So che il sapete voi senza ch’io ’l scriva[444].

Ogni po’, gli è vero, quando in uno e quando in un altro luogo, principi e magistrati si avvedevano che le cortigiane prosperavano troppo, imbaldanzivano troppo, facevano troppa gazzarra, e allora, in fretta e in furia, mandavano fuori, a reprimere gli abusi, nuove leggi e nuovi regolamenti, o rinnovavano gli antichi e disusati; ma cotali rigori duravano poco, e non colpivano, di solito, le cortigiane d’alto paraggio, le cortigiane oneste, o se pur le colpivano, non mancavano protettori possenti, e intercessori zelanti, che le toglievan fuori di quelle pressure e guadagnavano loro immunità e privilegi[445]. Un canto carnascialesco di Guglielmo detto il Giuggiola ci mostra le minori cortigiane di Firenze assai indispettite, perchè offese nelle persone e negli interessi da rigori e da vessazioni cui non sottostavan le ricche[446]. Pio V, pontefice santo, dopo avere afflitte le cortigiane di Roma con varii provvedimenti assai rigorosi, volle da ultimo sfrattassero in tutto dalla città: le poverette diedero principio all’esodo doloroso; ma allora, scrive l’Orator Paolo Tiepolo, quelli «del governo della città dubitando, che ella in gran parte non si disabitasse, chiamorno marti il conseglio del populo, e dopo aver discorso sopra questa materia elessero forse quaranta di loro, che andassero a parlarne a Sua Santità per rimoverla da questo pensiero», come lo rimossero poi veramente, almeno in parte. Dice Paolo Tiepolo che secondo il computo fatto, tra per le cortigiane, tra per coloro che le avrebbero seguitate, la città sarebbesi votata di ben 25000 persone[447]. Molti anni dopo, nel 1614, quando le condizioni della vita italiana erano già profondamente mutate, le monache delle Convertite in Firenze non si facevan riguardo d’intercedere presso il duca Cosimo II perchè lasciasse abitare in qual parte della città fosse loro più a grado le cortigiane ricche, le quali pagavano al convento una tassa cospicua[448].

Persino le leggi penali usavano talvolta alle cortigiane (intendasi sempre le maggiori, le onorate) insolita clemenza. Bisognò che Isabella de Luna passasse tutti i termini della tracotanza, e facesse al maggior magistrato di Roma, cioè al Governatore, uno sfregio sanguinoso, perchè questi si decidesse a punirla con cinquanta staffilate, datele in pubblico, sulle carni nude. Tuttavia, pensando egli, il Governatore, ch’era monsignor de’ Rossi, vescovo di Pavia, «la delinquente essere femina e meretrice pubblica, non volle in tutto usare quella rigidezza e severità che il caso ricercava»[449]. La onesta Cursetta, di cui, come ho detto, Giovanni Burchard narra la istoria, fu, per una colpa che non istarò a ricordare, menata in giro per la città, vestita di velluto nero, e con le membra interamente libere, mentre il suo complice, un disgraziato moro in vesti femminili, fu menato in processione coi panni alzati e con le braccia legate, fu messo in carcere, fu strozzato, dopo alcun giorno in Campo di Fiore, e finalmente arso, ma solo in parte, perchè di arderlo tutto non permise una gran pioggia che sopravvenne[450]. E qui vuol anche essere ricordato come vigesse l’uso per quasi tutta Italia di donar la vita a quei condannati che fossero domandati per marito da meretrici.

Ciò nondimeno non era tutta rose la vita delle cortigiane. Lasciando stare il tedio, la sazietà, il disgusto, che non si potevano scompagnar dal mestiere, c’erano i soprusi degli amatori prepotenti, c’erano gl’inganni dei truffatori, c’erano infermità vituperose[451], e mille altri pericoli che in quella vita rimescolata potevano sorgere a ogni ora. Quante non si videro improvvisamente spogliate d’ogni loro ricchezza, come quella signora Aquilina Veneziana che il Lasca tentò consolar co’ suoi versi![452]. Quante non furono percosse, ferite, uccise! Le più, dopo avere sguazzato un tempo, cadevano in povertà, e finivano miseramente la vita, all’ospedale, o tramutandosi di cortigiane in mezzane[453], in locandiere, in lavandaie, o a dirittura elemosinando alla porta delle chiese[454]. La Salterella, che pagava ottanta scudi di pigione quand’era in voga, non ne pagava più che sedici nel 1549. La gloriosa Tullia d’Aragona moriva, non povera affatto, ma troppo scaduta dall’antica grandezza, in casa di Matteo Moretti da Parma, oste in Trastevere[455]. La Giulia, che aveva in vita guadagnato tesori, non ha, morta, un quattrino da pagar Caronte[456]. Tante miserie potevano porgere, e porsero in fatto, soggetto acconcio a una specie di componimento che ebbe gran voga in quel secolo, il Lamento[457]. Nel Dialogo di Amore dello Speroni Tullia d’Aragona si lagna forte dei mali ond’è afflitta la vita delle cortigiane, e lagni simili ai suoi udremo dalla bocca di Veronica Franco. Molte, dopo aver battagliato assai cercavano, come la Tullia appunto, rifugio e pace nel matrimonio, e parecchie seguitavano, dopo maritate, a fare la vita di prima[458].

