Povero sol per troppo averne copia[44].

Ed altre se ne potrebbero notare. Sembra inoltre che certi luoghi del Canzoniere suggerissero nuove maniere di giuochi alle brigate gaje e cortesi[45].

Ma una possente ajutatrice del petrarchismo fu senza dubbio la musica. Abbiam già veduto che gl’innamorati bellimbusti andavan cantando versi del Canzoniere in omaggio delle loro belle, e, naturalmente, il cantarli era occasione e cagione dello apprenderli a mente. Ma questo Petrarca in musica non era cosa da bellimbusti soltanto. È noto come nel Cinquecento, insieme con tutte le altre arti che abbelliscon la vita, e il cui esercizio orna la persona, venga in grande onore anche la musica. Lo studiarla ed il coltivarla era proprio di quanti, uomini o donne, si piccavano di fine educazion cortigiana; e si ricordano gli esempii di quegli artisti celeberrimi che all’esercizio di molte e svariate arti, pittura, scultura, architettura, sentirono il bisogno allora di aggiungere anche quello della musica, accompagnata spesso con la poesia. Studiava musica persino un Benvenuto Cellini, uomo certo non molto ossequente alle leggi del vivere cortigianesco. Il conte Lodovico da Canossa dice nel libro di Baldassar Castiglione[46]: «Signori... avete a sapere ch’io non mi contento del Cortegiano, se egli non è ancor musico, e se, oltre allo intendere ed esser sicuro a libro, non sa di varii instrumenti». E seguita parlando accortamente dei pregi della musica e della potenza che essa ha in penetrar gli animi teneri e molli delle donne[47]. Si vede subito quale stretta relazione la musica, specialmente vocale, dovesse avere, non solamente con gli eleganti costumi e col gusto fine del tempo, ma ancora, e più, col donneare cortigianesco e con l’amore. Si cantano versi d’amore per le vie, e sotto i balconi delle innamorate, la notte; si cantano nell’aule sfarzose dei palazzi, alla luce abbagliante dei doppieri; si cantano nei grati ozii delle ville, sotto l’ombre ospitali; e spesso chi canta è egli stesso autore della musica e dei versi, è preso dalla passione che sfoga o palesa col canto, come quell’Antonio Bologna di cui narra il Bandello[48]. Tutta Italia risuona dei melodici languori del madrigale. Come mai non si sarebbe pensato a vestire di note i versi del più musicale dei poeti e del maggiore fra gli spasimati d’amore?

Lo stesso Petrarca componeva le sue rime al suono del liuto, e ciò spiega, almeno in parte, quella grande soavità che ci si sente. Cominciarono subito a metterle in musica i contemporanei di lui, e tra gli altri si fa ricordo di Jacopo da Bologna, che intonò, come allora dicevasi, il madrigale Non al suo amante più Diana piacque[49]. Si seguitò a fare lo stesso nel Quattrocento, finchè, sopravvenuta la Rinascenza piena e fiorita, l’universal culto che si rendeva al Petrarca ebbe a mostrarsi, più assai che non si fosse fatto in passato, anche con le forme della musica. Ed ecco tutta una schiera di compositori esercitar l’arte loro sui versi di lui. Certo, si preferivano i madrigali, perchè il madrigale era considerato componimento musicale per eccellenza; ma non per ciò si lasciavano l’altre rime. In una sua Orazione al cardinale Pisani, quel curioso ingegno del Ruzzante finge che un contadino del Padovano vegga, tra il sonno e la veglia, il Petrarca (Cecco Spetrarca) che lo manda appunto a quel cardinale, per indurlo a non gettar giù la casa del poeta in Padova, come aveva intenzione di fare, per ingrandire la Cattedrale. Parlando della camera in cui era il ritratto del Petrarca, il contadino dice: «E tanto pì l’è vero quel ch’à ve dighe, que in quella cambaretta ello ghe fè una bona parte de quiggi smardegalle (intendi madrigali), que sti zovegnatti spua grosso dal tempo d’anchuò va scantuzzando tutto el dì». Ma molt’altre cose si mettevano in musica in quel secolo, come mottetti, ballate, ottave, sonetti, per non parlare delle villotte alla padovana, delle canzoni alla villanesca, delle canzoni alla napolitana, ecc. I sonetti, cosa che importa a noi di notare, godevano di molto favore, e persino il Folengo narra nel Baldo[50], come per passar la noja del viaggio, i quattro eroi, Rubino, Falchetto, Cingar e Baldo, andassero appunto cantando sonetti:

Quatuor hi varios pergunt cantando sonettos.

