La leggenda dell’Aretino, bugiarda per quanto spetta alla nascita, bugiarda per quanto spetta alla morte, è senza alcun dubbio bugiarda per molta altra parte. Questa leggenda, del resto, noi non la conosciamo nemmeno intera. Essa ci apparirebbe di certo assai più estesa, se, come giunsero sino a noi le accuse e le imputazioni del Franco, del Doni, dell’anonimo biografo, così ancora ci fossero giunte quelle di altri nemici e detrattori suoi, per esempio di quel Colvi, che anch’egli andava spargendo vituperii dell’Aretino.

Io non dico già che l’Aretino non possa aver fatto, soprattutto in certi anni più oscuri della sua vita, alcune di quelle cose onde fu accusato, o alcune, almeno, simili a quelle; ma dico che non ci son prove per credere ch’ei le abbia fatte veramente. E aggiungo che gli accusatori suoi, taluno non abbastanza noto, altri troppo noti, altri necessariamente poco o male informati, non meritan fede nè molta nè poca. Chi voglia fare un processo all’Aretino non deve in tal caso tener conto delle testimonianze altrui, ma solo delle confessioni sue proprie, di ciò ch’egli stesso lascia vedere e indovinare di sè.

II.

Veniamo alla seconda parte del giudizio.

Certe accuse fatte all’Aretino sono calunniose e false; altre non è dimostrato che sieno vere. Non è provato, e non è nemmeno probabile, ch’egli abbia rubato, o truffato, o commesso altre di quelle gagliofferie grosse per cui allora, assai più facilmente di ora, si finiva in un fondo di prigione, o si dava a dirittura nel capestro. Ma che per ciò? Egli rimane pur sempre un uomo scellerato e vile, una natura profondamente corrotta, uno di quei mostri che disonorano l’umanità senza però capitar mai sotto al rigor delle leggi. Egli non sarà un delinquente, se si vuole, ma è certo un turpe ribaldo. Ed ecco altre accuse ed altre invettive. Udite i testimoni che rosarii recitano. L’Aretino è un furfante, un ignorante, un arrogante, un boja, un prosuntuoso, un porco, un traditore, un mostro infame, un idolo del vituperio, dice il Berni. L’Aretino è un goffo, un bajante, un ribaldo, un ciurmatore, una puttana, un somaro da legnate, una sentina di vizii, dice il Franco. L’Aretino è un poltrone, un bestione, un mariuolo, una carogna, il vitupero degli uomini, la schiuma di tutti i furfanti, il colosso dei goffi, il tagliaborse dei principi, la guida degli asini, il Sardanapalo della gagliofferia, dice il Doni. Sta bene; ma questi sono i testimoni dell’accusa: udiamo un poco anche i testimoni della difesa. Ecco ben altro linguaggio: l’Aretino è divino, divinissimo, non men divino che immortale, umanissimo, eccellentissimo, magnifico, onorando, virtuosissimo, unico, figliuolo della verità, discepolo e miracolo della natura, salute del mondo, gloria del cielo, dicono principi, cardinali, letterati, donne colte e gentili, frati e soldati. Se voi fate il conto, trovate che per un testimone che dice male, ce ne son dieci che dicono bene.

E poi, questi testimoni che dicon male bisogna vederli un po’ più da vicino. Chi sono essi? Prendiamo quei tre che ci sono già comparsi dinanzi, e non ci curiamo d’altri. Il Berni, in complesso, è un brav’uomo, sebbene abbia anch’egli in dosso qualche taccherella, di cui, se si volesse parlare, bisognerebbe parlare a porte chiuse; ma gli altri due sono due lanzichenecchi della penna, due stradiotti della letteratura, niente più onesti dell’Aretino, ma molto meno accorti di lui. Costoro gli erano stati un tempo in casa, e avevano mangiato del suo pane, e s’erano rimpannucciati a sue spese, e finchè durò l’amicizia lo levarono ai sette cieli; rotta poi l’amicizia, per ragioni che qui non accade ricordare, ne fecero, secondo la usanza non mai dismessa dei poltroni, il governo che s’è veduto. Il Berni scaraventava contro l’Aretino quel suo sonetto per far le vendette del datario Giberti, suo padrone, il quale non è poi dimostrato che non avesse qualche torto con l’Aretino; ma gli altri due composero le loro sconce invettive a solo sfogo di animo invelenito, chè non erano nè l’uno nè l’altro uomini da levarsi a campioni disinteressati della offesa moralità e della virtù conculcata. Costoro chiamavano l’Aretino un furfante e avrebbero data l’anima per potersi trovar ne’ suoi panni.

