Una delle sue lettere, la XVII, è il più curioso documento che immaginar si possa del gran concetto in che ella ha lo studio e la coltura, e, insieme, dello spirito di quella età singolare. Un giovane, innamoratosi perdutamente di lei, la preme con istanze importune, e nulla ottenendo, dà in ismanie, e vuol partirsi di Venezia. La Veronica molto saviamente lo avverte che s’egli l’ama davvero, poco gli gioverà il partirsi, anzi aumenterà le sue pene, e che, da altra banda, con quell’andar vagando e strepitando giorno e notte nell’importuno assedio della sua servitù, farà poco frutto, attesochè ella ne lo terrà giovane ozioso e vano, inclinato alla ruina dell’appetito più che alla edificazione della ragione. Se vuole avere qualche ragionevole speranza dell’amor di lei, tenga altro modo, viva vita riposata nella tranquillità dello studio, e le faccia vedere spesso il profitto ottenuto nell’essercizio dell’oneste dottrine, chè nessun’altra cosa le può esser più grata di questa. «Voi sapete benissimo, che tra tutti coloro, che pretendono di poter insinuarsi nel mio amore, a me sono estremamente cari quei, che s’affatican nell’essercizio delle discipline, e dell’arti ingenue delle quali (se ben donna di poco sapere, rispetto massimamente alla mia inclinazione, ed al mio desiderio) io sono tanto vaga, e con tanto mio diletto converso con coloro che sanno, per aver occasione ancora d’imparare, che, se la mia fortuna il comportasse, io farei tutta la mia vita, e spenderei tutto ’l mio tempo dolcemente nell’Academie degli uomini virtuosi». Strane meretrici davvero, e non meno strani spasimanti, che dovevano fare un apposito corso di studii e dar con profitto gli esami prima di poter entrar loro in grazia! Le Diotime e le Aspasie del tempo antico non credo chiedessero tanto.
La Veronica aveva, non solo coltura letteraria, ma anche artistica. In un tempo in cui erano così largamente diffusi il senso e il gusto dell’arte, e quando il perfetto cortigiano doveva saper disegnare, ed aver cognizion dell’arte propria del dipingere[502] e dell’altre arti ancora, la perfetta cortigiana doveva ella pure intendersene alquanto e saperne ragionare a proposito. In Venezia, dove erano tante mirabili opere di architettura, di pittura e di scoltura, e tanti sommi artefici, non mancava certo occasione di affinar l’occhio e il giudizio. Nella lettera XXI, la Veronica, che contava tra’ suoi amici il Tintoretto[503], nega risolutamente che gli antichi pittori e scultori sieno stati da più dei moderni. «Io ho sentito dire a galantuomini non poco versati nell’antichità, e di quest’arte intendentissimi, che sono stati ne’ nostri tempi, e sono oggidì pittori e scultori, i quali non solo pareggiare, ma anco preporre si deono agli antichi». Ch’ella poi s’intendesse di musica non occorre quasi avvertire; cantava con molta soavità, e sonava più strumenti. Un ammiratore sconosciuto, di cui non sappiamo altro se non che si chiamava Lorenzo, diceva in un capitolo in dialetto veneziano, inedito e sconosciuto, dopo aver lodato le meravigliose bellezze di lei:
Co dè per solfezar la vose al son,
Co nasce dall’ut re mi fa sol là,
Vu fe mazor miracoli d’Anfion[504].
La Veronica sapeva d’avere ingegno. Ad uomo di grande pregio amato da lei, ma di cui ci è ignoto il nome, scriveva:
Non è d’ingegno indizio oscuro e incerto,
C’ha gusto de le cose più eccellenti.
Conoscer, e stimar il vostro merto[505].
Le lodi assai le piacevano, e gliene venivano d’ogni banda, e non pare le stimasse disdicevoli alla sua condizione, sebbene dicesse talvolta di crederle troppo maggiori del suo merito. A un amico, che le aveva mandato quattro sonetti laudatorii, scriveva ricordando la sodisfazione, che prende ogni cuor veramente nobile del far cortesia, massimamente alle donne[506]. Godeva d’udirsi chiamare d’Adria ninfa gentile, e di veder celebrati, insieme con la bellezza sua, i suoi versi, il suo ingegno, le sue alte maniere; e se a un poeta vinto dal furore ascreo veniva in fantasia di chiamarla