Se il Petrarca era maestro in materia d’amore, non poteva non essere in materia di bellezza e di leggiadria, egli che aveva celebrata la più leggiadra e la più bella delle donne. In fatti, nei numerosi trattati che il Cinquecento consacrò alla bellezza muliebre, il suo nome è spesso citato, e versi suoi ricorrono con molta frequenza[27].
Ricco di tanta riputazione, e circondato di tanto favore e di sì gran plauso, non è a stupire se il Petrarca vide allora calar sui suoi versi, come stormo d’uccelli alla pastura, un nugolo di espositori e di commentatori, venuti giù dalle gelide plaghe della grammatica e della retorica, e smaniosi di far anatomia di quel bel corpo del Canzoniere. E anche qui noi troviamo ogni fatta d’ingegni e di attitudini. Ecco in prima riga i commentatori grossi, che accaparrano il Canzoniere tutto intero e lo rivendono a lor bell’agio a ritaglio; ecco poi l’infinita schiera degli espositori minuti, che sudano un anno sopra un passo oscuro, recitano in pubblico cinque lezioni sopra un sonetto, scrivono cento pagine sopra un verso. Il famoso sonetto Era il giorno che al sol si scoloraro fece spiritare da quattro generazioni di espositori. Il buon Benedetto Varchi recitava nel 1565, nello studio Fiorentino, la bellezza di otto lezioni sulle così dette Canzoni degli occhi, il che faceva dire ad Alfonso de’ Pazzi:
Le canzoni degli occhi ha letto il Varchi,
Ed ha cavato al gran Petrarca gli occhi.
Ma a che pro moltiplicare gli esempii? Le bibliografie del Rossetti, del Marsand e del Ferrazzi scusano così ingrata fatica. Fatta eccezione di pochi buoni e sensati, tutti coloro che si davan aria di esporre e di commentare son degni d’andarne in ischiera con coloro che si credevano d’imitare; e come uscisse conciato il Petrarca dalle lor mani si può immaginar facilmente. Io dovrò riparlare di loro quando verrò a dire dell’antipetrarchismo: lasciamoli intanto dormire del sonno profondo che giustamente si sono con le loro fatiche acquistato.
Ma non è da passare in tutto senza qualche ricordo un’altra, e non iscarsa schiera di scioperati, formata di coloro che, senza troppo curarsi d’intendere i versi del poeta, si davano ad investigare per entro la vita di lui certe cose ingarbugliate ed oscure, e a muoverci sopra dubbii e questioni. Madonna Laura e l’amore del Petrarca per lei destavano molte e poco discrete curiosità. Nel 1545 ci fu chi pretese d’avere scoperta la tomba della famosissima donna. Alfonso Cambi Importuni si affaticò a ritrovare il giorno e l’ora precisa dell’innamoramento di messer Francesco; un Ludovico Gandino compose una lezione sopra un dubbio come messer Francesco non lodasse Laura espressamente dal naso. Di questi e di altri fa menzione Anton Francesco Doni: «Chi dice de’ versi, chi de’ vocaboli; un altro non vorrebbe che ’l Petrarca avesse fatto i Trionfi, ed a certi non sa buon loro quel verso: Standomi solo un giorno alla fenestra: oltre al combattimento che s’ode far tutto il giorno di Laura divina e di Laura umana[28]».
Ma altre testimonianze ed altre prove ci rimangono del favore grandissimo onde godette il Petrarca nel Cinquecento, degne d’essere rilevate. Se il Canzoniere era cantato, e probabilmente, almeno in parte, saputo a mente dai vagheggini di professione, non poteva poi essere ignorato da una classe di buone persone con cui essi signori vagheggini solevano avere famigliarità molta, voglio dire dalle cortigiane. Noi sappiamo come il Cinquecento riproduca, insieme con molt’altre cose, e fatta ragione di differenze inevitabili, l’etèra antica. Nè ciò avviene per caso. Le cortigiane si risentono allora ancor esse di quella che è condizione comune di tutta la società, e non possono sottrarsi agli influssi della generale coltura. Quella tra esse che si fosse serbata digiuna di ogni studio, che avesse mostrato di non aver sentimento di poesia nè gusto d’arte, avrebbe avuto un’attrattiva di meno e avrebbe scapitato. Perciò noi le vediamo intente a procacciarsi un certo grado di coltura, e, come allora dicevasi, quelle virtù che fanno la persona di più grata conversazione[29]. Avrà ragione l’Aretino, quando fa dire a Ponzio nella Talanta[30]: «Sappi che le ribalde si danno a grattar l’arpicordo, a cicalar del mondo, ed a cantar la solfa, per assassinar meglio altrui, e guai per chi vuole udire, come elleno san ben sonare, ben favellare, e bene ismusicare»; ma fatto sta che esse imparavano a far tali cose e più altre ancora. La famosa Imperia fu coltissima e imparò a far versi da Niccolò Campano, detto lo Strascino. Veronica Franco andò celebre per le sue terze rime, e tutti sanno qual fama acquistasse la già più volte ricordata Tullia.
