E dico pane al pane, e vino al vino,

Senza molto pensier di profumarla.

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Quando ch’io sudo, voglio dir ch’io sudo,

Quando ch’io tremo, voglio dir ch’io tremo,

E vo’ dir cotto al cotto, e crudo al crudo[141].

Domandato perchè s’ostinasse a rimanere in Provenza e fuggisse le corti, Luigi Alamanni rispondeva nella satira a Tommaso Sertini, ricordando le infinite miserie dei cortigiani, confessando di non saper l’arte che si richiede a salir l’altrui scale, affermando di preferire la pace a quanti onori e agi si possono avere in corte[142].

Nè questi agi erano poi tali e tanti che potessero compensare e consolare della miseria morale, della viltà di quella vita; anzi erano assai scarsi ed incerti. Di regola, i signori, quanto più spendevano e spandevano in pompe, in sollazzi, e nei mille sfoggi con cui cercavano di accrescere a sè medesimi lustro e nominanza, tanto più parsimoniosi e più stretti si mostravano in provvedere ai bisogni di chi li serviva; e se non lesinavano essi, lesinavano per proprio conto e in proprio beneficio i ministri. Certo, come non tutti i signori erano eguali, così non erano eguali tutte le corti; ma se nelle grandi si stava il più delle volte, anche per questo rispetto, assai male, figuriamoci come si dovesse star nelle piccole. Giacchè non è in quel secolo così smilzo signore, non così indebitato cardinale in Roma, che non voglia avere, come allora si dice, la sua famiglia, e se non una corte intera, una mezza corte.

Ogni signor di trenta contadini,

E d’una bicoccuzza usurpar vuole