Io non ho bisogno di entrare qui nella disamina di quella sottile scienza d’amore elaborata dal Cinquecento, la quale, se molto ha del sofistico e del fastidioso, e troppe occasioni di chimerizzare senza costrutto porse a moltissimi scioperati, mostra peraltro, in compenso, uno studio spesso meraviglioso dell’animo e degli affetti umani, un’arte in sommo grado penetrativa nello sceverare gli elementi del sentimento. Di ciò si ha la prova, per non parlar d’altri, negli Asolani del Bembo, e nel terzo libro del Cortegiano del Castiglione; ma quel tanto che ho detto basta a fare intendere come, anche per questa parte, il Petrarca dovesse tornare molto accetto alla culta società del Cinquecento, e dovesse inoltre con le sue rime molto efficacemente promuovere in seno ad essa quella dottrina e quell’entusiasmo d’amore. Giacchè fu egli un grandissimo innamorato, del carattere appunto che quella dottrina vagheggia, ed è il suo canzoniere un libro, dove, con arte non mai sorpassata, e non ostante il molto falso che vi si trova, sono analizzati, descritti, chiariti, con osservazione acutissima, con inesauribile copia di pensieri e d’immagini, i fenomeni tutti, o, come allora dicevasi, gli accidenti della passione amorosa. Agli uomini del Cinquecento parve il Petrarca ciò che ancora, e giustamente, pareva all’Alfieri,
Quel sì gentil d’amor, mastro profondo;
e quanti ebbero allora animo aperto all’amore furono necessariamente suoi discepoli. Abbiam veduto che i poeti innamorati usavano il suo linguaggio, e che i vagheggini imbertoniti cantavano i proprii suoi versi. «Come farei io bene uno assassinato d’amore», fa dire l’Aretino all’Istrione, nel Prologo della sua commedia Il Marescalco; «non è Spagnuolo, nè Napolitano, che mi vincesse di copia di sospiri, d’abbondanza di lagrime, e di cerimonia di parole; e tutto pieno di lussuriosi taglietti[26] verrei in campo col paggio dietromi vestito de’ colori donatimi da la diva, e ad ogni passo mi farei forbire le scarpe di terzio pelo, e squassando il pennacchio, con voce sommessa, aggirandomi intorno a le sue mura, biscanterei:
Ogni loco mi attrista ove io non veggio...».
Il qual verso è appunto un verso del Petrarca. Quanto ai trattatisti, dirò così, dell’amore, essi citano ogni momento il nostro poeta come autorità di cui nessun’altra è maggiore.
Così l’Italia s’empieva d’amori alla petrarchesca, in verso e in prosa, e il Sarrazin avrebbe potuto vederci ciò che più tardi vide in Francia, ai funerali del poeta Voiture:
Les Amours d’obligation,
Les Amours d’inclination,
Quantité d’Amours idolâtres,
Une troupe d’Amours folâtres,