In tutte queste ho molta industria speso;

Se bene, o male, io stessa mi contento.

. . . . . . . . . . . . . . . .

O la favella giornalmente usata,

O qual vi piace idioma prendete

Chè ’n tutti quanti sono esercitata[498].

Sapeva la Veronica di latino? Direi di no, perchè ella non se ne vanta, e perchè appena si trova nelle sue lettere un pajo di frasi latine[499]; ma giova notare che in quel secolo, in cui la lingua di Roma era il fondamento degli studii, e moltissimi riuscivano a parlarla e scriverla correttamente, un pochino se ne appiccicava anche a chi non l’aveva studiata. Tale sarà stato il caso della nostra Veronica, la quale non ignorava punto del resto, e le lettere sue ne fan fede, le storie e le favole dell’antichità, i nomi e i libri degli antichi scrittori, come non ignorava la corrente filosofia de’ suoi tempi. E allo studio sembra portasse passione sincera. Scrivendo a un signor N., che ella dice di amare con affezione infinita, si dice lieta che l’amore, sebbene le procacci molti e aspri tormenti, le dia modo di esercitarsi negli studii umani con spesso scrivere a lui, che n’è tanto assiduo, ed intendente[500]. Amando, ella coltiva la poesia e gli altri studii leggiadri:

Lassa! la notte e ’l dì far prose e versi

Non cesso in varia forma e in vario stile,

Sempre a un oggetto co i pensier conversi[501].