Dormant sous l'onde diaphane,

Fuis toujours l'œil impur et la main du profane,

Lumière de l'âme, o Beauté!

Il Leopardi non usa del mito come di un tema di supposta credenza; ma ne usa talvolta come di una parabola e di un simbolo, nel quale infonde pensieri e sentimenti moderni; conscio, con lo Schelling, della universa significazione e del perpetuo valore di esso; conscio ancora della duttilità sua, la quale lo pone in grado di ricevere, mutando i tempi e le civiltà, nuova forma e spirito nuovo. Con ciò il Leopardi fa cosa interamente legittima, e praticata da molti poeti di questo secolo, che certamente non furono classicisti. Basti ricordare per tutti Vittore Hugo, del quale è noto il mirabile uso che del mito antico, in più maniere variato, seppe fare nella Légende des siècles e altrove. Di sì fatto uso, del resto, il Leopardi non si giova ne' versi, ma solo in taluna delle prose, quali la Storia del genere umano, il Dialogo di Ercole e di Atlante, la Scommessa di Prometeo; e non è possibile non avvertire la diversità grande che per questo rispetto passa tra lui e alcuni poeti modernissimi, specie inglesi, ne' cui versi il mito ellenico rifiorisce frequente a canto alla leggenda arturiana o alla saga settentrionale.

Delle antiche immagini e dell'antico linguaggio mitologico alcune tracce rimangono nel Leopardi, come per forza di tradizione e di consuetudine. Febo, titania lampa, ciprigna luce, offeso Olimpo, Olimpo che piove a distesa, disperato Erebo, erinni, alto consiglio di numi, troviamo qua e là ne' suoi versi: ma sono rari nantes, formule puramente verbali, che non possono far rivivere il mito, e quasi, passate in una specie di comune linguaggio, più non lo suppongono. Perciò aveva ragione Giuseppe Belloni, quando, proprio nella sua brutta Anti-mitologia, ricordava con lode il nome del Leopardi, come di uno che avesse intese le buone ragioni dei romantici, e s'opponesse alle usanze assurde dei classicisti:

Leopardi,

Forte in alti pensieri, inni già intuona,

Che se fien gravi all'ammollito orecchio

Della plebe vivente, saran fiamma

Alla età che succede; e cammin nuovo