Attenetevi al vostro ragazzino;
e tesseva un capitolo in lode delle pesche[168]. Michelangelo Buonarroti compose quarantotto epitafii, un madrigale, un sonetto per Cecchino Bracci, giovinetto di apollinea bellezza, morto di diciassette anni, in Roma[169]; e quanto al Tasso, c’è di lui una lettera che dà da pensare non poco[170]. L’usanza è così diffusa che nessuno più se ne vergogna, nessuno si nasconde; anzi se ne parla e se ne scrive comunemente e pubblicamente, come di cosa accetta all’universale, e (giunge a dire il Firenzuola, un prete) di maggior riputazione[171]. Si vergogna forse Giovanantonio Bazzi, il pittor famoso, d’esser cognominato il Sodoma? Veggansi, di grazia, le lodi che di quella usanza di maggior riputazione lasciarono nei lor versi, oltre ai già citati, un Giovanni Della Casa, un Lodovico Dolce, un Andrea Lori, un Curzio da Marignolle, e altri dieci, e altri cinquanta[172]. Certo, non tutti costoro avranno conformato i fatti alle parole; ma le parole, quando altro non provino, provano che nella comune opinione era quello un picciolo peccato, che nulla poteva detrarre alla buona riputazione di un uomo, uno di quei peccati, come dice la Sostrata nella Mandragola del Machiavelli, che se ne vanno con l’acqua benedetta. E l’Aretino ricorda che come punto uno si mostrasse schivo delle donne, si faceva di lui questo giudizio, ch’egli attendesse ad altri amori[173].
La moltiplicità stessa e il rigor delle leggi provano la diffusione del male, che non riuscivano per altro a estirpare. Nel 1518, in Venezia, certo prete Francesco da S. Polo, colto in fallo, fu chiuso in una gabbia di ferro e appeso al campanil di San Marco; sul qual fatto si compose, secondo l’uso dei tempi, un Lamento[174]. Nel 1545 un altro prete, Francesco Fabrizio, vi fu decapitato ed arso[175]. Pio V perseguitò questi peccatori ad oltranza. Paolo Tiepolo, oratore della Repubblica, scriveva da Roma il 20 di luglio del 1566: «Si usa dal Governator di ordine di Sua Santità ogni diligenzia per aver nella mano, e gastigar quei che han usato il brutto vizio della sodomia, onde già alquanti giorni se ne abbrusciò uno in Ponte, e ultimamente ne è stato ritenuto un cittadin romano, assai ricco, con molti altri, che si tengono consapevoli e partecipi delli errori suoi. Onde alquanti gentil’omeni principali di questa città si sono absentati»[176]. Il 2 d’agosto del 1578, Antonio Tiepolo scriveva: «Sono stati presi undeci fra Portughesi e Spagnuoli, i quali adunatisi in una chiesa, ch’è vicina San Giovanni Laterano, facevano alcune lor cerimonie, e con orrenda sceleraggine, bruttando il sacrosanto nome di matrimonio, si maritavano l’un con l’altro, congiongendosi insieme, come marito con moglie. Ventisette si trovavano, e più, insieme il più delle volte, ma questa volta non ne hanno potuto coglier più che undeci, i quali anderanno al fuoco, e come meritano»[177]. Il caso tuttavia più noto e più notabile è quello del famoso Jacopo Bonfadio che, innocente forse, fu decapitato ed arso in Genova, nel 1550. Ma queste erano eccezioni. Di regola i peccatori invecchiavano non disturbati, come il poeta Porcellio, di cui narra il Bandello la curiosa istoria, e il peccato porgeva occasione di detti arguti e di amabili burle[178]. Adriano VI, il bisbetico ed odiato papa fiammingo, aveva fermato il proposito di estirparlo a ogni modo quando lo colse la morte: non so se ne sarebbe venuto a capo; so che avrebbe avuto molto da fare. Se dunque l’Aretino fu reo, fu con altri infiniti, e non dovrebbe per ciò esser fatto segno a un aborrimento particolare; ma io ho già accennata la ragione la quale deve farci stimare più probabile ch’egli, di questo peccato almeno, fosse innocente[179].
L’Aretino amava molto le donne, e sempre ne aveva una brigata per casa, e, dal suo nome, si chiamavano le Aretine. Ma chi se ne scandalezzava, chi se ne meravigliava? Il concubinato era allora tanto in favore quant’era in discredito il matrimonio. Non era cosa da vergognarsene: il Bembo fece nota al mondo, soavemente petrarcheggiando, la sua Morosina, sul cui sepolcro i poeti d’Italia sparsero lacrime e fiori. L’Aretino non ha punto bisogno di celare altrui le sue Aretine. Veggasi con quanta disinvoltura, con qual sicurezza di non toccar per nulla un soggetto sconveniente, le ricorda in una lettera a Luigi Gonzaga[180]. E più anni dopo egli poteva, senza commettere errore, mandare una di queste sue amiche alla regina di Francia.
