dice il poeta nella canzone che appunto s'intitola Amore e Morte. Nella quale tre cose son degne di più particolar nota: una certa personificazione e figurazione della morte; un'associazion della morte con l'amore; un intenso desiderio di morte.

La morte è

Bellissima fanciulla,

Dolce a veder, non quale

La si dipinge la codarda gente;

ed è genio divino e benefico che

ogni gran dolore.

Ogni gran male annulla,

e sol esso pietoso dei terreni affanni. Onde il morire non è dolore, ma dolcezza, come già avvertiva il poeta nelle Ricordanze[325], e come più espressamente dirà nel Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie[326]. E l'uomo di alto animo, che sente la gentilezza del morire, al morir non ripugna, ma piega addormentato il volto nel virgineo seno della fanciulla bellissima[327]. E la morte è l'unico fine dell'essere[328].

Quella figurazione della morte non è nuova. I Greci immaginarono una Morte sorella del Sonno (fratello propriamente, come la lingua loro portava), ed ambo i gemelli rappresentarono talvolta in grembo alla Notte, loro madre comune, e la Morte usarono di figurare somigliantissima al Sonno, in sembianza di un giovane genio alato, con nell'una mano una torcia arrovesciata e nell'altra una corona di fiori. Tali, secondo fu primamente avvertito dal Lessing, le rappresentazioni più proprie dell'arte figurativa; ma i poeti diedero assai volte alla morte aspetto tetro e terribile. Nell'Alceste di Euripide essa appare sotto figura di sacrificatore infernale, in veste negra, con un coltello fra le mani. E Ovidio non pensava di sicuro all'avvenente sorella del Sonno quando scriveva il verso: