Di vendicarmi e d’acchiapparlo al varco.

Il buon giudice poi per farsi onore

Gli diè perpetuo bando dal suo stato

E ’l pose alla berlina sotto a un arco.

S’intende come questa poesia derisoria, che faceva del Canzoniere un uso così diverso da quello dei petrarchisti, non dovesse troppo giovare alla riputazion di costoro. Ma la parodia non colpiva soltanto gl’imitatori, colpiva ancora i commentatori. Parodia di commento sono i Cicalamenti del Grappa intorno al sonetto Poi che mia speme è lunga a venir troppo[112], e una esposizione della canzone Ben mi credea passar mio tempo omai, che lo stesso Grappa dice d’aver composta. Parodia è una Lauretta celebrata, dialogo di Marcantonio Petilio, diviso in sei Ragionamenti, ove, oltre all’ordinato progresso degli amori del Petrarca si dà la vera intelligenza alla canzone Mai non vo’ più cantar come soleva, da niuno ancora intesa[113]. E parodie sono quelle innumerevoli cicalate e dicerie, e quei commenti da burla, come il Commento del Caro alla Ficata del padre Siceo, quello del citato Grappa alla canzone del Firenzuola in lode della Salsiccia, e molt’altri. Nella Lezione o vero cicalamento di maestro Bartolino dal canto de’ bischeri sopra ’l sonetto Passere e beccafichi magri arrosto[114], si ricorda un Don Agiato da Valdiriposo, professore di Salamanca, che su questo medesimo sonetto aveva composte ventidue lezioni, e ci si deride molto saporitamente l’argomentare, l’anfanare, l’arzigogolare degli espositori. In un luogo l’autore dice, quasi con le stesse parole dell’Aretino riferite poc’anzi: «questi espositori e commentatori fanno dire... a questi poveri poeti cose che non l’avrebbon dette con diece tratti di corda, nè, mi fate dire, pur mai pensate»; e quivi stesso si burla di coloro che si mettono a legger lezioni per le accademie e fanno le cantafavole lunghe lunghe. Il Doni, che per burlarsi dei commentatori del Petrarca, commentò il Burchiello, e instituì un confronto fra l’uno e l’altro poeta; il Doni, in quella sua cicalata intitolata La Chiave, fa di strane chiose a quel passo molto oscuro del Petrarca,

Del mio cor donna l’una e l’altra chiave

Avete in mano;

e dice che molti commentatori s’avvilupparono in questo caso, e cita opinioni, giudizii e luoghi dello Stiracchia, del Zicotto, del Mentolone, del Savonarola, di Bartolo e di messer Pietro Bembo. E di quelle cantafavole lunghe lunghe ricordate dal Cecchi, con cui altri pretendeva di spianare concetti e luoghi difficili del Canzoniere, dà buon saggio il Calmo in una sua lettera, dove scrive[115]: «diseva ben el precettor del Certaldese: «Grami nu, pessi, che sta in aqua sporca!» O infelici, o stolti, o miseri, ad quid perdizio ve rosegheu la mente, ve lacereu el pensier, ve strupieu i spiriti, ve insanguineu el cuor, affaneu el stomego, ve tormenteu i membri, ve stracheu la memoria, ve aflizeu l’interior, e ve intrigheu l’anema? incerti d’ogni vostra operazion, inbindai con l’ozio alle rechie, col pè in la fossa, con la stamegna in cao, e col porta inferi che ve coverze? Che giova el tanto fadigar vu e i vostri e far fadigar altri col mondo insieme?» e su questo tono seguita per un pezzo.

Ma un altro avversario, punto da disprezzare, trovava il petrarchismo nel sentimento religioso, il quale, se in molti era spento affatto, o sonnecchiava, in altri non pochi serbavasi vivo, ed anzi si risentiva, si rinfocolava a contatto di quella gran corruzione che riempieva il secolo. Il Petrarca stesso, come cristiano, ebbe di molti dubbii circa l’amor suo, e se talvolta vide in esso una virtù gentile che lo guidava a salvazione, assai più spesso il considerò come una mala passione che lo toglieva a Dio, e se ne doleva e se ne scusava. Certo, nel suo Canzoniere molte cose ci sono che non le vorrebbe disdire un asceta; e chi mettesse insieme tutte quelle gravi massime e quelle savie sentenze circa la fugacità del tempo, la imminenza della morte, il nulla dei beni mondani, la bellezza della virtù e la turpitudine del vizio, potrebbe farne un libretto da porre a canto ai più devoti che abbia la letteratura cristiana; ma gli è pur certo che molt’altre cose ci sono le quali a un’anima timorata non possono non parer biasimevoli, e per non cercare più in là, quel così grande amore riposto in una creatura discorda troppo dal supremo ideale cristiano che è lo smarrimento in Dio. Aggiungasi che quello splendore d’arte onde brilla il Canzoniere accresceva il pericolo di certi lenocinii.

Era perciò naturale che uomini d’animo austero e molto devoti guardassero con sospetto il libro del poeta, specie quando lo vedevano correr per tante mani ed essere da tanti studiato e imitato, e pensassero al modo di combatterne i mali influssi, o di correggerne il vizio e di renderlo innocuo. Antonio Cammelli, detto il Pistoja, ricorda in un suo sonetto certo predicatore che in pulpito stracciava al Petrarca il mantello[116]. Il Pistoja non lo avverte; ma noi possiamo essere sicuri che costui predicava al deserto: altri, meglio avvisati, pensando che a voler mandare in bando il Canzoniere si sarebbe perduto tempo e fatica, credettero di conseguire più sicuramente il fine loro con sottoporlo ad un travestimento speciale che fu detto spiritualizzamento.