Questa operazione dello spiritualizzare consisteva nel togliere ad uno scrittore quanto nelle opere sue ci fosse di men che onesto, o di semplicemente profano, con sostituirvi una sostanza nuova di cose e di pensieri in buon accordo con la morale e con la fede. Era una specie di conversione che si operava nei libri. Si lasciavano intatte quanto più era possibile le forme, ma ci si metteva dentro un’anima nuova; si allettava i lettori con l’esca di un titolo famoso e, usando di una pietosa frode, si metteva loro tra mani un libro che veniva a dire il contrario di quanto aveva detto insino allora.

Quest’arte, non men faticosa che meritoria, fu molto in onore in Italia nel Cinquecento, e fu praticata anche fuori d’Italia. Tutti i libri più famosi e meno in odore di santità ebbero a capitarle sotto, e così furono spiritualizzati, spesso ripetutamente, da parecchi, il Decamerone, l’Orlando Furioso, le rime del Bembo, alcune di Torquato Tasso, e via dicendo. E questa furia di spiritualizzare andò tant’oltre che si spiritualizzarono cose come il famoso Lamento in cui Strascino da Siena trattò in volgare e popolarmente il tema che il Fracastoro ebbe a trattare eruditamente e in latino: il mal francese.

Ben s’intende come la operazione dovesse presentare difficoltà più o meno grandi, a seconda dei libri, e dovesse importare dei libri stessi una trasformazione più o meno piena. Si vede subito che a spiritualizzare il Canzoniere del Petrarca ci voleva assai meno fatica che non a spiritualizzare, poniamo, il Decamerone, e che per ispiritualizzarsi quello s’avea a trasformare molto meno di questo. Il Decamerone spirituale di Francesco Dionigi da Fano non altro conserva del libro di messer Giovanni che il titolo innocuo, e la partizione in dieci giornate; le cento novelle se ne son ite, e il luogo loro è preso da cento ragionamenti morali, in cui si tratta di castità, di digiuno, di povertà, di tribolazione, di pazienza, ecc., e che nella edizione veneziana del 1594 tengono la bellezza di 659 pagine in quarto, assai fitte e dove non si torna mai a capo. Altro che le metamorfosi di Ovidio! Col Petrarca non bisognavano procedimenti così radicali; a lui si potevano lasciare le parole immutate assai spesso, e qualche volta anche i pensieri.

Lo spiritualizzamento del Canzoniere è di più guise e di diversi gradi. La forma, dirò così, più mite è quella che s’incontra in alcuni centoni, dove con versi del Petrarca, si cantano le lodi della Vergine, o si tratta altro sacro argomento. Qui lo spiritualizzamento non si esercita propriamente nel Canzoniere, ma fuori di esso, e i componimenti che ne nascono non han punto la pretesa di sostituirsi al libro onde traggono la sostanza. Di giunta in essi la parola del poeta rimane inalterata. Ma l’opera trasformatrice passa oltre, invade il Canzoniere stesso, e ne penetra tutte le parti, finchè riesce alla piena trasmutazione di esso. Un’altra maniera di spiritualizzamento si otteneva mediante un’acconcia interpretazione, che, lasciando intatto il testo, vedendo simboli dove il poeta certamente non ne aveva messi, riusciva a quei concetti religiosi e morali che per lo appunto si ricercavano. E questa maniera era quella che ragionevolmente avrebbe dovuto ottenere migliore effetto, perchè non toglieva il poeta, camuffandolo stranamente, ai molti suoi ammiratori. Del resto questo procedimento non era nuovo. Durante tutto il medio evo si moralizzarono a questo modo le opere più profane, si cercarono negli scrittori pagani dottrine a cui non avevano sognato mai: basti dire che delle stesse Metamorfosi di Ovidio si fece un libro morale, quasi un libro cristiano.

Nel 1544 un frate Feliciano Umbruno da Civitella diede in luce un Dialogo del dolce morire di Gesù Christo sopra le sei Visioni di M. Francesco Petrarca. Sono ragionamenti teologici fra la Signora Giacopa Pallavicina da Parma e un tal Leonzio, e prendono argomento da alcuni notissimi luoghi del Canzoniere. L’autore, del resto, chiama insipido, agreste e disordinato il proprio discorso, e schiettamente confessa la ignoranza propria. Il primo ragionamento si aggira intorno a quei due versi:

Una fera m’apparve da man destra

Con fronte umana da far arder Giove:

la fera è il serpe tentatore. Il secondo commenta ed espone gli altri due:

Indi per alto mar vidi una nave

Con le sarte di seta e d’or la vela: