Che vendete li principi al quattrino,
E gli stimate men d’asini e buoi[154].
Da altra banda, dove noi non vediamo se non male, i contemporanei dell’Aretino spesse volte non videro se non bene. Leggasi, di grazia, questo passo del Dialogo della rettorica di Sperone Speroni, dove con altri interlocutori è introdotto il Brocardo, prima che s’inimicasse l’Aretino[155]:
Brocardo. Sia al mondo un buono uomo pien d’eloquenza e d’ingegno; il quale uscito dalla sua patria solo e nudo, quasi un altro Biante, venga a starsi in Bologna: che farà egli dell’arte sua? Se egli accusa o difende; ecco un vile avvocato che vende al vulgo le sue parole: se delibera; non sendo parte della repubblica, i suoi consigli non sono uditi. Tacerà egli, e fia sua vita oziosa? non veramente: ma di continuo con la sua penna nella causa dimostrativa biasimando e lodando, la sua eloquenzia eserciterà. La qual cosa non per odio o per premio, ma per ver dire facendo, in poco tempo non solamente da’ pari suoi, ma da’ signori e da’ regi sarà temuto e stimato.
Soranzo. Questo vostro eloquente (se non m’inganna la simiglianza) è il ritratto dell’Aretino.
Brocardo. Io non nomino alcuno; ma chiunque si è, ei non può esser se non grand’uomo.
Un predicatore, fratello del famoso Fausto da Longiano, giungeva sino a dire «che a voler riformare la nazione umana, la natura e Dio non potrebbe ritrovare mezzo migliore, quanto produrre molti Pietri Aretini».
Del resto bisogna considerare la cosa un po’ più dall’alto, perchè, o io m’inganno, o di ben altro si tratta che della particolare tristizia di messer Pietro. I contemporanei non seppero intendere perchè i principi si mostrassero così benevoli a un uomo che si gloriava di chiamarsi loro flagello, e si facessero suoi tributarii: l’Aretino stesso, probabilmente, non riuscì a darsi pieno conto del fatto; ma noi possiamo intenderlo meglio di loro e di lui. Non vi accorgete che una nuova cosa era nata nel mondo? Francesco I che lo sollecita ad andarsene a stare con lui, Carlo V che se lo fa cavalcare a fianco, Giulio III che lo bacia in viso, gli altri tutti che lo colmano di onori e di doni, non s’inchinano propriamente all’Aretino, ma a quella tal cosa, che ancora non ha nome, e che già fa sentir la sua forza. E qual è questa cosa? Non altro che la libera parola, la quale fissata e moltiplicata mediante la stampa, corre traverso il mondo, sparge novelle e giudizii e crea la pubblicità, punge cuori e intelletti e crea la pubblica opinione, si fa insegna, si fa dottrina, provoca le fruttifere discussioni, inizia i rinnovamenti. I principi sentono in confuso che è sorta di mezzo agli uomini una nuova potenza che può travolgere i troni e spezzare gli scettri, e vengono a patti con lei, e cercano di farsela amica. Nell’Aretino essi riconoscono il suo rappresentante; tristo rappresentante, non nego, ma primo. Valga un esempio. Nel 1536 Francesco I tratta di allearsi col Turco per andare addosso a Carlo V. Che fa messer Pietro, allora molto in grazia dell’imperatore? Scrive al re cristianissimo una lunga e impetuosa lettera, in cui, senza tante cerimonie, gli nega il nome di cristianissimo e di re, gli rinfaccia di chiamare in proprio ajuto barbari ribelli a Dio, lo accusa di aver tirato nel core della Cristianità lo coltello ottomanico, lo avverte che non ci sarà principe cristiano il quale, o per zelo di religione, o per timore dell’armi turchesche, non s’armi almen col core contro di lui. Tal lettera non andava al solo re Francesco, andava a tutti i principi, era divulgata per tutto. E quale effetto doveva recare in un tempo in cui era vivo negli animi il sospetto e minacciosa la vicinanza degli infedeli? Questo, di creare una opinione favorevole all’imperatore, ostile al re. Così appunto il re e l’imperatore la intesero; e questi, senza dubbio, largheggiò più che mai col Divino; quegli gli fè donare e promettere perchè non isparlasse di lui[156].
Ora, se è vero tutto ciò, se è vero quanto afferma Michelangelo Buonarroti, e si vede in cento altri modi confermato, che «i Re e gl’Imperatori avevano per somma grazia che la penna dell’Aretino li nominasse»[157], perchè dovremo noi stimare cosa sì rea che l’Aretino volesse dai principi essere sovvenuto nei suoi bisogni, com’egli li sovveniva nei loro? Certo, in far ciò, egli poco si curava della verità, manco della delicatezza e del decoro; ma, ripeto, aveva a trattare con tali che spesso non valevano più di lui, e, ad ogni modo, non faceva opera diversa da quella di un cattivo giornalista dei tempi nostri che dica e disdica, biasimi e lodi a seconda del tornaconto, senza però credersi meritevole di essere additato alle genti quale mostro di scelleratezza. E fu detto, non senza ragione, che Pietro Aretino è il primo dei giornalisti.
Ma non giornalista soltanto. In pro dei suoi clienti egli sapeva adoperarsi con altro ancora che con la penna; nè sono tutti vantamenti bugiardi i suoi quando parla di maneggi condotti a buon fine, di vantaggi da lui procacciati. In alcune sue lettere il duca di Mantova si loda dei buoni uffizii che l’Aretino gli rendeva in Roma con Clemente VII, buoni uffizii confermati dall’ambasciatore Gonzaga; senza l’ajuto dell’Aretino forse il duca Alessandro non diventava genero di Carlo V.