Non ci dice se fossero del Petrarca; ma è certo che molti di quelli del Petrarca, e forse tutti, furono messi in musica, e il simile si fece delle ballate, delle sestine, delle canzoni. Sì, persino delle canzoni, le quali confrontate con le nostre romanze, potrebbero a noi parere alle volte un po’ lunghette. Già alcune se ne trovano messe in musica dal celebre Bartolomeo Tromboncino, che Pietro Aretino ricorda come vivo nel prologo della Talanta[51], e, tra l’altre, le due che cominciano: Sì è debile il filo a cui s’attene, e Che debbo io far? che mi consigli Amore? E queste stesse, e molt’altre, insieme con sonetti, ballate, sestine e madrigali, si trovano musicate da Vincenzo Ruffo, da Francesco Orso, da Stefano Rossetti, da Teodoro Riccio, dal celebre Cipriano Van Rore e da altri molti. E non solo le rime d’amore furono messe in musica, ma anche le altre: così Teodoro Riccio intonò la famosa canzone Italia mia, e Cipriano Van Rore vestì di note il terribile sonetto Fontana di dolore, albergo d’ira. Ma le rime d’amore erano certamente preferite, e chi sa quante volte la gemebonda canzone, o il sospiroso sonetto dell’innamorato poeta, cantati da una voce commossa, al fremer soave di un liuto, furono galeotti di nuovi amori, e principio, pur troppo, di nuovi canzonieri. Del resto, giova avvertirlo, molt’altri versi si mettevano in musica, così volendo quella quasi frenesia musicale dei tempi. «Se non piacciono ai petrarchisti i Serafini», dice Antonfrancesco Doni, «lascingli stare; ci saran bene di quegli che lo impareranno a mente per cantarlo su la cetera, con far le serenate alla druda»[52]. E intende parlare di Serafino Aquilano; ma chi si vuol persuadere che anche in ciò il primato spettava al Petrarca, legga ciò che Luigi Groto narra della sua concittadina Alessandra Lardi, cantatrice insuperabile e divina (morta nel 1568), la quale cantando rime del poeta intonate da Francesco Adriani, rapiva, ammaliava, faceva andare in visibilio la gente[53].

E un’altr’arte s’inspirava dal sommo poeta, la pittura. Si moltiplicarono in quel secolo i ritratti fatti per mano di dipintori famosi, e Raffaello ne introduceva la immagine nel suo Monte Parnaso, e in un suo quadro la introduceva il Vasari. Perin del Vaga ritraeva la scena della incoronazione in Campidoglio; altri dipinsero il poeta insieme con l’amata sua donna. Assai probabilmente Raffaello trasse dai due Trionfi della Fama e dell’Amore l’idea della Scuola d’Atene e del Monte Parnaso: altri i Trionfi tutti, o alcuni di essi riprodussero col pennello. A vie più glorificare il poeta gareggiavano con la pittura l’altre arti sorelle, la scultura e la incisione.

Primo in tante cose, il Petrarca diventa primo in tutte: nel medio evo si sarebbe fatto senza dubbio di lui un taumaturgo, di lui che ebbe pure a sostenere un’accusa di magia. Perciò non istupiremo, udendo dire al Bembo che il Petrarca piaceva oltre modo, non solamente a coloro che di proposito attendevano a poesia, ma anche a coloro che a tutte le altre arti più si danno o sonosi dati che a questa[54]. Sperone Speroni loda molto l’onestà del Petrarca, e dice che dell’amore egli fece scala al cielo, e che è da tenere non meno per predicatore che per poeta[55]. Pare che il buono Speroni, facendo allora officio di avvocato, non si ricordasse, o non volesse ricordarsi di certe taccherelle che, senza troppo frugare, si possono trovare in dosso anche al poeta canonico. Di uno scrittore così costumato e virtuoso non potevano non occuparsi coloro che attendevano a dare ammaestramenti e norme circa la educazione, e Lodovico Dolce, parlando nel Dialogo della instituzione delle donne[56], per bocca di un certo Flaminio, dei libri volgari che una fanciulla può leggere, esce in queste parole: «Tra quelli, che si debbono fuggire, le novelle del Boccaccio terranno il primo luogo, e tra quelli, che meritano esser letti, saranno i primi il Petrarca e Dante. Nell’uno troveranno, insieme con le bellezze della volgar poesia, e della lingua toscana, esempio di onestissimo e castissimo amore, e nell’altro un eccellente ritratto di tutta la filosofia cristiana». E più oltre[57] la Dorotea, con cui quel Flaminio ragiona, dice appunto di aver letto più volte il Petrarca; mentre non dice altrettanto di Dante. Non so poi se il Dolce facesse qualche riserva per certi luoghi del Canzoniere che diedero molto da meditare a espositori e commentatori, quale, per citarne uno, è quello ove occorrono i notissimi versi:

Con lei foss’io da che si parte il sole,

E non ci vedess’altri che le stelle.