E poi volsi la groppa
E dissi che chi in corte è destinato;
Se non muor santo si muor disperato[145].
Ora, Pietro Aretino non voleva nè morir santo, nè morir disperato. Non voleva essere uno di quei letterati morti d’inedia, di cui fa ricordo Pierio Valeriano, e nemmeno uno di quei cortigianetti spelatini di cui parla in certa lettera a Gerolamo Agnelli[146]: voleva vivere a modo suo, parlare a suo senno, mangiare a sua posta, scialarla il più possibile, e a monsignor Guidiccione, che l’esortava ad andarsene a Roma, scriveva: «Vorrei piuttosto essere confinato in prigione per dieci anni, che stare in palazzo»[147]. Ricordava certo predicatore che «per non si affaticare in disegnar la Corte, mostrò al popolo l’inferno dipinto»[148]. E chi voglia meglio conoscere l’animo di lui in proposito legga la sua Cortegiana e il suo Ragionamento delle corti.
Questo è l’inferno da cui l’Aretino volle redimere anzi tutto sè stesso, e da cui pensò forse di redimere a dirittura le lettere col suo esempio. Egli si vanta di aver trovato il segreto per rendere i signori generosi e graziosi, e di avere con le sue braccia aperta ai dotti una strada, per la quale camminando, possono farsi beffe degl’intrighi e delle insidie signorili. «Io ho scritto ciò che ho scritto», dice in una lettera dei 3 d’aprile del 1537 a messer Giannantonio di Foligno, «per grado della virtù la cui gloria era occupata dalle tenebre dell’avarizia dei signori; ed innanzi ch’io cominciassi a lacerargli il nome, i virtuosi mendicavano le oneste comodità della vita, e se alcun pur si riparava dalle molestie della necessità, otteneva ciò come buffone e non come persona di merito; onde la mia penna armata dei suoi terrori ha fatto sì che essi riconoscendosi hanno raccolti i belli intelletti con isforzata cortesia, la quale odiano più che i disagi»[149].
Ma l’Aretino, non solo amava la libertà, amava anche molto, e forse troppo, quelle oneste comodità della vita di cui ragiona nella lettera testè citata, e le quali poi non sempre erano oneste. Madre natura, bisogna dirlo, l’aveva formato per la vita godereccia, moltiplicando in lui gli appetiti, dandogli una salute di ferro, uno stomaco di struzzo, una giocondità imperturbabile, un gusto accorto, un certo senno alla casalinga, e conservandogli intere negli anni più che maturi tutte le vigorie della giovinezza. Dobbiamo confessare che con una complessione fisica e morale come la sua le difficoltà inseparabili dall’esercizio della virtù si accrescono di molto.
E poi non era egli figliuolo del suo secolo? di quel secolo festaiuolo e gaudente che, come un dissoluto, si logorò nei piaceri? di quel secolo inventore di tutte le squisitezze e fastosità? Egli è l’immagine del secol suo, egli ne raccoglie, ne condensa in sè tutte le inclinazioni e tutti i bisogni: e se godere il più che si può era stato sommo ideale di un pontefice come Leone X, qual meraviglia che fosse di un Pietro Aretino? Nato povero e di vile condizione, egli è tutto pieno degl’istinti della grandezza, e loda coloro, che, pur non essendo principi, vivevano come Gerolamo Rovero, «magnificando la pompa del vestire e la splendidezza del mangiare con nuovi modi di nobiltà»[150], e dice che «l’uomo tanto si prolunga la vita quanto adempisce i suoi desiderii»[151]. Perciò buona tavola, casa signorile, belle donne, conversazione piacevole, ricchi panni, sontuose suppellettili, quanto il lusso richiede, quanto san procacciare le arti, erano cose necessarie al suo vivere. E odiava la povertà, non solo per le privazioni che arreca seco, ma ancora per le angustie che pone intorno all’animo, per quella necessità che ne porta seco di misurare ogni atto e ogni pensiero, e di fare dell’aritmetica minuta la legge e la direttrice della vita; necessità così incresciosa a chiunque sia di spiriti un po’ rigogliosi, così grave a lui, che si faceva beffe di coloro «che dan conto a sè stessi di sè»[152]. Noi potremo biasimare l’Aretino per questo suo modo d’essere, ma dovremo riconoscere in lui l’uomo del Rinascimento.
