2º qual è l’indole morale di lui, quali sono i caratteri e le ragioni della sua tristizia;
3º qual è il carattere e il valore di lui come scrittore.
I.
Che intorno a Pietro Aretino s’è formata una specie di leggenda, si vede subito, appena si confrontan fra loro i racconti varii della sua vita e si notano le contraddizioni. E tutto favoriva, a dir vero, la formazione di sì fatta leggenda: la fortuna grande e quasi inesplicabile dell’uomo; il mal animo di chi procacciava sfogo all’invidia denigrando e mentendo; il sacro orrore delle anime timorate, che ingigantiva, come sempre suol fare, la perversità di lui, e inconsciamente le conferiva quant’era mestieri perchè riuscisse piena ed intera. Non si dimentichi che gli uomini, in ogni tempo, ebbero bisogno, come di tipi di santità, così di tipi di scelleraggine.
L’Aretino stesso in parecchie sue lettere si lagna dei molti invidiosi che dicevano di lui cose non vere, e gli attribuivano scritti a cui non aveva tampoco pensato, e discorsi che non aveva neppure sognati; si lagna più particolarmente di certi cortigianuzzi che si dilettavano di soffiare nel fuoco[123]. Alcuni di costoro erano forse in buona fede; argomentavano da ciò ch’egli avrebbe potuto fare il fatto. Così fu che gli si attribuì il troppo famoso opuscolo De tribus impostoribus, attribuito a tant’altri, e così è che il Virgili vuole ad ogni modo ch’egli abbia avuto parte nella composizione di certi sciagurati libercoli di Lorenzo Veniero, sebbene questi ne rivendichi a sè tutto il merito, e sebbene di quella partecipazione non siavi una prova al mondo[124]. Appunto qui noi vediamo la leggenda porre in opera uno dei suoi procedimenti speciali, che consiste in torre agli oscuri per dare agli illustri, a chi viene sempre più campeggiando e prendendo figura nella finzione. Gli è in virtù di tal procedimento che si sono formati gli eroi leggendarii; e come a Carlo Magno fu dato vanto di imprese che altri compierono prima o dopo di lui, così a Pietro Aretino fu dato carico di libri che altri scrisse, non egli.
La leggenda aretinesca, come ogni altra leggenda, prende le mosse dalla nascita dell’eroe, e lo seguita poi, un po’ interrottamente, a dir vero, sino alla morte. Essa si prefigge, innanzi tutto, di dargli vili, o anche sconci ed illegittimi natali, affinchè l’infamia sua cominci col nascere, e appaja, in certo modo, originale e necessaria. Anton Francesco Doni, nel Terremoto, per meglio giustificare la identificazione ch’ei fa dell’Aretino con l’Anticristo, lo dice figlio di un terziario e di una pinzochera; ma anche vilissimo figliuolo d’un ciabattino. Niccolò Franco, in quegli obbrobriosi sonetti che gli compose contro, ora chiama il padre di lui contadino, ora calzolajo. L’autore di quella sconcia Vita che andò già sotto nome del Berni, e non si sa propriamente di chi sia, parla di un padre villano e di una madre schiavona e baldracca. E sulla fede di un così fatto narratore infiniti ripeterono che Pietro Aretino nacque di una Taide di bassa lega. Quanto al padre ci fu chi mise fuori un’altra favola, meno ingiuriosa se vuolsi, ma non meno falsa. Il buon Mazzuchelli[125] si affatica a dimostrare che l’Aretino fu figliuolo naturale di Luigi Bacci, cavaliere d’Arezzo; e prima di lui aveva affermato il medesimo quel dabben uomo, per non dirgli altro, del Crescimbeni, che a sua volta aveva trovata la bella notizia nelle Glorie letterarie di Valdichiana, opera inedita di Jacopo Maria Cenni, rimasa in Napoli, ove l’autore morì[126]. E subito questo padre fu accettato per buono e per autentico da quegli stessi infiniti che dalle mani dell’anonimo libellista avevano accettata la madre. Ora è da notare che il signor Jacopo Maria Cenni morì circa un secolo e mezzo dopo l’Aretino, e che l’anonimo libellista, il Doni, il Franco, i quali tutti conobbero l’Aretino di persona, del cavaliere Luigi Bacci non dicono verbo, e non ne dice verbo nemmeno un Medoro Nucci, che fu tra i nemici più pericolosi dell’Aretino, e che per essere appunto di Arezzo era in grado di saper certe cose, e non si sarebbe fatto riguardo di dirle. Anche costui fa l’Aretino figliuolo di un calzolajo.
