E chi al mondo sospirò più di messer Francesco? Così la cortigiania favoriva il petrarchismo, non meno con le sue tendenze cattive che con le buone.

Si capisce come il Petrarca, riconosciuto maestro insuperabile e modello unico della poesia lirica, dovesse tirarsi dietro a rimorchio, oltre agli ingegni migliori, anche un infinito popolo di poetastri e poetucoli da strapazzo, pei quali la imitazione era ineluttabile necessità, mentre per gli altri, almeno sino ad un certo punto, era libera elezione. La molta e diffusa coltura, se reca alla società cui appartiene benefizii grandi e molteplici, reca pur qualche danno, fra gli altri quello di promuovere e di stimolare un dilettantismo non sempre di buona lega. Ciò si vede in ispecial modo in quel secolo XVI, nel quale la smania di passare per letterato, d’imbrattar fogli e di stampar libri, assume il carattere di una vera e propria epidemia. Aggiungasi che il mecenatismo, falso o sincero, dei tempi, suscitava molte facili speranze, e faceva seguaci delle muse molti ch’erano nati per la striglia, e pur vagheggiavano il pane con poca fatica lucrato, gli onori e i favori delle Corti. Per tacere degli altri, i poeti, o direm meglio, i verseggiatori di quel secolo sono come l’arene del mare. Può far Domenedio che i poeti ci diluvino come i Luterani? esclama l’Aretino nel prologo della Cortegiana. E nella commedia[17] ricorda un Cinotto, un Casto da Bologna, un prete Marco da Lodi, e nel Capitolo all’Albicante un fra Porro, tutti d’una buccia e d’un midollo. Alcuni, come il Querno, il Baraballo, il Brittonio, il Gazoldo, riuscirono per singolare concorso di casi, a tramandare ai posteri un nome vituperato; ma quanti altri mai affondarono irrevocabilmente nel mar dell’oblio? quanti vissero e morirono senza che il nome loro uscisse fuori di quei tristi e luridi tinelli, dove dividevano cogli staffieri e coi mozzi di stalla la scarsa pietanza? E a che cosa doveva riuscire tra le mani di costoro il Petrarca? Contro uno di questi, certo Eufrosino Lapini, si scaglia con un veemente sonetto il Lasca:

Oh gran gagliofferia,

Veder le vostre goffe e fredde stanze,

Piene di passerotti e discordanze;

E per belle creanze

Metter quei versi del Petrarca in guisa

Che chi li legge crepa delle risa!

Ma il Petrarca non era solamente l’oracolo della poesia; era ancora l’oracolo della lingua. E perchè? Anche di ciò la ragione è da cercare nella coltura del nostro Rinascimento. Di mezzo a quella coltura vien fuori quel particolar gusto, quel complesso di opinioni e di indirizzi, quella suscettività e intolleranza in materia di lingua, che formano il purismo. Considerare il purismo nostro non altrimenti che come un fatto di rigidità e di grettezza accademica, solo perchè l’Accademia della Crusca ne fu massima fautrice e tutrice, non è nè ragionevole nè giusto. In sostanza il purismo non è se non la esagerazione e la conseguenza finale di quelle stesse tendenze per cui, in mezzo ad un popolo, viene a formarsi, diversa dalla volgare, la lingua colta, letteraria od aulica che voglia dirsi. Come tale il purismo non è cosa propria della nostra storia letteraria soltanto, ma comune, quando in una, quando in altra forma, a tutte le storie letterarie: sebbene possa tra noi, per le condizioni stesse della coltura nostra, essere riuscito più che altrove fastidioso ed eccessivo. La soverchia raffinatezza, già tendente a leziosaggine, della coltura e del costume, importa, insieme con molt’altre cose, anche una elezione minuziosa, schifa e sofistica nel fatto della lingua, la quale vuolsi rivesta quel carattere di signorile ed inappuntabile eleganza, che è proprio di tutte l’altre cose, e delle forme e dei modi a quella vita appartenenti. Come per veste ed ornamento del corpo si scelgono allora i panni più costosi e più belli, così per veste del pensiero le parole più nobili e più peregrine; e l’uso artificioso che un’arte men degna fa di quei panni, un’arte più degna, o più presuntuosa, fa di quelle parole. Nascono per tal modo ad un tempo la preziosità della lingua e la preziosità dello stile, per cui l’uomo colto e cortigianesco, nel fatto del parlare e dello scrivere, come in ogni altra cosa, si distingue e separa dal volgo. E poichè quel medesimo lavoro di scelta si viene ancora esercitando sulle cose di cui è lecito parlare, e sulle idee che è lecito esprimere all’uomo di finita coltura, e che perciò la materia del discorso si viene restringendo entro una cerchia sempre più angusta, ne segue che tutta quella parte di lingua, la quale risponde a cose e a pensieri non contenuti in tale cerchia, è facilmente considerata come impura, guardata con sospetto, e messa in contumacia, se non rinnegata affatto. Così nasce quella grande smanceria e quella solenne pedanteria che si chiama il purismo, il quale, per una parte di buono che possa avere, ne ha nove di cattivo, e, quando giunga alle ultime sue conseguenze, dissangua la lingua, uccide il pensiero, cancella di sana pianta le cose. E un altro fatto si consideri. L’umanesimo ebbe per lungo tempo in dispregio il volgare; era però naturale che il giorno in cui si piegava a fargli un po’ di posto a canto al greco e al latino, si mostrasse assai schifiltoso e severo, e si desse a cercare, per levarlo a tant’onore, il volgare men volgare che fosse possibile di trovare. L’umanesimo, quanto a lingua, era divenuto assai schizzinoso studiando in Cicerone e in Virgilio, e in tutto oramai recava la tormentosa preoccupazione dell’aureo.

Così stando le cose, qual altro miglior esemplare di lingua poteva scegliere il Cinquecento che il Petrarca, il sempre purgato e sempre manieroso Petrarca, il quale avendo da esprimere i pensieri e i sentimenti più delicati e più nobili, e da ritrarre le cose più piacenti e leggiadre, poteva schiumare, per uso suo, la parte più odorifera e linda del vocabolario, e lasciar tutta l’altra da un canto? Nessuno, certo, almeno per la poesia. Gli è vero che quel grandissimo pedante del Salviati ebbe a dire Dante più puro del Petrarca[18], e che il medesimo disse pure Torquato Tasso[19]; ma questa non era opinione molto cattolica. Gli è vero ancora che accanto al Petrarca si ponevano Dante e il Boccaccio; ma quando si dice accanto, s’intende ai fianchi, egli nel mezzo. Così li vide veramente il Caporali nella reggia di Parnaso: