Omnibus obscuras injicit illa manus;

nè Orazio, quando la dipingeva volante sull'ali tenebrose; nè Seneca, quando l'armava di avidi denti.

Nel medio evo la comune credenza, le arti figurative e la poesia concordemente rappresentano la morte sotto forma di scheletro. Armata o disarmata, essa è colei che in un tempo solo annunzia la sentenza, assalta ed uccide. Suoi caratteri sono la orridezza mostruosa, e la malvagità o schernitrice, o crudele. Perchè prevale allora una figurazione così tetra ed orribile? Quale mutazione di credenze e di sentimenti la spiega?

Agli antichi la morte parve cosa naturale, compresa nell'ordine primo e costitutivo dell'universo. Gli dei sono di lor natura immortali; gli uomini sono di lor natura mortali; se pure, come Titone, non ricevono la immortalità in dono dai numi.

Omnia mors poscit. Lex est, non poena perire,

dice un verso attribuito a Seneca. Pei cristiani la morte è appunto il contrario; non una legge, ma una pena. Essa appartiene, non all'ordine, ma al disordine dell'universo. Dio creò l'uomo immortale; e l'uomo si rese mortale, trasgredendo il precetto divino. La morte è il frutto del peccato, il quale fu una ribellione contro la divinità, e conseguentemente una negazion della vita, essendo Iddio la fonte unica d'ogni vita; ed è ancora, in certo qual modo, una creatura del diavolo, poichè il diavolo fu quegli che la introdusse nel mondo e ne la fece signora[329]. I sette peccati capitali sono i sette peccati mortali, e l'eterna dannazione è la seconda morte. Una morte così concepita ed intesa non poteva vestirsi agli occhi degli uomini di sembianze nè belle, nè decorose.

A prima giunta, per altro, non ben si comprende perchè dovesse rivestirle così orribili ed obbrobriose come si vide di poi. Il sentimento che della morte ebbero i primi cristiani fu molto dolce e sereno, tutto irraggiato di speranza e di amore. Morendo per la redenzione degli uomini, Cristo aveva nobilitata la morte, l'aveva purgata dell'antica infamia e fattone quasi una ministra del cielo, come l'angelo dell'antica credenza giudaica: risorgendo vittorioso dal sepolcro, l'aveva spogliata degli antichi terrori, e di regina mutatala in serva. I simboli che fregiano le tombe degli antichi cristiani non lasciano vedere nulla di tetro: sono simboli di speranza e di pace: l'áncora, la colomba, il ramo d'olivo, il pavone, la nave; e le iscrizioni dicono che il defunto dorme, riposa, vive in Dio. I luoghi di sepoltura si chiamano cimiterii, cioè dormitorii, o anche concilia martyrum. «In christianis, mors non est mors, sed dormitio et somnus appellatur», scriveva San Gerolamo in una delle sue epistole. La tomba è propriamente una culla, e il giorno della morte prende il nome di dies natalis. Qual meraviglia se Sant'Ambrogio scrive un trattatello De bono mortis?

Ma a mano a mano che il sentimento religioso si infosca, e sulla speranza prevale il terrore, i simboli perdono dell'antica serenità, le figurazioni della fantasia si pervertono; ed ecco finalmente la morte apparire in figura di scheletro scarnato, o di sformato cadavere, a piedi o a cavallo, armata di falce o di spada, o di clava, o di spiedo; munita di reti o di funi; la quale assalta gli uomini da sola, o a capo di numeroso esercito, li lega, gli strazia, li uccide, oppure, con amaro scherno, dal papa e dall'imperatore all'ultimo paltoniere, li mena in volta negli spaventosi suoi balli. Questa morte è un vero e proprio demonio, uscito primamente dall'inferno; fido alleato e ministro di Satana; un diavolo giustiziere, se vuolsi, ma desideroso di nuocere quanto più può, crudele al pari degli altri diavoli e beffardo com'essi. E tanto è vero ch'essa fu tenuta in conto di un diavolo, che nel tedesco Heldenbuch si vede il pagano Belligan (e secondo la comune credenza del medio evo, i pagani adoravano i diavoli) adorare un idolo della morte. Ciò nondimeno, un ricordo delle serene immaginazioni antiche rimane in quelle gentili leggende ascetiche della età di mezzo, ove si vede la morte dei fratelli di un chiostro essere prenunziata dal fiorire di un giglio, dallo spegnersi di una lampada, dal suono spontaneo delle campane.

La morte ritratta dal Milton nel decimo libro del suo poema è tuttavia la morte mostruosa figurata dalla fantasia de' tempi anteriori. Prima che Satana seducesse gl'incauti ospiti del paradiso, la Colpa, figlia e incestuosa moglie di lui, e la Morte, figliuola d'entrambi, sedevano insieme sul limitare d'Inferno. Compiuta la seduzione, insieme esse muovono alla conquista del mondo, giacchè l'una non può andar senza l'altra. La Morte è come l'ombra della Colpa:

Thou my shade