Alessandro Luzio, in un buon lavoro pubblicato non ha molto[127], sbugiardò tutta questa leggenda dei natali dell’Aretino, e sceverò la verità dalle calunnie e dalle favole. Il padre dell’Aretino fu un povero calzolajo per nome Luca; la madre una buona e bella popolana chiamata Tita. Costei, non solo non fu quella svergognata che si volle far credere; ma fu anzi una donna di ottima indole e di onesti costumi, teneramente amata dal figlio, e da lui sempre ricordata con ammirazione ed orgoglio. S’ella fosse stata una prostituta, l’Aretino si sarebbe ben guardato dal parlarne altrui, e non avrebbe chiesto con tanta insistenza, quanta certe lettere dimostrano, copia del ritratto di lei al Vasari; nè il Vasari stesso avrebbe ardito di prenderla a modello per l’immagine della Vergine Annunziata da lui dipinta sopra la porta della chiesa di San Pietro in Arezzo; nè i cittadini d’Arezzo avrebbero certo comportato un tal vituperio. Quanto al padre, l’Aretino lascia scorgere, è vero, di vergognarsene; ma questo suo vergognarsene prova appunto che gli era figliuolo, e toglie ogni probabilità a quella storiella di Luigi Bacci. Se l’Aretino avesse saputo d’esser figlio di costui, o se avesse saputo che tale era reputato da alcuni, non avrebbe mancato di diffondere e di confermare quella opinione, da cui poteva venirgli più onore che biasimo. Giacchè egli, che pure amando svisceratamente le sue figliuole, non si curò mai di legittimarle, adducendo a scusa che le aveva in modo legittimate con l’animo da non richiedersi altra cerimonia, viveva in un secolo poco soggetto agli scrupoli. E come avrebbe egli potuto vergognarsi di essere bastardo, vedendo tutto giorno principi e papi con le masnade dei bastardi intorno, e bastardi salire ai supremi onori e sedere in trono? Certo egli si sarebbe trovato in assai numerosa compagnia, e avrebbe potuto con miglior animo e più sicurezza esprimere quel giudizio a lui caro, che difficilmente e di rado opera cose degne nel mondo chi è di origine abietta.
Ma se nulla di vero c’è nella leggenda dei genitori dell’Aretino, vediamo se alcun che di vero ci sia, o almen di probabile, in quanto si narrò di altre persone della sua famiglia. Pietro non fu il solo figlio di Luca e di Tita; egli ebbe alcune sorelle, almeno due; di fratelli non è ricordo. Ora, verso queste sorelle, la leggenda non fu nè più riguardosa, nè più giusta di quello fosse verso la madre. Francesco Berni, in un sonetto notissimo, e che più altre volte dovrò ricordare, fa menzione di due sorelle che l’Aretino aveva, secondo lui, a grand’onore, nel lupanare della sua città natale. Il Franco, in varii de’ suoi sonetti, parla, quando di una sorella, quando di due, esercitanti il vituperoso mestiere. Che poi molt’altri abbiano ripetuto quelle accuse senza punto curarsi di accertarne la verità, è quasi soverchio avvertire. E sì che non è poi tanto difficile avvedersi della loro falsità. Un primo dubbio già avrebbe dovuto far nascere il fatto della nobiltà e del gonfalonierato conferiti a Pietro da’ suoi concittadini. Per quanto que’ d’Arezzo potessero essere di manica larga, è difficile pensare che volessero, coprendo sè di ridicolo e di vergogna, fare quella dimostrazione ad un uomo le cui sorelle erano state in Arezzo stessa, e forse erano tuttavia, inquiline di postribolo. Ma il vero si è che le due sorelle dell’Aretino, delle quali è memoria, furono entrambe maritate, l’una con un messer Scipione, l’altra con Orazio Vanotti, soldato, e lasciarono, morendo entrambe innanzi all’Aretino, quella due figliuole, questa due maschi gemelli. Della prima l’Aretino ricorda come ardentemente desiderasse di collocare una delle figliuole nel nobile monastero di Santa Caterina in Arezzo, e com’egli si adoperasse per farcela entrare. L’altra morì assai giovane, di puerperio, nel 1542, ed è quella stessa che, essendo ancora zitella, nel 1536 fu inchinata dal duca Alessandro de’ Medici, di