Da questi dotti, e così pesto e trito,

Ch’omai non più si conosce egli stesso,

dice Pietro Nelli in una delle sue satire. Francesco Sansovino la rompe con tutti i risguardi e dice chiaro di preferire l’amore quieto, naturale e senza cerimonie di una sgualdrina, agli amori smancerosi delle nobili dame[106]. Certo non tutti avevano i gusti, dirò così, troppo semplici del Sansovino, e anche del Berni, che componeva que’ saporiti capitoli in lode della sua schiattona, e molti indulgevano ad amori alquanto meno volgari, quali la novella e la commedia ci mostrano; ma erano pur sempre amori molti diversi da quelli di messer Francesco e di madonna Laura. Ora, se tra costoro c’era chi, per vaghezza di contrasto, cercava gli amori ideali dopo aver fruito, o mentre ancora fruiva, di quelli che chiameremo pratici; molto maggiore doveva essere il numero di coloro che si attenevano ai pratici, senza cercare più là. E costoro eran tutti naturali nemici del petrarchismo.

Il sentimento di questa classe di nemici, assumeva, tra le altre, una forma caratteristica, la forma di un dubbio circa la qualità degli amori del poeta e della donna celebrata da lui. Questi amori erano essi stati così puri come si diceva? Difficile il crederlo, e nel Canzoniere stesso si cercavano le prove del contrario. Alcuno più benevolo, come, ad esempio, Nicolò Astemio[107], credeva che tutto quell’amore altro non fosse che una finzione; sospetto antico, contro il quale ebbe a difendersi lo stesso Petrarca. Per contro, Pietro Cresci, autore di un’apposita dissertazione, alla famosa purità ci credeva assai poco, e Ubaldo De Domo non ci credette punto. Cesare Caporali è d’avviso

Che in Valchiusa non gì la cosa netta;

e Antonfrancesco Doni narra, nei Marmi[108], di una disputa fatta nell’orto de’ Rucellai, e riferita da quella buona femmina della Zinzera, nella quale disputa molti sostennero questa stessa opinione: «e tenevano che egli (il Petrarca) avesse amato donna, donna, donna da dovero; e che egli avesse anco corso il paese per suo: ma come uomo che era religioso, dottore, vecchio e calonaco di Padova, non voleva che restasse accesa sì fatta lucerna della fama; e appiattò la cosa sotto mille queste e mille quelle; la pose in bilico acciò che la non si potesse mai affermare; perchè la fu così giusta, giusta, ma che sempre si trovasse qualche oncino d’attaccarsi in pro e contra». Costoro non erano di certo poeti petrarchisti. Nè solo si dubitava della qualità di quello amore, ma, ancora della condizione di madonna Laura. In una delle Lettere argute del Rao, tra parecchie tesi da disputare c’è la seguente: Che madonna Laura, tanto amata dal Petrarca, ebbe modi e costumi di montanara, contra l’espositore di esso Petrarca[109].

Si mettano insieme tutte queste avversioni grandi e piccole, tutti i biasimi che abbiam notati sin qui, con le ragioni loro, e si vedrà che l’antipetrarchismo era una forza grande, piena di uno spirito vigoroso. Questo spirito, nella sua forma più acuta, si manifesta mediante la parodia. Gli imitatori del Canzoniere si videro a un tratto ai fianchi altri imitatori, i commentatori altri commentatori; ma mentr’essi facevan da senno, quegli altri facevan per beffa, e nell’alto lor riso travolgevano i seguaci e un pochino anche il maestro.

Ed ecco di fronte a Laura divina, di fronte a quel tipo invariabile di donna bionda, gelida e perfetta dei canzonieri, levarsi come una visione apocalittica la megera del Berni.

Chiome d’argento fine, irte e attorte

Senz’arte intorno a un bel viso d’oro;