ma un po’ troppo in succinto, e senza la debita distinzione e l’opportuno apprezzamento dei modi, dei gradi, delle vicende. Dire che la lirica nostra di quel secolo è, presso che tutta, imitazione del Petrarca, gli è dire la verità, ma non tutta la verità; giacchè dentro al fatto generale ci son molti fatti particolari, i quali han tutti la loro significazione, e meriterebbero di essere diligentemente raccolti e ordinati. Io non intendo di supplire qui al difetto delle storie letterarie, al che si richiederebbe lavoro molto maggiore di questo; ma solo di ricordare alcune cose già note, e di metterne innanzi parecchie altre che fanno al proposito.
Antesignano, corago e campione dei petrarchisti del Cinquecento è messer Pietro Bembo, uomo di mediocre ingegno, ma di molta e varia erudizione, educato in tutte le finezze e peregrinità di quella coltura nelle Corti di Urbino e di Roma, nella impareggiata Venezia; non vero poeta, ma studiatore e rifacitor di poeti; ringrandito dalla fama fuori d’ogni misura, gridato meraviglia e fenice del secolo. Se s’ha a credere a quanto scrive nel Dialogo della storia Sperone Speroni, Aldo Manuzio confessava che prima del Bembo il Petrarca non era conosciuto in Lombardia e nel Veneto[4], dove, per contro, fu poi tanto cognito, e tanto studiato, che Giangiorgio Trissino poteva con tutta sicurezza affermare intendersi il Petrarca meglio in Lombardia che in Firenze[5]. E Venezia diventò appunto il propugnacolo e la principal sede del petrarchismo in Italia. Sulle orme del Bembo si accalca un popolo di rimatori d’ogni generazione e d’ogni temperamento, in mezzo a cui, a far fede della forza dello andazzo, si trovano storici e politici, come il Machiavelli; veri poeti, come l’Ariosto; poeti da succiole, come Lodovico Paterno; medici insigni, come il Fracastoro; eruditi di peso, come il Trissino; buoni mariti, come il Rota; buone mogli, come Vittoria Colonna; scapestrati, come il Molza; cortigiane, come Tullia d’Aragona; uomini gravi, come il Varchi; artisti, come Michelangelo; attrici, come Isabella Andreini; e cardinali, e frati, e cortigiani, e guerrieri, e mecenati, e parassiti, e pedanti.