Alcune, come la Imperia, la Fiammetta, la Sgarrettona e Camilla da Fano, ricordate dall’Aretino[459], finirono bene, ricche, in casa propria, lasciando di sè onorata memoria. La Imperia fu seppellita con gran pompa nella cappella di Santa Gregoria in Roma, e sulla sua tomba fu posto questo epitafio, strano un po’ per una chiesa: Imperia cortisana romana quae digna tanto nomine, rarae inter mortales formae specimen dedit. Vixit a. xxvi. d. xii. Obiit mdxi, die xv aug.[460]. Nella chiesa di Sant’Agostino si ammirava la cappella della Fiammetta. Nella biblioteca reale di Monaco si conserva un manoscritto dei tempi di Alessandro VI, intitolato Epitaphia clarissimarum mulierum quae virtute, arte aliqua nota claruerunt: insieme con parecchi epitafii di sante, parecchi ce ne sono di cortigiane illustri[461]. Morta, in età ancor giovane, Maddalena Salterella, Niccolò Martelli, scriveva a messer Albizzo Del Bene: «Io non pensava già, Mag.º M. Albizzo, d’aver così tosto a cangiare stile, avendovi pochi dì fa scritto per le mani del nostro gentilissimo M. Lucantonio Ridolfi e con essa mandatovi una parte delle lodi alla sfortunatissima Sig.ª Maddalena Salterella; della quale nel mezzo di certi umor maligni e cattivi entrò morte nel bel corpo e in pochi giorni ne trionfò allegramente senza una pietà al mondo. L’anima benedetta della quale si gode ora in pace lieta l’eterno bene; e nel vero è stata perdita non piccola, che ogni un dì non si vede un albergo di sì onorati costumi, nè si gusta un trattenimento sì reale accompagniato da mille onesti passatempi pieni di virtuosi effetti, e a me ella è doluta assai, e così come la penna mia le acquistò lodi vivendo, così ora ne ho fatto per memoria quattordici versi, i quali in un sonetto li vi mando. Che ’l Signor Iddio le abbia dato quel riposo che meritavan le sue ottime qualitadi e a noi presti della sua infinita grazia»[462].

