Uno dei fatti più spesso ricordati e più universalmente tenuti per veri, è che l’Aretino fosse alcun tempo legatore di libri in Perugia, e ogni suo sapere acquistasse in quell’esercizio, con occasione di vedere e leggicchiare le carte che andava cucendo. Ma ciò si trova affermato la prima volta in una nota al già citato sonetto del Berni, nella stampa vicentina del 1609: e con quale scopo si trova affermato? Con quello evidentemente di dare alla coltura dell’Aretino, qual ch’ella si fosse, una origine in tutto umile e fortuita, e d’ispirarne altrui un assai povero concetto.

Andiamo innanzi.

Nel libello anonimo già ricordato si narra che l’Aretino dovette lasciare la casa di Agostino Chigi, il ricchissimo e munificentissimo banchiere senese, per avervi rubato una tazza d’argento. Ora, nè il Berni, nè il Franco, nè il Doni, nè altri sanno nulla di questa tazza; chè se qualche cosa ne avessero saputo, non avrebbero mancato di aggiungere ai molti titoli vituperosi che gli dànno anche quello di ladro. Del resto, questo del rubare non era vizio che potesse facilmente accordarsi con certe qualità, buone o cattive che fossero, dell’Aretino, il quale fu egli sì molte volte rubato e da chi più godeva della sua fiducia. Inoltre egli non lascia occasione di levare a cielo il Chigi, ricordandone la umanità e la larghezza, il che non avrebbe certamente fatto, anzi avrebbe in tutto taciuto di lui, se ne fosse stato cacciato di casa per ladro.

E molt’altre cose si narrano in quella Vita: che, sendo d’anni diciotto circa, si fe’ cerretano, e andossene in Lombardia, e cantò in banca a Vicenza, avendo compagno in tal mestiere un certo Calcagno; che poi s’acconciò per garzone con un oste in Bologna; che stanco di fare il garzone, si rese frate in un convento di Ravenna; che toltosi anche di là, si mise per mezzano, per pazzo e per buffone con Leone X, ed ebbe compagni altri mezzani, altri pazzi e buffoni, e alcuna volta si adoperò a voltar lo spiedo in cucina; che si acconciò, dopo, per istaffiere con Giovanni de’ Medici, il gran capitano; che morto costui, se ne tornò a Roma, e servì Clemente di quello che prima aveva servito Leone; che dopo il famoso sacco, e dopo un certo scherzo che ebbe a patire dagli Spagnuoli, se ne andò, truffato un Ferrarese, a Venezia, ecc. ecc. L’anonimo autore dice aver udito narrar tali cose, parte a Niccolò Franco, e parte al Marcolini, il famoso stampatore, compare dell’Aretino; ma quanto al Franco mente di certo, perchè costui, se le avesse sapute, non avrebbe mancato di metterne qualcuna in quei suoi sonetti, che pur sono più centinaja. Aggiungasi che nè il Berni, nè il Doni ne fanno ricordo.

Molte altre cose racconta l’autor della Vita, alcune delle quali di tanta turpitudine che non si possono nemmeno accennare, e tali che appena avrebbe potuto risaperle chi sempre fosse stato alle calcagna di Pietro e avesse fatto vita con lui; altre di tal qualità che mostrano l’indole bugiarda di tutto il racconto. Così egli dice che la madre di lui, la notte innanzi al parto, sognò un otre di vino; che compiuti appena i cinque anni, il fanciullo si mise a studiare la Maccaronea di Merlin Coccajo, nel qual caso questi avrebbe dovuto egli stesso comporla in età di cinque o sei anni; che essendogli stati posti dinanzi Virgilio e il Petrarca da un canto e la Regina Ancroja e gli Amori di Luciano dall’altro, egli tolse questi e lasciò quelli; che fatto altro simile esperimento con rame, argento ed oro, egli acchiappò l’oro alla bella prima. Poi gli attribuisce certi strani componimenti, e fra gli altri alcune pappolate e cantafere che lo stesso Aretino, nella commedia La Cortegiana, fa gridare da un furfante che vende istorie, e cioè; la guerra del Turco in Ungheria, le prediche di Fra Martino, il Concilio, la cosa d’Inghilterra, la pompa del Papa e dell’Imperadore, la circumcisione del Vaivoda, il sacco di Roma, l’assedio di Fiorenza, lo abboccamento di Marsilia[129]; e poi ancora l’istoria del becco all’oca, che si ha inserita nel Mambriano del Cieco da Ferrara, e la novella di Biancofiore, rubata al Boccaccio. Per mostrare del resto quanto l’autore si curasse di esser veridico, basta avvertire ch’egli fa dire al Berni la vita dell’Aretino potersi facilmente comprendere in quella commedia, e al Mauro, l’altro interlocutore del dialogo, che l’Aretino sarà stato tutto quello che in detta commedia dice di sè stesso il Rosso ad Alvigia: frate, garzone di oste, giudeo, alla gabella, mulattiere, compagno del bargello, in galera, mugnajo, corriere, mezzano, cerretano, furfante, famiglio degli scolari, servitor dei cortigiani, il diavol e peggio. La storia di Lazarillo di Tormes!

