Ma, quando s’è detto ciò, rimangono molt’altre cose da dire. Bisogna ricordare quale fosse la condizione dei letterati in quel secolo XVI, preconizzato il secol d’oro delle lettere. Era, in verità, una condizione assai triste. Ai giorni nostri, chi fa questo benedetto mestiere di scriver libri, camperà forse magramente, ma vive del giusto prezzo delle sue fatiche, ma vive libero, e per poco che s’innalzi sopra il livello comune, almeno in certi paesi, facilmente arricchisce, scrive come vuole e di ciò che vuole, impone i suoi patti all’editore, i suoi gusti e le sue idee al pubblico. Ben altrimenti andava la cosa nel Cinquecento. Nel Cinquecento il libro non aveva, come ha oggidì, un valor commerciale definito, e la proprietà letteraria era poco intesa e meno rispettata. Il letterato non viveva del prezzo dell’opera sua, ma del premio che altri potesse benignamente largirgli, e tal premio riceveva misura assai meno dal proprio merito di lui che dalla liberalità maggiore o minore, incerta e capricciosa del largitore. Il letterato supponeva un mecenate e lo cercava; viveva all’ombra sua e alle sue spese, si faceva mezzo servo e mezzo parassita. Si vedono subito le conseguenze di un tale stato di cose. Vivendo della malsicura munificenza del suo protettore, il letterato doveva continuamente attendere a che la fonte delle largizioni non si seccasse; doveva esercitar l’ingegno, e spesso logorarlo, in una lotta sorda e umiliante, piena di pericoli e di sorprese, nella quale egli si studiava di estorcere quanto più poteva, e il mecenate, di solito un principe, cercava di dare il meno possibile; doveva fare del libro uno strumento e un’arme di quella lotta, piegandolo a mille esigenze estranee al suo pensiero e all’arte sua. Egli diventava necessariamente cortigiano, adulatore e bugiardo; si chiamava poeta, storico, o filosofo, ma era soprattutto un accattone travestito. E nessuno mai potrà dire quanto danno abbia recato alle lettere nel Cinquecento la parassita mendicità dei letterati.

Che poi quella vita fosse assai triste, assai dura, anzi al tutto incomportabile agl’ingegni più nobili, si comprende facilmente: tutti ricordano ciò che ne lasciò scritto l’Ariosto; Torquato Tasso, molto ajutato dalla natura, gli è vero, ci smarrì la ragione.

Ora si avvicinavano i tempi di un grande mutamento, così in questa, come in molte altre cose. Era nata l’arte che doveva redimere lettere e letterati dall’uggioso patronato dei mecenati, e quest’arte era la stampa. La stampa mutava il significato, l’importanza, i destini del libro; essa assicurava, insieme con la base sociale, anche la base economica della letteratura. Ma era questo un grande rivolgimento, e un difficil lavoro, che non poteva compiersi in un giorno. Anche qui bisognava procedere per gradi. Fra la letteratura, chiamiamola così, di servizio, e la letteratura indipendente, ci doveva essere una letteratura intermedia, partecipe dell’una e dell’altra condizione. Fra il letterato che chiede la elemosina e il letterato che mette in vendita il suo libro, ci doveva essere il letterato che impone l’elemosina; e questo letterato fu Pietro Aretino.

Pietro Aretino non era uomo da acconciarsi alla condizione ordinaria dei letterati del suo tempo; l’indole sua, i suoi gusti, non glielo concedevano. Chiamandosi uomo libero per la grazia di Dio, egli dava a conoscere una delle inclinazioni più forti, dirò uno degli istinti di quella sua rigogliosa e mal disciplinata natura, tutta impastata di appetiti voraci. Amò veramente sopra ogni altro bene la libertà, e per amor di lei adorò Venezia, la più libera città d’Italia in quel tempo, e la più ospitale a chiunque non pretendesse ingerirsi nella politica. Non era nato per commisurar la sua vita ai piaceri, o peggio, agli ordini di un padrone; non poteva soffrire d’avere sopra e d’intorno chi gli desse soggezione o fastidio. In quel suo amore di libertà, come in più altre cose sue, c’è molto dell’uomo moderno. Odiava le corti di odio mortale, e mai non si lasciò sfuggire l’occasione di dirne il maggior male che seppe. E che quest’odio non fosse ingiusto provano le infinite voci che d’ogni parte si levano contro di esse. Gabriello Simeoni chiama la corte

Sepoltura e prigion dell’uomo vivo;

e soggiunge:

Proprio è la corte come una puttana,

Che par bella di fuora, e poscia drento

Parte non ha che si ritrovi sana[135].

Cominciando un suo capitolo intitolato appunto dalla corte, Cesare Caporali dice che in essa