Lo star in corte e l’esser ammalato,

Mi pajon come dir frate’ carnali.

Tanto s’agguaglia l’un all’altro stato.

Cento fra prosatori e poeti descrivono la corte come una sentina di vizii, una cloaca d’obbrobrii, un ergastolo di miserie, dove, dice il Garzoni, «i semplici sono beffati, i giusti perseguitati, i presontuosi e gli sfacciati sono favoriti»; dove «van prosperando gli adulatori, i mormoratori, le spie, i referendarii, gli accusatori, i calunniatori, i gaglioffi, i malvagi, le male lingue, i truffatori, gl’inventori de’ mali, i seminatori di zizania, e altra generazione di ribaldi»; dove «gli stupri, i rapimenti, gli adulterii, le fornicazioni, i puttanesimi, le ruffianerie, sono i giuochi e piaceri de’ cortigiani»[138]. Al Sardo, diventato cortigiano, fa dire Lodovico Domenichi in uno de’ suoi dialoghi: «E così Dio mi salvi, che ogni volta che io mi ricordo della mia condizione, non mi par più d’essere nè libero nè uomo, ma della più misera sorte di schiavi che sia al mondo»[139]. Ed era in vero, se non sempre, nella più parte dei casi, una misera condizione e un vile esercizio. Aspettare in anticamera le mezze giornate che il signore si degnasse di far conoscere il voler suo; accompagnare il signore di giorno e di notte, a piedi o a cavallo, dovunque gli piacesse d’andare; correre a staffetta in missione ad ogni minimo cenno di lui; ajutarlo in mille negozii e in mille intrugli; non mangiare se quegli non aveva mangiato, non coricarsi se quegli non s’era coricato; misurare e pesare ogni parola, non dir troppo, nè troppo poco; camminare, starsi, sedere, ridere, gestire, sempre con certa osservanza e certo proposito; schermirsi da mille offese manifeste ed occulte; opporre insidie ad insidie e calunnie a calunnie; non avere un’ora mai di sicurezza e di pace, e, in premio delle molte fatiche sostenute per lui, toccar dal signore canate furiose, cadere subitamente in disgrazia, e vedere dissipate in un giorno le speranze di molti anni; questi erano, con qualche varietà nella misura e nel modo, a seconda dei casi, questi erano gli offici, queste le venture dei miseri cortigiani. Quanti ebbero a trovarsi da ultimo nella condizione di quegli incauti ed improvvidi, de’ quali dice Vittoria Colonna che

ne le gran corti consumando

Il più bel fior de’ lor giovenil anni,

Mentre utile ed onor van ricercando,

Sol ritrovano insidie, oltraggi e danni![140].

I più cauti, o i più alteri, o i men bisognosi, talvolta anche coloro che già erano stati scottati, sapevano starne lontani, e qualcuno vi fu che del suo starne lontano assegnò le ragioni. Invitato ad andarsene in corte di Roma, Gerolamo Fenaruolo rispondeva in un suo capitolo a Vettor Ragazzoni: Che ci farei io, e come potrei durar quella vita?

Io parlo sempre come qui si parla,