Nella più badiale e ricca sede
Stava il Petrarca, ed a man destra Dante
E ’l gran Boccaccio alla sinistra siede[20].
Niccolò Liburnio intitolò Le tre fontane certa sua opera grammaticale fatta sugli esempii di Dante, del Petrarca, del Boccaccio; ma se la fontana principale era per la prosa il Boccaccio, per la poesia era il Petrarca. Anzi il Giovio, nei suoi Elogia, chiama a dirittura il Petrarca italicae linguae conditorem et principem. Le regole della grammatica si cominciarono più particolarmente a fissar sul Petrarca; e anche qui ci troviamo dinanzi, se non primo, certo uno dei primi, messer Pietro Bembo, il quale, se ebbe in sè molti buoni ingegni, non ebbe però mai il sentimento della lingua viva, e in fatto di lingua e di stile aperse una scuola di pedanteria, che da ben poco può dirsi chiusa[21]. Frughi chi ha tempo le molte grammatiche del Cinquecento e vegga il posto e l’officio che vi tiene il Petrarca.
Insomma il Petrarca è maestro e signore, così del vocabolario, come della grammatica, e in suo nome si fanno le leggi, e in suo nome si assolve e si scomunica. Egli è in lingua ciò che San Tommaso in teologia. Ond’è che il Castelvetro, volendo dare in capo al Caro per ragione di quella sua canzone dei Gigli d’oro, comincia asciutto asciutto con un Il Petrarca non userebbe, e ci attacca una filatessa di voci e di modi che pare a lui abbiano dell’eretico. Ma certo non a tutti doveva riuscire agevole l’uso di quelle parole melate e di quelle graziette confettate del Petrarca, e qualcuno se n’aveva da avvedere. E pare se ne avvedesse quello sciocco innamorato di Gerozzo, nella Pinzochera[22] del Lasca, quando invasato dal pensiero della sua bella, si lasciava scappar di bocca: «ch’è di quella ladra, traditora, rubacuori? maledetto sia il Petrarca!» O non dev’egli parere tanto più strano, che in quello sciagurato gergo ch’ebbe nome di lingua jonadattica entrasse l’uso, secondo attesta Nicola Villani[23], di dire anima Petrarca per anima di pietra, come si diceva studiare il Boezio per essere un bue, e leggere il Mattioli per avere del matto?
Perchè il Petrarca non era solamente il grande erudito, il grandissimo poeta; ma era ancora il solennissimo innamorato, il maestro e il dottore di tutti gli innamorati; onde ben a ragione lo chiamava il Domenichi gran maestro per pratica e per scienza di tutti gli affetti amorosi[24]. E qui ci si scopre un’altra e principalissima ragione di simpatia fra il nostro poeta e quegli uomini del Rinascimento.
L’amore, che tiene un gran posto nella vita di tutti i popoli e di tutti i tempi, ne tiene uno grandissimo nella vita italiana del Cinquecento, e ci si presenta con forme e con caratteri che, parte sono generali e comuni, parte sono specifici e proprii. Dico amore e dovrei dire amori; perchè quell’amore è di due maniere, teoretico e pratico; e certo in nessun tempo corse tanta diversità dal teoretico al pratico quanta allora si vede. Che cosa fosse l’amore pratico nel Cinquecento sa chiunque abbia una qualche cognizione dei costumi e della vita di quella età, e può ognuno vederne i documenti e udirne le testimonianze parlanti nella novella, e in molt’altra parte di letteratura contemporanea: amore sensuale e brutale, senza pudore e senza velo; amore che non è altro ormai se non un rigoglio e un impeto di appetiti animali, l’istinto che si sfrena e soverchia. Questo è l’amore che risponde alla furia di godimento ond’è invasata e agitata allora la società italiana, furia che la trascina su tutte le vie della dissolutezza e la esercita in tutte le forme della colpa e del vizio. Una triste istoria che a me non tocca narrare! Ma di contro a questo l’altro amore si leva, l’amore che risponde alla intellettualità fiorita dell’umanesimo ed ha suo luogo fra gl’ideali più elaborati di quella coltura. Già col restaurato platonismo era sorta tutta una dottrina d’amore puro ed etereo, che se in molte parti si rassomiglia a quella dell’amore cavalleresco, se ne distingue e disgiunge pel carattere essenzialmente filosofico de’ presupposti e degli argomenti, e continua e svolge la dottrina degli antichi lirici nostri. Oltre di ciò, data la società del Cinquecento, dati