Nei Ragionamenti[31] dell’Aretino è ricordata una famosa cortigiana romana, conosciuta sotto il curioso nomignolo di Madrema non vuole, la quale, dice l’Antonia, una delle interlocutrici del dialogo, «si fa beffe di ogni uno che non favella a la usanza, e dice che si ha da dire balcone e non finestra, porta e non uscio, tosto e non vaccio, viso e non faccia, cuore e non core, ecc.». E altrove lo stesso Aretino fa dir di lei a un certo Lodovico[32]: «ella mi pare un Tullio, e ha tutto il Petrarca e ’l Boccaccio a mente, e infiniti e bei versi latini di Virgilio e d’Orazio e d’Ovidio e di mille altri autori». Certe lettere pubblicate di recente[33] mostrano quanto alle volte fosse in coteste donne il garbo e il buon gusto, quanta la schiettezza nel modo di pensare e di scrivere, e la (almeno apparente) gentilezza dell’animo. La Tullia abbiam veduto come imitasse anch’ella il Petrarca, e Ludovico Domenichi ricorda una disputa che intorno al Petrarca appunto fecero alcuni gentiluomini in casa di lei[34]; molt’altre di certo lo leggevano, e, ardisco dire, lo gustavano. In Venezia Lucrezia Squarcia si lasciava vedere spesso col Petrarchino in mano, e una Laura sembra si facesse a dirittura chiamare Laura del Petrarca. A una Fulgenzia il buon Andrea Calmo mandava, o fingeva di mandare, in regalo il Canzoniere del Petrarca, il Decamerone e un Libro della ventura, accompagnando il tutto con una lettera, di cui giova riferire il seguente curioso e grazioso passo[35]: «Madona mia speculativa, prudente, e acorta, tantosto che la secretaria di nostri cuori me ha mostrao la vostra polizza, la qual reverentemente averta, e con mille basi onorà, in quel instante anditi a comprar questi tre libri, cusì a mio muodo, cognossando esser al proposito de la vostra complesion, de la vostra natura, e del vostro judizio, e anche per imparar, descorando, qualche bel trattesin, per i nostri debesogni. Adunca vu lezerè el Petrarca, considerando quanta longhezza de anni el portete amor a madona Laura, e quante fatighe, passion, suspiri, lagreme e male note el patite per essa, metandola, in vita, sora de ogni altra creatura amorosa, e in morte può, tegnir conclusion che la sia intel pi bel liogo di beai; sì che credo che vu l’averè molto ben da caro, e tanto pi che, co ’l gustarè, vu butarè da banda quelle vostre fandonie de istorie, e de zanze trivial, minchione, e material; l’altro è le Cento novele del Boccazzo dove fè vostro conto che ’l sia un recetario de tutti i amanti, perchè in quelle diese zornae, ghe se truova el modo da inamorarse, da meter i ordeni, da sconder el so moroso, da scampar via, da far le so vendete co i maridi, da risponder a le sansere, da far la santa, da far la crudel, da far la gofa e breviter da piar tutti i rimedii, da offender e da defenderse, talmente che oltra ste circonstanzie, se fa una lengua elegante, se fa bela creanza, e se fa bonissima memoria; el terzo che ve mando è quel piasevele libro della Ventura, da star con le parente in berta, e anche int’una compagnia de femene, e de omeni; tragando quei tre dai se intende le pi gran stampie, le pi gran zanze, le pi gran busie del mondo».
Quelle fandonie de istorie e zanze trivial sono i romanzi cavallereschi, e certe storie e fiabe popolari in parte ancor vive, di cui nelle sue lettere il Calmo fa assai spesso ricordo[36]. Il libro della ventura è forse quello intitolato Bugiardello, che dovette avere gran voga[37].
Ma torniamo al Petrarca. Racconta il Giraldi Cinzio in una delle sue novelle, che un certo ascolano, innamoratosi di una bellissima cortigiana di Napoli, per nome Nea, non avendo denari da poterle dare, «si diede a comporre versi di varie maniere, a sembianza del Petrarca, come quegli che di acuto e di gentilissimo ingegno era, e recitando a costei quando un mandriale, e quando un sonetto, e quando una canzona, e quando un’altra cosa a sua lode composta, le prometteva, s’ella di lei il compiaceva, di allogarla nel seno della immortalità». Ma, soggiunge il buon novelliere: «era di tal natura costei, che se vi fosse ito il Petrarca accompagnato da Apolline e dalle muse, e non vi fosse ito colle mani piene,» non avrebbe potuto averne il più picciol favore[38].