Altri infiniti ebbero, come abbiam veduto, dell’Aretino, tutt’altra opinione. Che vuol dir ciò? Vuol dire che alla generalità degli uomini del suo tempo l’Aretino non parve quel tristo di tre cotte che pare a noi. Ora, una massima mi pare da doversi stabilire anzi tutto: che nessuno, cioè, debba essere giudicato più malvagio di quello ch’ei fu tenuto dall’età sua, quando, ben s’intende, l’età sua abbia avuta di lui giusta ed intera cognizione. Gli è quanto dire che non si vuol giudicare nessuno coi criterii di una moralità o poco o molto diversa da quella comunemente accettata nella società cui egli appartenne, e d’onde solamente potè derivare la norma del suo operare; o se pur si vuole giudicare con quei criterii, non si deve giudicare lui solo, ma con lui la intera società di cui fu membro. Il valore esatto di un uomo non si ha se non quando un tal uomo, si consideri nell’ambiente suo, in mezzo alla vita varia e complessa di cui egli è, al tempo stesso, organo e produzione; giacchè ogni valore è necessariamente relativo. Che direste voi di chi volendo giudicare, poniamo, la figura principale di un quadro storico, togliesse appunto quella figura dal quadro, e si facesse a considerarla separatamente dall’altre figure e dalle cose tutte che il pittore, non senza le sue buone ragioni, gli pose intorno? Direste ch’egli opera malamente, e che il giudizio suo non può non riuscire parziale ed erroneo, giacchè la figura principale forma un tutto con quelle altre figure e con quelle cose ancora, e non la può intendere chi la consideri disgiuntamente da esse, o chi la ponga in altro quadro, in relazione con altre figure e con altre cose. Non meno parziale, non meno erroneo deve riuscire il giudizio di chi toglie l’Aretino dall’ambiente suo, e vuol giudicarlo secondo i principii di una morale che non fu quella dei suoi tempi. Fate campeggiare la figura dell’Aretino, sopra un fondo d’idealità cavalleresca, o di puritanismo anglicano, e la vedrete staccarsene vigorosamente, e vi parrà mostruosa: fatela campeggiare sul fondo del Cinquecento, ch’è il suo, e la vedrete spiccar molto meno, e vi parrà meno brutta d’assai. I contemporanei conobbero l’Aretino quanto noi, anzi, certo, meglio di noi; pure non l’ebbero, generalmente parlando, in quell’orrore in cui noi lo abbiamo. E perchè questo? Perchè i suoi vizii e le sue ribalderie erano cose comuni di quel tempo, erano il portato di quella vita, erano una pece di cui, o poco o molto, tutti si mostravano tinti.

Qui ci sarebbe da entrare in un lungo discorso circa la immoralità del Cinquecento, quella immoralità così intimamente connessa, così compenetrata colla cultura della Rinascenza, che, se l’una non fosse stata, nemmeno l’altra sarebbe stata; ma un tale discorso, quando non si volessero ripetere le cose più note e i giudizii più triti, quando si volesse entrare un po’ nell’esame del come e del perchè, del quando e del quanto, ci trascinerebbe così lontano che il povero Aretino non parrebbe più che un punto perduto in infinito spazio, e non sarebbe troppo agevole tornare a lui. Contentiamoci dunque di riaffermare questa nota verità che il Cinquecento è profondamente immorale, e aggiungiamo che la misura, o se si vuole, la portata della sua immoralità, è data dallo sconfinato spazio che separa la vita reale dall’ideale cristiano, che pur allora si mette innanzi come norma, e come scopo di quella vita. Ogni società che, professando in astratto una certa dottrina morale (sia poi ottima, o non sia, poco importa), non solo rimane molto discosto dalla predicata perfezione, ma opera ancora in piena contraddizione con quella dottrina, è una società profondamente corrotta. E tale è la società del Cinquecento, la società descritta dal Machiavelli e dal Guicciardini.

Facciamoci ora a considerare uno per uno i vizii capitali dell’Aretino, quelli per cui gli si muovono più aspre censure, e vediamo se e come s’attenuino, paragonati con le condizioni generali dei tempi, e tenuto il debito conto delle cause che li producono, e talvolta ancora del fine cui tendono.

Il Doni chiama l’Aretino il tagliaborse dei principi; ma si dimentica di dire che i principi erano i tagliaborse dei popoli. Ad ogni modo, una delle più gravi accuse fatte all’Aretino concerne le arti con le quali egli carpì denari e regali a principi e non principi, e sguazzò tutto il tempo di vita sua, o almeno la miglior parte della vita sua, quella del soggiorno in Venezia. Queste arti, tutte riprovevoli, sono l’adulazione, la diffamazione, la minaccia, lo scherno, la menzogna.