Per cui da Laura in poi niun fama ottenne.
Cattivi versi, ma ottima sentenza.
UN PROCESSO A PIETRO ARETINO
Sono ormai tre secoli e mezzo che sul dosso di Pietro Aretino si suona a doppio e a distesa. Critici, storici, politici, moralisti, uomini di largo e di angusto pensare, progressisti e retrogradi, gli si avventarono contro con la medesima furia, e con lo stesso deliberato proposito di non dargli quartiere. Non c’è accusa, invettiva, contumelia che non gli sia stata gettata in capo; non colpa e bruttura che non gli sia stata apposta. Il suo nome è nome d’infamia, simbolo di turpitudine e di scelleratezza: Francesco De Sanctis, che pur ebbe tanto intelletto di umanità, disse che un uomo ben educato non pronunzierebbe quel nome innanzi a una donna[119].
I più degli storici della nostra letteratura, anche recentissimi, ne parlano con palese o mal celato ribrezzo, quasi scusandosene col lettore, e perchè qualche cosa bisogna pur dirne; ma ripetute quelle quattro notizie più divulgate, confermati alla lesta i giudizii già le molte volte pronunziati, passan oltre di corsa, spolverandosi i panni e sputando, come se avessero dato di petto in un ammorbato. E in verità che un gran dubbio entra nell’animo non la critica sia cosa di là da venire, o piuttosto sogno di alcuni spiriti travagliati, quando si ode il buono e liberale Settembrini, dopo aver chiamato l’Aretino sozzo e sfacciato impostore, e con forma più spiccia un furfante, esclamare: Per me io non credo ciò che l’Aretino scrisse di sè, nè ciò che altri scrisse di lui,... nè voglio indagare quello che potrebb’essere vero e quello che potrebb’essere falso[120]. Ma che giustizia è mai questa, che nega di fare per l’Aretino ciò che suol farsi per ogni più tristo e più vile ribaldo, scernere di tra le molte imputazioni ed accuse le vere dalle false? E voi come fate a narrare la sua vita, se non credete nè a ciò che egli scrisse di sè, nè a ciò che altri scrisse di lui?
Ultimamente il Virgili, in un libro per molti rispetti pregevole, volendo ad ogni modo levar sugli altari Francesco Berni[121], cercò di accrescere infamia quanta più potè all’Aretino, e ci si adoperò in guisa da far venire a lui stesso il sospetto che quella che a lui pareva storia ad altri potesse parere romanzo. Ma l’eccesso provoca naturalmente l’eccesso, e perciò non è da meravigliare se, or son pochi anni, il signor Giorgio Sinigaglia venne fuori con un volume[122] per molte ragioni men che mediocre, ma pure non mancante di qualche pregio, almeno d’intenzione, dove Pietro Aretino è dipinto, non solamente come un grande uomo, ma come un galantuomo ancora.
Il lettore si avvede che non è mio proposito passare in rassegna e discutere le opinioni svariate e i giudizii non sempre concordi degli infiniti che ebbero a scrivere di Pietro Aretino. A far ciò non basterebbe un volume. Io prendo le mosse dal giudizio più comune e più ripetuto; dal giudizio che ha fermato i caratteri dell’uomo nel concetto della gente colta; dal giudizio tradizionale e consuetudinario che ha fatto dell’Aretino il maestro e l’apostolo di tutte le corruzioni e un pessimo scellerato, negandogli in pari tempo ogni merito di scrittore; e cerco se non si possa riuscire a un giudizio meno assoluto, cioè più equo. Perchè, in verità, mi pare che nel processo fatto al gran reprobo non si sia tenuto conto di molte cose, e non sempre si sieno osservate le debite norme, e che la condanna si risenta troppo della mala procedura. Io non faccio qui l’avvocato, e non intendo punto mostrare, a furia di cavillosi argomenti, che l’Aretino è il contrario di ciò che comunemente si crede. Io faccio lo storico e il critico, ed è tutt’altro il mio scopo. Riconosco fondate in molta parte le accuse a lui mosse; e non voglio menomamente celare o travisare le sue molte poltronerie. Sì certo; egli è avido, insolente, servile, bugiardo, scostumato e svergognato; ma ha pure alcune qualità buone da opporre a queste pessime; e poi il mancamento, considerato in sè stesso, non dà la misura esatta della colpa. Noi abbiamo ora un concetto della imputabilità assai diverso da quello che si ebbe in passato, e non ci sembra di poter recare di un fatto e di un uomo giusto giudizio, se non consideriamo infinite cose che sono intorno a quel fatto e a quell’uomo, più o meno strettamente congiunte con essi; e abbiamo ormai della legge universale di causalità un concetto così prepotente che subito dal particolare vogliamo assorgere al generale.
Ciò premesso, non credo inutile nè inopportuno rivedere un poco il processo di Pietro Aretino, e cercare se meriti conferma, o se voglia essere in tutto o in parte riformato il comune giudizio che uno storico tedesco chiuse e condensò in una frase unica, chiamando il gran reo il Cesare Borgia della letteratura.
A tal fine bisogna che noi vediamo:
1º che c’è di vero in certi racconti che in un modo o in un altro arrecano infamia all’Aretino;