Ma veniamo ormai alle opere sconce dell’Aretino: esse formano buona parte della infamia di lui.
A nessuno, credo, può cadere in animo di difenderle; ma, riconosciuto e detto che sono turpi, bisogna subito soggiungere che sono turpi della comun turpitudine. Chiamare l’Aretino il padre della letteratura disonesta è ingiusto e irragionevole, perchè il vero padre non si conosce, e ad ogni modo, nel Cinquecento, i padri sarebbero molti. Si fa un gran romore per quei tristi sonetti con cui egli dichiarò e illustrò certe immagini famose di Giulio Romano; ma troppo facilmente si dimentica che quelle immagini, prima d’essere commentate dal poeta, erano state disegnate da un pittore, incise da un incisore. Lasciate l’Aretino nel suo guazzo, se volete giudicarlo giustamente, e il suo guazzo è il suo secolo. Ora, meravigliarsi della disonestà dell’Aretino quando quella stessa disonestà è tutto intorno a lui, occupa tutti i gradi sociali, ingombra l’aria che si respira, infetta e perverte ogni cosa, a dirittura ha del puerile. Non siam noi nel secolo di quel Leone X che assisteva alla rappresentazione della Calandria, della Mandragola e dei Suppositi? di quel Clemente VII che ascoltava leggere le sconce novelle del Firenzuola e ne premiava l’autore? E già nel secolo precedente non aveva il Poggio composte in corte di Roma le sue Facezie? Certi componimenti del Casa, del Molza, del Caro, del Tansillo, dello stesso reverendissimo Bembo, degl’innumerevoli berneschi, son essi veramente meno sconci di quelli dell’Aretino? Sono più oneste quelle commedie, più pulite quelle novelle? Ma al secolo XVI mancava il senso della decenza. Benvenuto Cellini racconta certi fatti della sua vita di scapestrato con quella semplicità medesima, con quella stessa bonarietà con cui parla di una forma o di un getto. Nelle conversazioni più eleganti e più colte, in presenza di donne e di prelati, non c’era cosa di cui non si parlasse liberamente, e lo provano, per tacere d’altre testimonianze, certi luoghi di un libro onestissimo, il Cortegiano del Castiglione. Le fanciulle stesse udivano impavidamente ogni cosa, e d’ogni cosa parlavano, e non canzona lo Straparola quando, nelle sue Piacevoli notti pone in bocca a certe damigelle oneste e leggiadre novelle ed enimmi da far arrossire un mascheron di fontana. E che cosa si potesse dire e mostrare in pubblico provano i Canti carnascialeschi, provano certe mascherate[181]. E chi vuol sapere che cosa un autor di commedie potesse fare ingozzare al suo uditorio, legga, di grazia, il Prologo del Pedante di Francesco Bello, e se non rece, salute.
E poi siam sempre a quella. Chi si scandalezzava delle composizioni turpi dell’Aretino? Doveva scandalezzarsene il duca di Mantova, che n’era ghiotto? dovevano scandalezzarsene i cardinali di Lorena e di Trento, che, prima l’uno, poi l’altro, accettarono la dedica della Cortegiana? doveva scandalezzarsene il buon popolo bolognese, che alla rappresentazione di questa commedia assisteva nella prima settimana di quaresima del 1537, cosa di cui lo stesso Aretino ebbe a stupire, per essere, com’egli dice, Bologna ancilla de’ preti? dovevano scandalezzarsene le donne torinesi, delle quali scriveva Bernardino Arelio a messer Pietro, a proposito di un vituperoso libercolo di Lorenzo Veniero: «Ah la bella festa che li fanno queste madonne intorno»?[182] doveva scandalezzarsene l’Orfino, accolito e commissario apostolico, il quale, dando notizia a messer Pietro di una rappresentazione dell’oscenissimo Marescalco, fatta in Foligno, lo prega si vogli dignare mandargli qualche altra sua commedia? o il Franco, che le turpitudini aretinesche biasimava nei più turpi sonetti che mai siensi composti? La verità è che nessuno se ne scandalezzava. Quei luridi libri furono la prima volta proibiti, insieme con altri assai, solo nel 1557 e nel 1558, quando, cioè, era già cominciata quella che si suol chiamare reazione o riforma cattolica: prima non sarebbe venuto in mente a nessuno, come non venne in mente a nessuno, o solo a pochissimi, di meravigliarsi che quella stessa penna che aveva scritti i Ragionamenti osasse delineare le vite di Cristo e della Vergine.
Nemmeno per questo rispetto dunque merita l’Aretino d’esser messo in luogo appartato, fuori del suo secolo; nemmeno per questo rispetto è egli quell’uomo tristamente singolare, quel mostro, che si vuol fare di lui[183].
III.
Veniamo ad un’altra accusa mossa all’Aretino, la quale assai più delle altre mi pare sia ingiusta, e mi darà occasione di porre in rilievo alcune qualità commendevoli dell’uomo infame. Sarà l’ultima di ordine morale che dovrò considerare.