Rifiutando di vivere in corte, l’Aretino non poteva vivere senza le corti, cioè senza i principi; e muovere i principi a dare non era la più facile cosa del mondo. Io sono ben lungi dal voler giustificare le arti adoperate dall’Aretino per conseguire i suoi fini; ma dico, e parmi sia da tenerne conto, che tali arti parevano allora assai meno riprovevoli di quello pajano ora. L’adulazione era allora in tutte le bocche, tanto più gradita quanto più smaccata, e andava non solo da inferiore a superiore, ma ancora da eguale ad eguale. I più onesti nemmen essi sapevano, o potevano tenersene immuni, e basti ricordare, lasciando ogni altro esempio, le lodi che da un Baldassar Castiglione e da un Lodovico Ariosto ebbe il pessimo cardinale Ippolito d’Este. La ciarlataneria dell’Aretino fu grande certo; ma se c’è un secolo, che a rispetto d’altri, meriti d’essere chiamato il secolo dei ciarlatani, il Cinquecento è quello. Un sentimento esagerato del proprio valore, altro portato, come si sa, di quello spirito della Rinascenza, n’è senza dubbio la prima cagione; ma poi ci si aggiungono il bisogno e la concorrenza che fanno il resto. Ed è concorrenza rabbiosa, giacchè i letterati sono molti e non c’è pane per tutti. Chi non si tira innanzi, chi non grida e non magnifica la sua merce, chi non promette più di quanto possa attenere, corre rischio di morirsi di fame. Il Cinquecento è pieno di queste strane figure d’uomini, che, o si vantano di dare altrui la immortalità coi versi, od ostentano una scienza ignota e trascendentale, o propongono certi loro incomprensibili trovati per acquistare con somma facilità ogni dottrina, o vogliono a dirittura riformare il mondo. Di tutto e in tutti i modi si batteva moneta. Luca Gaurico, che l’Aretino chiama profeta dopo il fatto, si buscava, è vero, per le sue predizioni astrologiche, cinque tratti di corda da Giovanni Bentivoglio; ma, in compenso, da papa Paolo III il vescovado di Civitate, con 300 ducati d’oro di rendita, più una buona pensione e non so che altro. L’Aretino si trovava in buona compagnia, e non mi pare che fosse il primo della brigata, egli, che spesso confessò di non sapere le cose che veramente non sapeva, ed erano più che parecchie. Fausto da Longiano, per esempio, e Giulio Camillo Delminio e Ortensio Lando, per non citarne altri, mi pajono assai più ciarlatani di lui. Vero è che Pietro Aretino ebbe come un presentimento di quella più perfetta ciarlataneria moderna, che, con nome fortunatamente non nostro, si chiama réclame. Notabile a tale proposito una lettera da lui scritta al saltimbanco Modenese, dove lo prega di volere, con la naturale eloquenza largitagli dalla natura, «scampanare del suo nome ben bene»[153].
Si fa un gran carico all’Aretino d’avere usato coi principi, quando l’adulazione non giovava, la maldicenza, e di avere estorto pensioni e regali a parecchi, minacciando i furori della sua lingua e della sua penna. Che egli abbia adoperato così, non si può negare; che così abbia ottenuto gran parte della sua reputazione, è certissimo; ma non è il caso di troppo turbarsene, perchè, a dir vero, il giuoco andava da galeotto a marinaro. I costumi e le usanze dei più di quei principi si conoscono anche troppo, e il fare stentare chi li serviva, e il non attenere mai le promesse, non erano certo i loro maggiori difetti. In verità che l’Aretino fece bene a taglieggiarli, e che facesse bene parve allora a moltissimi, e moltissimi il dissero, e fra gli altri il Dolce, che acerbamente lagnandosi, in certo suo capitolo, dell’avarizia dei principi, esclama:
O Aretino, benedetto voi,