passaggio per Arezzo, come gloriando ricorda pur l’Aretino in una lettera di quell’anno medesimo scritta a esso duca[128]. Certo, non mancano nemmeno in quel secolo esempii di prostitute che attendono al mestiere pur essendo maritate; ma questi esempii occorrono di solito fra le cortigiane propriamente dette, che vivono libere, non fra le meretrici di bassa mano raccolte nei lupanari. Ora, nel 1536, la seconda sorella di Pietro era ancora in casa, come si ha dalla lettera suddetta, e certamente non faceva la prostituta. Come credere, in fatti, che Alessandro de’ Medici, per poco schizzinoso che fosse in materia di onestà e di decoro, volesse ossequiare pubblicamente una sgualdrina? E come credere, d’altra parte, che le nobili religiose di Santa Caterina volessero accogliere nel loro monastero la figliuola di una donna, non solo di bassa condizione, ma infame? Tutte le prove dunque del meretricio di quelle due sorelle consistono in alcuni versi del Berni e del Franco, entrambi nemici acerrimi dell’Aretino, e l’un di essi, il secondo, a causa della velenosa sua lingua, impiccato per la gola. Confessiamo che in qualsivoglia giudizio le affermazioni di testi così sospetti non sarebbero accolte se non con grande riserbo, e che diedero saggio di molta leggerezza, per non dir peggio, coloro che senza più le gabellarono per veridiche e per sicure. Aggiungiamo che essi mostrano di conoscere assai poco e assai male l’Aretino, se credono che un uomo come lui, così abile a trar vantaggio di tutto, a riunire e coordinare tutti gli elementi del successo, potesse commettere il grossolano, l’incredibile sproposito, di lasciare le sorelle sue in una condizione da cui a lui stesso non poteva ridondare che discredito e infamia. Questo sproposito l’Aretino non lo commise. Noi lo vediamo adoperarsi con ogni impegno, ricorrere a tutte l’arti ond’era maestro, per mettere insieme un po’ di dote alla sua sorella più giovane: qualora egli non avesse ciò fatto per semplice ragione d’amor fraterno, certo l’avrebbe fatto per accorgimento d’uomo che ha una condizione e una riputazione da conservare.
Che cosa rimane dunque di tutta questa leggenda obbrobriosa che nemici arrabbiati e libellisti senza nome fabbricarono intorno alla nascita e alla famiglia di Pietro Aretino? Nulla di nulla, o solo una prova della malignità o dell’errore loro. Vediamo se si possa prestar più fede ad altri racconti che tutti, quali in un modo, quali in un altro, tendono sempre a quel medesimo fine di screditare, di svergognare l’Aretino. Io non affermo già che alcune delle cose che vi si narrano non possano anche esser vere; ma dico che in generale quei racconti sono, o per una o per un’altra ragione, tali da destare grave sospetto, e da non poter essere ricevuti per veri finchè non sieno suffragati da più sicure prove. Un tribunale non li accoglierebbe che a titolo di semplice informazione.
Si dice che l’Aretino, quasi fanciullo ancora, dovette fuggirsene dalla patria per certo sonetto da lui composto contro le indulgenze. Ciò dovrebbe provare come, sino dai più teneri anni, fosse stata in lui quell’indole maligna e insolente di cui s’ebbero poscia a vedere gli effetti. Ma chi è che lo dice? Gerolamo Muzio, suo nemico mortale. E quando lo dice? Quando importa far credere al mondo che l’Aretino, oltre ad essere una sentina di vizii, è anche un miscredente o un eretico. La stessa intenzione appare in un’altra storiella, ove è detto, che avendo l’Aretino, in Perugia, veduta nella pubblica piazza una pittura che rappresentava Maria Maddalena a’ piè di Cristo, con le braccia aperte, andatovi di nascosto, dipinse tra quelle braccia un liuto. Ma tale storiella non ha più antico narratore di Carlo Caporali, che visse un secolo dopo l’Aretino, e non dice d’onde l’abbia tratta. Entrambi i racconti sono poi in contraddizione diretta coi modi che l’Aretino serbò tutto il tempo di vita sua in materia di religione.