Forse il Petrarca non avrebbe troppo arricciato il naso vedendo il suo canzoniere tra le mani di così fatte donne, e sentendo ripetere dalle lor labbra alcuno dei sonetti da lui composti per la divina sua Laura; ma non so poi che cosa avrebbe detto, se gli fosse toccato di leggere certo capitolo, dove Lodovico Dolce fa sperticatissime lodi di un suo ragazzo (κίναιδος in greco), dicendo, tra l’altro:

Avea il Petrarca e gli Asolani a mente,

E a tempo e loco, s’io gliel comandava,

Sguainava un sonettin leggiadramente[39];

e se avesse udito Fidenzio Glottocrisio Ludimagistro tradurre in versi pedanteschi il primo sonetto del Canzoniere per offrirlo al leggiadro Camillo, acerbo lanista del suo cuore. Povero messer Francesco, via!

Il Petrarca era dunque in tutte le mani e in tutti i luoghi. Frequentava le aule dei palazzi coi cortigiani; girava per le vie in compagnia di melici spasimanti; entrava nella scuola sotto la magistrale zimarra dei retori e dei grammatici; penetrava in chiesa con la canzone Vergine bella che di sol vestita; saliva sul pulpito coi predicatori che citavano a gara i detti e i versi sentenziosi di lui, e, senza troppo confondersi, dava una capatina sino negli spogliatoi delle etère in voga. Nè finisce qui: noi lo incontriamo ancora in luoghi che parrebbero meno acconci all’indole ed all’umor suo. Ranuccio Farnese, trovandosi accampato, co’ suoi cavalleggieri, non molto dopo il sacco di Roma, sotto Viterbo, un giorno, finito di desinare, prese in mano il Canzoniere, e molto galantemente ne lesse parecchie rime ai commensali[40]. Anche sul teatro ebbe a mostrarsi il buon Petrarca, giacchè nel 1579, in Venezia, i comici Gelosi lo fecero comparir sulla scena per recitar le lodi del Groto[41]. E probabilmente capitò in altri luoghi ancora, ed entrò nella botteguccia dell’artigiano e si strofinò alle panche dell’osteria, perchè Niccolò Franco, il gran nemico dell’Aretino, così dice parlando di lui nel suo dialogo intitolato Il Petrarchista: «l’opra sua (intendi il Canzoniere) è venuta a tale che approvata per un comune conforto di tutte le qualità, si vede ne le mani fin de la plebe, la quale de le sue cose sa rendere buona ragione»[42].

Se il Petrarca aveva, nella vita cortigianesca, la parte che s’è veduto, non parrà strano che versi suoi si togliessero per farne motti ed imprese. Il Domenichi reca questa impresa di Alessandro Piccolomini:

Sotto la fè del cielo, all’aer chiaro.

Tempo non mi parea da far riparo[43].

Scipione Ammirato, nel suo dialogo Il Rota, ricorda un cavaliere che aveva tolto per impresa un albero, i cui rami rompevansi sotto il carico dei frutti, e cui accompagnava il verso del Petrarca: