Onde fia eterna tua Musa gradita.
E in un ultimo sonetto non so qual Francesco Prierio loda il frate d’aver purgato il Canzoniere meglio che non purgasse d’ogni ria feccia il Pantheon papa Bonifacio, quando, toltolo al culto degli idoli, lo consacrò a Maria. Finalmente, nel tergo dell’ultima carta, fa capolino ancora una volta il frate dabbene, e dice che, mercè la divina grazia, egli ha composto il suo Petrarca spirituale a comune utilità de’ Mortali, si sottomette in tutto alla determinazione della santa madre Chiesa, e raccomanda a chi legge la emendazion degli errori commessi nel veloce corso degli impressori.
La Chiesa che ormai cominciava a fare il viso burbero, e che, dopo la lunga carnascialata degli anni precedenti, sentiva il bisogno di un po’ di quaresima, gradì e favorì l’opera del ben intenzionato frate. La poesia del Petrarca cominciava a putire alla madre spirituale in via di ravvedimento, e gl’imitatori non godettero più la grazia di prima. Nel 1547, morto appena il Bembo, si cercò d’impedire in ogni modo che si facesse in Roma una ristampa del suo Canzoniere, e anzi si tentò di far condannare il libro, tentativo ripetuto poi nel 1585. Un’anima pietosa lo tolse sotto la sua protezione e lo spiritualizzò[118]. Ma anche gli spiritualizzamenti non erano senza pericolo: il Dialogo già ricordato di Feliciano Umbruno fu proibito dal Concilio di Trento.
Intanto venivano a poco a poco mutando anche i gusti letterarii. Il secentismo batteva alle porte con nuovi ideali, con una poetica che escludeva in modo assoluto l’imitazione, e che ben può compendiarsi in quei due versi del Marini:
È del poeta il fin la meraviglia;
Chi non sa far stupir vada alla striglia.
Durante tutto quasi il Seicento, il Petrarca è dimenticato; poi, con l’Arcadia, si rinnovella il suo culto. L’Italia è invasa da un nuovo popolo di petrarchisti, allagata da un nuovo mare di sonetti, di canzoni, di madrigali e di sestine; ma i nuovi imitatori, conciati come tutti sanno dalla frusta del Baretti, derisi dal Goldoni nel Poeta fanatico, non son da più degli antichi, anzi da meno assai, e, alludendo così agli uni come agli altri, ben diceva quella virile e sdegnosa anima dell’Alfieri:
So che in numero spessi e in stil non rari
Piovon tuttor dalle italiane penne
Lunghi e freddi sospir d’amor volgari,