Sarebbe fatica sprecata voler mostrare la poca consistenza e la minore credibilità di tutto il racconto dell’anonimo diffamatore; ma non sarà fuor di luogo far vedere con un pajo di esempii come egli alteri i fatti e mentisca. Primo esempio: egli dice che l’Aretino servì Clemente di quello che prima avea servito Leone, cioè di mezzano, di buffone e di pazzo, lasciando intendere con ciò che assai vile era la condizione sua in corte del pontefice. Ora, certe lettere scritte dal duca di Mantova all’Aretino, e dall’agente di Mantova in Roma a esso duca, lettere uscite dall’Archivio Gonzaga, e su cui non può cader dubbio di alterazione[130], provano che l’Aretino in corte del pontefice godeva di molta considerazione, e molto poteva sull’animo del pontefice stesso. Secondo esempio, che serve anche contro il Doni. Dice l’autor della Vita: «Scrisse al Duca di Ferrara il poeta chiedendo denari: non volse Ercole che un furfante si vantasse che un Signore si degnasse di lui: ebbe a male il poeta e scrisse del Duca. Ercole il seppe e tenne uomini per ammazzarlo a Venezia. Non successe tal cosa perchè egli stava serrato in casa, parte per questo, parte per debiti». «Onde deriva che il Duca di Ferrara vive con tanta quiete? Perchè non vi dona», dice messer Antonfrancesco nel Terremoto, e afferma inoltre che il Duca lo fece sacchettare di santa ragione. Ma mente egli e mente l’anonimo, e della menzogna d’entrambi ci sono le prove autentiche e chiare. A più riprese il Duca fece all’Aretino regali; e troviamo ricordo di una veste di raso nero assai pomposa, di un anello con un diamante, di cinquanta scudi d’oro, di altri cento scudi d’oro, di una coppa d’argento dorato, di due altre vesti assai ricche; nè gli donò solamente, ma gli si fece ancora raccomandare dal proprio segretario Bonleo, il quale scriveva al Divino di non porgere orecchio a chi gli dicesse male del Duca[131].

Tralascio altre accuse, o di minor rilievo, o in tutto generiche, e vengo a quanto fu narrato, creduto, ripetuto e ammesso universalmente per certissima verità circa la morte dell’Aretino. Questa storia è nota a tutti. Un giorno, l’Aretino, udendo narrare non so che fatti di quelle sue sorelle meretrici, preso da un irrefrenabile impeto di riso, e arrovesciatosi, per ridere più spappolatamente, sulla scranna che lo reggeva, cadde allo indietro, e percosso il capo in terra, rimase morto sul colpo. La fine parve degna dei principii e di tutta intera la vita dell’uomo nefando, incontrò il gusto del pubblico, ebbe conferma dai moralisti, fu rinarrata in novella e rappresentata in pittura. Ma chi è il primo che parli di sì fatta morte? Un Antonio Lorenzini, fiorito sul principio del secolo decimosettimo. Si vede subito di quali elementi, in virtù di quali suggestioni la leggenda siasi formata. Bisognava che l’ultimo atto dell’Aretino sulla scena del mondo confermasse quella vita tutta di turpitudini, anzi, in certo modo la epilogasse e concludesse come nell’ultima pagina si epiloga e si conclude un libro. E certo non si poteva immaginare favola che meglio mostrasse in breve la infamia della famiglia dell’Aretino, il cinismo di lui, e la giustizia e congruenza della punizione. A taluno parve che l’Aretino non si dovesse lasciar morire a quel modo, senza fargli dire qualche cosa che provasse l’empietà di lui, come il fatto provava la svergognatezza; e così alla favola principale si attaccò un po’ di coda, e si disse che lo scelleratissimo uomo non morì subito subito, e che ricevuta la estrema unzione, profferì un’ultima bestemmia, dicendo:

Guardatemi da’ topi or che son unto.

La leggenda, dico, era formata ingegnosamente e tale da ottenere universale credenza, tanto più che in essa c’era, come vedremo, una parte di vero: ciò nondimeno non potè fare che altre leggende non nascessero. Qualcuno ci fu che lo volle morto di apoplessia[132], forse come morte conveniente a una vita di stravizii; ma altri pure ci fu che non si contentò nè di una morte naturale, nè di una morte violenta, ma fortuita. Non meritava l’Aretino di morire impiccato? ebbene, egli morì impiccato. Così almeno racconta in un suo sermone latino Michele de l’Hôpital, il famoso cancelliere di Francia[133]. Non dimentichiamo che tal morte era stata, in certo modo, profetizzata dal Berni all’Aretino e che le profezie fanno venire altrui la voglia di vederle avverate. Il Berni ebbe anche a toccare di certo squartamento che sarebbe seguito alla impiccagione; ma l’autor della favola, non s’intende perchè, non volle profittarne. Doveva essere persona discreta.

Ora si sa come morì l’Aretino, e tutte le leggende si dileguano dinanzi al documento irrefragabile che porge di quella morte autentico e preciso ragguaglio. È questo un certificato di Pietro Paolo Demetrio, parroco di S. Luca in Venezia, il quale attesta d’aver sepolto cristianamente l’Aretino in quella chiesa, e dice che questi morì di morte subitanea, cadendo da una sedia a bracciuoli, e che il giovedì santo, avanti che finisse gli ultimi suoi giorni, si confessò e comunicò, piangendo lui estremamente, come, dice il buon prete, vidi io stesso[134]. Tale dichiarazione fu fatta dal parroco venticinque anni dopo la morte di Pietro, nel 1581, e a richiesta di un Domenico Nardi da Reggio, il quale probabilmente l’avrà domandata per imporre con essa silenzio alle vituperose dicerie. Giova notare che il certificato fu fatto con intervento di notajo e che non gli manca nemmeno la convalidazione ducale. Ciò che in esso si dice della caduta da una sedia, raccostato a quanto l’Aretino racconta in certo luogo di sè stesso, dicendo che era suo costume di arrovesciarsi indietro ogni qualvolta rideva di gusto, mostra come possa esser nata la leggenda principale circa il modo della sua morte. La fantasia supplì le sorelle meretrici, prendendole dal sonetto del Berni e da quelli del Franco.