Del vin si dà, c’ha seco una puntura
Che più mortal non l’ha spiedo nè freccia[143].
Messer Pietro fa dire il resto a Flaminio nella sua Cortegiana[144], e se pur qualcosa vi manca, Cesare Caporali, che in Roma appunto ebbe a servir cardinali, la supplisce; mentre altri dà ragguaglio di come si mangiava e si vestiva e si alloggiava nelle corti di assai principi, che avevano più reputazione che denari, o più boria che umanità. Ed ecco venir fuori le descrizioni e le dipinture dei non mai abbastanza detestati e maledetti tinelli, dove, tra povere e lorde pareti, intorno a rozzi deschi coperti di tovaglie ricamate d’untume, sedeva promiscuamente una turba affamata, e l’uom di lettere aveva non di rado commensali gli staffieri e i buffoni; dove, quando non fosse già incerconito, si annacquava il vino, si misurava il pan raffermo, la broda di turpi minestre faceva venire il rancico in gola, la vacca tigliosa disarticolava le mandibole e strappava i denti, e le frittate erano di così stremenzita complessione che il vento se le portava a volo. Antonio Cammelli, che d’ogni cosa faceva sonetti, raccontava a un amico gli orrori del tinello:
Cenando, Fedel mio, jersera in corte.
M’apparecchiar Serafino e Galasso
Una tovaglia lavata col grasso
Che mostrava la mensa per le porte.
Poi le vivande che mi furon porte,
Fu l’insalata mal condita, ahi lasso!
Il pan peloso, più duro che sasso;