La trasformazion dei soggetti è spesso assai strana. Il sonetto: Orso, e’ non furon mai fiumi nè stagni, nel quale il Petrarca si lagna del velo e della mano di Laura che gli tolsero la vista de’ suoi begli occhi, si muta in una invettiva contro Pilato e suoi compagni.
Ma il primato tra gli spiritualizzatori del Petrarca spetta incontestabilmente a Gerolamo Malipiero, il cui nome ci è capitato innanzi pur ora, autore del Petrarca spirituale. Fu questo Malipiero un minore osservante di molta devozione e di gran zelo, valente predicatore, si dice, e girò, predicando, l’Italia. Il libro suo fu stampato la prima volta in Venezia nel 1536, ristampato ivi stesso due anni dopo, e fu tanta la voga sua che, in quel medesimo secolo, ebbe non meno di dieci edizioni. Ad esso allude il Franco in quella più volte citata Risposta della Lucerna, dicendo: «Il male è che ci sono stati di quegli che v’han voluto far cristiano ducento anni dopo la morte, e di prete v’han fatto frate, ponendovi e cordone e zoccoli e scapolare, chiamandovi il Petrarca spirituale». Ad esso allude il Giraldi Cinzio ricordando l’opera di tale che ha fatto spirituale il Petrarca, e «vestendolo da frate minore, e poi cingendolo di corda, gli ha messo i zoccoli in piedi»[117]. Esaminiamo un po’ più da presso questo libro stupido, ma curioso.
L’autore stesso ci dice le ragioni che glielo fecero fare. Egli si scaglia contro la disonesta letteratura de’ tempi suoi, e specialmente contro le commedie, corruttrici di ogni buon costume. Molte anime vanno in perdizione per colpa delle male letture. Il Canzoniere del Petrarca non è senza molto pericolo, ed egli prese a rifarlo, vedendo tanti giovani, domentre cedono alle lusinghe degli illecebrosi canti, lasciata la via della virtù, nell’abisso di perpetua morte strabocchevolmente precipitarsi. Per ciò ha con opportuni e convenevoli antidoti espurgati da ogni veleno antico i leggiadri sonetti del Tosco poeta, sì che niente più potranno loro essere nojosi. Dubita veramente che le rime del Tosco poeta non abbiano, passando per le sue mani, perduto alquanto di lor politezza e leggiadria; ma si consola vedendole così monde e spogliate di ogni vanità. Tutto ciò si dice in un discorsetto che, insieme con altri nove, si trova a mezzo del volume. Ma la cosa certo più bella di esso volume è un dialogo fra il Petrarca stesso e l’autore, dialogo che fa officio di prologo, e in cui con ingegnosa invenzione si finge che il poeta chieda al frate di fargli quel servizio di spiritualizzarlo. Così si chiudeva la bocca a chi credesse d’averci a ridire. L’autore è andato, come tanti altri, in pellegrinaggio ad Arquà, e ha già ammirato il sepolcro e la casa del poeta. Essendo ormai l’ora calda, egli si è ritratto in un boschetto, e quivi, pieno dentro e di fuori d’ineffabile giocondità, si riposa e si ricrea. All’improvviso gli appare una figura più che umana, la quale il saluta con un: Dio ti salvi, o Malipiero. È il Petrarca, o per dir meglio l’anima sua, che dice al frate, come sia relegata in quel boschetto per divino giudizio, sino a tanto che sia ritrattata l’opera degli amorosi suoi sonetti e canzoni. Stupore del frate a cui il poeta spiega come le sue rime abbiano in sè molte male parti, e a cui chiede da ultimo di voler procacciare egli stesso quella ritrattazione con purgar le profane rime da ogni ozioso parlare e trasformare lui di poeta in teologo. Il frate si sgomenta, che non gli sembra impresa da pigliare a gabbo; ma il buon Petrarca che non vede l’ora di uscirsene di colà per volare in paradiso, lo conforta, lo inanima, e per farlo al tutto risolvere gli promette che il suo stesso angelo custode gli suggerirà tutti i nuovi e buoni concetti che egli, il poeta, già da tempo è venuto preparando in quella solitudine per ridursi spirituale. Vinto da tante ragioni, il frate accetta il delicato officio, non senza tuttavia esprimere il dubbio che il Petrarca teologo non sia per avere tanti ammiratori quanti il Petrarca poeta, nè senza lamentare la molta tristizia dei tempi: il poeta ringrazia, e i due, datasi la posta in paradiso si separano.
Io non istarò ora a dar minuto ragguaglio del libro, che sarebbe abusar troppo della pazienza dei lettori. Dirò solo che il travestimento è tale da far tenere per certissimo che il poeta fu senz’altro prosciolto da quella sua pena. Basti dire, per attenerci a pochi esempii, che Cupido si trasforma in Padre Eterno e in Gesù, Stefano Colonna similmente in Gesù, Laura in Maria, in Dio Padre, in Gesù, in morte, in anima, nella carne che dà noja al poeta e non so in che altro.
Il nuovo Canzoniere è diviso in due parti: nella prima sono i sonetti, nella seconda le canzoni e le altre rime, che l’autore schiettamente confessa avergli data assai più fatica che non i sonetti. Lo spiritualizzamento essendo stato operato con i proprii concetti del Petrarca, e mercè l’ajuto dell’angelo suo custode, non poteva riuscire se non di piena soddisfazione del Petrarca stesso, il quale, in fatto, in un apposito sonetto a gli animi gentili, dice che le sue rime così purgate torneranno assai più di prima accette a chi è in grado di pigliare il ver diletto e non più l’ombra; e in altro sonetto, dove la discorre con un critico, dice anche più. Questo merita d’esser riportato per intero:
Critico. Petrarca, ond’è che vai sì altero e molto
Allegro in faccia più che per addietro?
Petrarca. Non sai che il core uman, sia chiaro o tetro.
Sua qualità fuor pinge a l’uom nel volto?
Critico. Conosco ciò; ma dimmi, ond’hai raccolto