Servi d’Amor, palese fo che queste

Son le bellezze della donna mia.

Quei divini servi d’amore non lascian dubbio quanto alle intenzioni del poeta; la canzonatura va a cogliere in pieno gli spasimanti petrarchisti e le lor dee[110]. Il Doni regala quattro madrigali alla sua Crezia, di cui dice di non aver mai veduto cosa più brutta, e in una lettera a Tiberio Pandola fa chiaro il pensiero ch’ebbe in comporli: «Ho poetato per burlarmi del mondo, e per farmi beffe d’alcuni scatolini d’amore, i quali non sanno uscire di: Madonna, io v’amo e taccio, e: S’io avessi pensato, e simili altre ciabatterie, oggimai così fruste come le cappe de’ poeti». Col medesimo intendimento compone Agnolo Firenzuola un capitolo sopra quella sua donna, che

Farebbe innamorare un pa’ di buoi,

e di cui descrive tutte le bellezze e novera tutte le virtù. La Cecca celebrata da Filippo Sgruttendio nella sua Tiorba a Taccone, e altre, vanno con quelle in ischiera.

I lamenti in morte di donne che, alcuna volta, non saranno nemmeno esistite, suggeriscono altri lamenti. Francesco Bracciolini compone i suoi sonetti in morte di Lena fornaja; ma altri, prima di lui, aveva spinto più oltre la beffa, e del Berni si ha una canzone sopra la morte delle sua civetta, di Agnolo Firenzuola un’altra canzone sopra la morte di un’altra civetta, del Coppetta una canzone in perdita di una gatta, di suor Dea de’ Bardi una in morte di una ghiandaja, e altre simili di altri. In tutti questi componimenti si ritrovano atteggiamenti di pensiero, di sentimento, di frase, che tutti rimandano alla prima lor fonte, le rime del Petrarca in morte di Laura. Questa forma di parodia incontrò molto: Ortensio Lando ci dice di aver cantato la morte di un cavallo, di un cane, di una scimia, di una civetta, di una gazza, di un mergone, di un gallo, di una gatta, di un grillo, e d’altri vili animali[111].

Ma una forma più piena e più risoluta di parodia era il travestimento. Il padovano Menon travestì la canzone: Chiare, fresche e dolci acque, cominciando:

O acque fresche e chiare

On le suo belle gambe

Se lavè la Tietta l’altro dì;