Abbiam veduto qual fosse la cortigiana del Cinquecento; è egli vero che ricompare in lei l’etèra greca dei tempi di Pericle e di Alcibiade? Molti dissero risolutamente che sì; taluno negò o dubitò[463]; il vero si è che tra la cortigiana e l’etèra c’è molta conformità, ma c’è pure qualche disformità. La cosa vuol essere esaminata con discrezione, tenendo ben presente che nessun fatto storico, nessuna storica apparizione può mai riprodursi in tutto simile a sè medesima. Se noi paragoniamo la vita delle Imperie, delle Tullie, delle Lucrezie, delle Isabelle, delle Camille del Cinquecento con quella delle Aspasie, delle Frini, delle Mirrine, delle Taidi, delle Glicere antiche, ci accorgiamo subito di molte e notabili somiglianze. Queste son colte, e quelle son colte; queste sono corteggiate da politici, da filosofi, da poeti, e quelle son corteggiate da ogni sorta di letterati e di gentil uomini; parecchie etère furono scrittrici, e scrittrici furono parecchie cortigiane. La somiglianza si stende più oltre e abbraccia certi abiti mentali, certi sentimenti, i costumi, gli artifizii, le azioni. Come le cortigiane, le etère furono glorificate e vituperate. E l’ambiente sociale in cui sorgono e si educano le etère ha ancor esso incontestabilmente molta somiglianza con l’ambiente sociale in cui sorgono e si educano le cortigiane; anzi questo è, in certe parti, e in più vorrebbe essere, la riproduzione di quello. Una matura civiltà è la civiltà greca del quinto secolo avanti Cristo, e una matura civiltà è la civiltà italiana del Cinquecento; ad entrambe tien dietro la decadenza. Parecchie delle condizioni che favorirono l’apparir della etèra si ritrovano nel Cinquecento in Italia, e portano i medesimi effetti. I contemporanei di Pericle e di Alcibiade erano assetati d’ogni bellezza. Ora, la bellezza muliebre, fra tutte la più cara agli uomini, non può essere liberamente e interamente goduta, se non nella etèra, ed è perciò che ad Aspasia incinta e minacciata nella scultoria formosità del suo corpo, l’Areopago ingiunge o permette di scongiurare con una provvida caduta il pericolo. Gli Italiani del Cinquecento sono anch’essi assetati di bellezza, e ci rimangono di quel secolo libri senza numero in cui la bellezza muliebre è descritta, analizzata, ricercata amorosamente nelle sue ragioni e nelle sue leggi. Ai tempi di Pericle e di Alcibiade il matrimonio in Grecia comincia a cadere in discredito; nel Cinquecento in Italia moltissimi lo detestano, moltissimi lo deridono, e i letterati son quasi tutti dell’avviso dell’Aretino, il quale dice la moglie esser peso da lasciare alle spalle d’Atlante. Ora, se il celibato, in genere, tende a suscitare la prostituta, il celibato delle persone colte, dei letterati e degli artisti, tende a suscitare l’etèra e la cortigiana[464].

Ma altre condizioni erano in tutto diverse, e favorivano o più l’etèra o più la cortigiana. La preoccupazione del peccato di carnalità non turbò mai la coscienza dei Greci, e le loro credenze religiose, non solo non contrastavano al meretricio, ma tendevano anzi a promuoverlo, a consacrarlo, come avvertirono molte volte biasimando acremente gli apologeti cristiani dei primi secoli. Da tempo antico in Corinto le prostitute erano in istretta relazione col culto, e una specie di sacra prostituzione si praticava anche in molte altre città della Grecia e dell’Asia Minore. Solone eresse in Atene un tempio a Venere Pandemia. A Lamia e Leena, amiche entrambe di Demetrio Poliorcete, Atene e Tebe consacravano templi sotto la invocazione di Afrodite Lamia e di Afrodite Leena. La etèra, dunque, non offendeva la morale religiosa del tempo suo; per contro la cortigiana offende nel modo più grave la morale religiosa del proprio. Di qui una particolar ragione di biasimo contro di lei, e in lei una particolar ragione d’indegnità. Alle cortigiane era rigorosamente vietato l’esercizio del mestiere nelle feste e nelle vigilie solenni dell’anno. Sapendo di vivere in peccato, esse medesime cercavano, con pratiche religiose, di riscattar l’anima dalle mani del demonio[465]. In Venezia, e certo anche altrove, le cortigiane non si potevano in certa ora del giorno visitare, perchè andavano a udir vespero[466]. Per tutto usavano di confessarsi a Pasqua, e in quella occasione sempre qualcuna se ne convertiva, e ce n’eran di quelle che rinunziavano al mondo e si facevan monache[467]. Fra le lettere dell’Aretino ve n’ha una a certa Angela di Danzica, la quale si ritraeva dalla vita disonesta per maritarsi, disposta piuttosto a servire che a riprendere il tristo mestiere. Paolo IV e Pio V forzavano cortigiane e meretrici volgari ad andare alla predica[468]. Per questo rispetto dunque le etère godevano, dirò così, di una legittimità di cui non potevano godere le cortigiane; ma queste si rifacevano del danno in altro modo, prendendo, cioè, la parte loro di quel culto che il Cinquecento tributò così largamente alla donna. Lodando il canto della Tullia dice il Muzio, in un sonetto, che l’anima, al suono della voce di lei,

Ad ogni uman disio tutta si toglie

E con tutti i pensieri al cielo aspira;

ed Ercole Bentivoglio in un altro sonetto affermava che la presenza della Tullia in Ferrara aveva spento ogni basso pensiero negli eleganti frequentatori di quella corte. Di nessuna etèra dell’antichità fu mai detto altrettanto.