III.

E ora raccostiamoci alla signora Veronica; ma senza occuparci subito dei fatti suoi. Raccostiamoci a lei, entrando in quella Venezia ov’ella nacque, visse e morì, e vediamo un po’ come ci stessero le sue pari.

Dice Niccolò Franco che le meretrici al tempo suo erano a milioni, e Ortensio Lando afferma che a volerle annoverare sarebbe stato «come volere annoverare le stelle del cielo»[469]. Le cortigiane oneste erano certo in numero molto minore; ma ciò non toglie che fossero anch’esse innumerevoli, e come se non bastassero le italiane, ce n’erano di spagnuole, di francesi, di tedesche, di fiamminghe, di greche e d’altre nazioni. In tutta Italia le cortigiane se la facevano bene; ma le città dove più prosperavano erano Roma e Venezia; dopo queste veniva Napoli. L’Aretino chiamò Roma terra da donne, e non a torto. «Dura e mostruosa cosa mi parve», dice il Lando, «che in Roma santa si comportassero tante meretrici, e in tanta stima fussero, e a tante facultà pervenessero, che pajono reine»[470]. Nel dialogo del Pontano intitolato Antonius, uno degli interlocutori, il Suppazio, narra che a stento potè salvarsi in Roma dalle mani delle meretrici. Ciò non deve recar meraviglia. Nel 1488 Innocenzo VIII aveva bensì vietato ai preti di tenere macellerie, taverne, bische e lupanari, e di farsi, per denaro, mezzani di meretrici[471]; ma non perciò era scemato il numero di queste. Stando a ciò che dice Stefano Infessura nel suo Diario, le meretrici in Roma raggiungevano, circa il 1490, il numero di 6800, exceptis illis quae in concubinatu sunt et illis quae non sunt publice sed secreto[472]. La tracotanza e sfacciataggine loro passava ogni termine. Il Burchard ricorda che il giorno 28 di agosto del 1497, ricorrendo la festa di Sant’Agostino, e celebrandosi per ciò nella chiesa che da lui prende il nome una messa solenne, pubbliche meretrici ed altre vili persone ingombrarono tutto il luogo fra i cardinali e l’altare, il che sturbò molto le sante funzioni. Ai tempi di Leone X cortigiane abitavano in case appartenenti a chiese e conventi; in altre erano uscio a uscio con chierici e persino con vescovi. I cardinali cui Paolo III commise di proporre le riforme che conveniva introdurre nella Chiesa in generale, e in quella di Roma in particolare, lamentavano che nella eterna città le donne di mala vita alloggiassero con pompa eccessiva, e passeggiassero per le strade sopra magnifiche mule, accompagnate dai famigli dei cardinali e da chierici. Abbiamo già veduto che effetto sortissero i rigori di Pio V: gli è che le cortigiane formavano una delle principali attrattive della corte di Roma. Un anonimo, pentito d’averla lasciata, quella corte, diceva in un capitolo al Como[473]:

Onde v’esorto, quant’i’ posso, a starvi

Altri vinticinqu’anni, e più ancora,

Se più potete e volete restarvi.

Ch’egli è un bel piacer in men d’un’ora

Trarsi di testa mille volte, e fare

Per Banchi il Giorgio in groppa alla Signora;

e lo lodava d’essersi scelto due stelle, Angela del Moro e la Flaminia, che veramente sono tra quelle più spesso ricordate dai contemporanei[474].