quegli uomini educati in tutte le raffinatezze del pensiero, del sentimento e del costume, non era possibile che per essi non s’indagassero, non si tentassero le forme più immateriali, più delicate, più difficili a reggersi ed a serbarsi, della relazione affettuosa fra l’uno e l’altro sesso. Non era possibile che uomini, il cui animo era aperto ad ogni incanto di bellezza e di venustà, non riuscissero talora a levarsi alla contemplazione serena, non conturbata da grossolanità di appetiti, della bellezza e della venustà muliebre, e a farne obietto di culto. E nei crocchi dove la donna sedeva regina, e dove i più culti intelletti gareggiavano di ingegnosità e di acume, i sentimenti e i pensieri attinenti a quel culto dovevano rivestire le forme più delicate e più peregrine. L’amore, i suoi caratteri, gli effetti, porgevano assai frequente argomento di discorso e di disputa a quelle geniali conversazioni. «L’avervi io conosciuta savia ed ingegnosa più assai che non fu mai Nicostrata, Diotima, o Targelia», scriveva Ottavia Bajarda a Camilla Testa, «mi fa confidente e molto ardita a chiedervi la soluzione di alcuni dubbii che l’altro giorno nella mia casa da ingegnose donne si trattorno»[25]; e seguita con una lunga filza di quesiti d’amore.
Formavasi così quella dottrina artificiosa, e anche parecchio pedantesca, la quale poneva l’amore puramente sensuale e corporeo agl’infimi gradi della scala, l’amore santificato dal matrimonio, nel mezzo, e l’amore ideale o platonico, emancipato dai sensi, e figlio, come dicevasi, di Venere celeste, in sulla cima; e questo poi considerava come causa, nella natura umana, di molte qualità ed operazioni virtuose, e come anello di congiungimento con l’amore divino. Questa dottrina si trova esposta e discussa da innumerevoli autori del Cinquecento, in iscritture di ogni forma e qualità; trattati, dialoghi, ragionamenti, lezioni, commentarii. E questi autori sono varii di condizione e d’ingegno, filosofi, storici, novellatori, poeti, cortigiane: sì, persino cortigiane, giacchè la celebratissima Tullia di Aragona scrisse un dialogo della infinità di questo amore, lei che pur aveva dell’altro sì pertinente ed ampia cognizione. Al quale proposito è da notare che la stessa grande, anzi eccessiva depravazione dei costumi, contribuì forse a far sorgere, o a dar risalto, per ragion di contrasto, a questo amore puro e spirituale. Così in tempi di corruzion soverchiante viene in onore la letteratura pastorale, e l’arte gode di porre a riscontro della turpitudine della vita reale la innocente serenità dell’idillio. L’amor trascedente si accompagna in assai facile modo con la scostumatezza.
Del resto andrebbe errato chi credesse che questo amore fosse cosa assolutamente ed esclusivamente teoretica, vivesse soltanto nei ragionamenti e nei libri, e non avesse anche nella vita il suo luogo. Si contan sulle dita gli scrittori del Cinquecento che non abbian vantato in vita loro alcuno amore purissimo e santissimo: e sappiam che le donne più illustri allora per beltà, senno, e illibatezza di costumi, ebbero tutte una corte di adoratori ossequenti, che si contentarono di adorarle e di celebrarle.
Certo, molti di questi amori, anzi la grandissima parte, furono tutti di testa, furono un’eleganza tra l’altre eleganze, furono una ostentazione, o una divisa, che non aveva nulla di vero, fuori delle parole che la esprimeva; molti altri furono men puri che non piacque agl’interessati di dire; ma ce ne fu pure qualcuno di reale e di sincero: basterà ricordare per tutti l’amore che per Vittoria Colonna nutrì la maschia anima di Michelangelo. Di molti di quei pretesi innamorati platonici e lodatori dell’amor platonico, sappiamo che nella vita pratica indulsero a tutt’altre voglie che non son quelle da essi ostentate nelle loro scritture; ma noi siamo pure in grado d’intendere come uomini dissoluti, che senza ritegno alcuno appagavano i sensi, potessero, ajutati da felice coltura di mente, in certi tempi e condizioni, compiacersi di un amor peregrino e puro, con quel sentimento medesimo con cui si compiacevano dei più squisiti miracoli d’arte; potessero fregiarsene e insuperbirne.