Un’altra accusa capitale grava sull’Aretino, ed è quella di scostumatezza. La vita sua è descritta come un tessuto di turpitudini; egli stesso è considerato quale il principe e il padre della letteratura disonesta. Anche quest’accusa vuol essere esaminata alquanto.

Scartiamo, anzi tutto, certe imputazioni di vizii nefandi, e scartiamole, non già perchè sia dimostrata la loro falsità, ma perchè, venendo esse da quei biografi appassionati e mendaci, da quei libellisti che abbiam veduto, la verità loro è più che sospetta. E anzi a provarle false senz’altro mi pare che si potrebbe addurre una ragione di cui non fa mestieri essere fisiologo, patologo o altro, per apprezzare il valore: Pietro Aretino amava troppo le donne.

Ma poniamo pure che l’accusa sia vera e confermata da certe cose che l’Aretino stesso dice nella prima e nella seconda edizione del suo Orlandino; sarebbe certo un carico molto grave, ma egli potrebbe consolarsene vedendo quanto grossa brigata s’abbia d’attorno. Haud ignota loquor. La Chiesa scagliava contro il turpe fallo tutti i suoi fulmini, e la giustizia secolare minacciava ai rei nientemeno che il rogo; ma ha pur ragione l’Aretino quando fa dire al Rosso nella Cortegiana[158] che se il fuoco del cielo avesse dovuto cogliere, come in antico, coloro che di quel fallo si dilettavano, tosto il mondo si sarebbe votato di signori e di grandi uomini. E avrebbe potuto soggiungere di parecchie altre sorta di genti. Che fosse vizio comune degli umanisti, non è solo l’Ariosto ad affermarlo[159]; che i cardinali non l’avessero in troppo orrore, non è solo Lutero a dirlo[160]; che Leone X ci cascasse è, credo, una solenne calunnia, ma è calunnia raccolta dal Giovio, vescovo di Nocera, e quel gran letterato che tutti sanno[161]; pel qual vescovo e letterato il Lasca compose il seguente epitafio:

Qui giace Paol Giovio ermafrodito.

Che vuol dire in volgar moglie e marito;

mentre poi il medesimo Lasca non si faceva scrupolo di tessere un capitolo intero in lode delle così dette mele[162]. In un sonetto della sua Priapea, il Franco nota tutti coloro che sono macchiati di quel vizio, il papa, i cardinali, i principi e gli altri. Dicono che Paolo III, udito il giuoco che Pier Luigi, suo figliuolo, aveva fatto al vescovo di Fano, pronunziasse essere stata quella una leggerezza giovanile, e non è provato che sia tutto calunnia, il giuoco del principe e il detto del Pontefice. Alla inclinazione che per quel vizio mostravano i preti accenna nella Calandria il Bibbiena, prete egli stesso; e alla inclinazione che per esso mostravano i frati accenna in un suo innominabile scritto Antonio Vignali, altrimenti detto l’Arsiccio Intronato. Cito costoro, ma altri dieci si potrebbero citare. Dice lo stesso Aretino che i cortigiani dovevano saper essere agenti e pazienti, e che in corte di Mantova tutti odiavano le donne[163]. L’autore dell’anonima Vita fa dire al Mauro che «come alcuno ha punto bel viso, subito se ne corre verso Roma», dove «le bardasse precedono gli uomini dotti, le bardasse sono li patroni, e li virtuosi li schiavi; da tutti sono avute care le bardasse, e trionfano»; cosa confermata dal Brantôme, il quale racconta di un giovane gentiluomo francese, bellissimo, il quale, essendo capitato a Roma, fut regardé d’un si bon oeil, et par si grande admiration de sa beauté, tant des hommes que des femmes, que quasi on l’eust couru à force, et là où ils le sçavoient aller à la messe, ou autre lieu public de congregation, ne failloient ni les uns ni les autres de s’y trouver pour le voir, ecc.»[164]. Ciò avveniva pure in altre città d’Italia e il Garzoni parla «degli sfrontati Ganimedi, che increspano le chiome a guisa di femine, si fanno i ricci politi, e spargono le morbide guance di mille profumi per far correre i galavroni al mele»[165]. Dopo Roma, la peggior reputazione in così fatto argomento l’aveva forse Venezia, dove (lo dice il Sanudo) le meretrici giungevano a lagnarsi col patriarca Antonio Contarini di non poter più vivere, stante la concorrenza; ma in Francia il turpe vizio era comunemente designato col nome di usanza italiana, secondo avverte Benvenuto Cellini[166], che d’averla seguitata fu più d’una volta accusato. E che lunga lista si potrebbe fare di coloro che ne furono o imbrattati a dirittura, o un tantino spruzzati! e con qual meraviglia ci si vedrebbe a canto a Francesco Berni nientemeno che Michelangelo Buonarroti e forse Torquato Tasso! Il Berni, che fu mandato in una badia di monaci Cassinesi nell’Abruzzo, a guarire di certo suo turpe amore[167], chiedeva in un capitolo ad Antonio Dovizi:

Che fate voi de’ paggi che tenete

Voi altri gran maestri, e de’ ragazzi,

Se ne’ bisogni non ve ne valete?

e consigliava: