Segna a chiunque la virtude ha cara[385].
E non dimentichiamo che nella Ginestra il poeta si ride della illusione degli uomini che favoleggiarono gli autori delle universe cose discesi in terra per cagion loro, e schernisce i rinovellati sogni; dove, se non manca una frecciata al cristianesimo, non ne manca una nemmeno alla mitologia. E ricordiam di passata che nella Scommessa di Prometeo si parla con assai poca reverenza delle muse e degli altri dei, e che di Prometeo si narra un'avventura troppo più realistica che mitica.
Dopo quanto s'è veduto del sentimento della natura nel Leopardi, parmi si possa legittimamente concludere che quel sentimento ha del romantico assai più che del classico, o dobbiam lasciare di distinguere fra sentimento classico e sentimento romantico della natura. Romantica quella tenerezza accorata, che potrebb'essere una variante del délire champêtre del Rousseau; romantica, più tardi, quella diffidenza angosciosa che il Leopardi manifesta a fronte della natura; e sconosciute, così l'una, come l'altra, agli antichi, sebbene per tutt'altra ragione che quella immaginata dallo Schiller. I classicisti, sebbene si sciacquassero sempre la bocca con quel loro canone dalla imitazione della natura, sentirono, generalmente parlando, la natura assai poco. E qui vien forse opportuna un'altra osservazione. Un uomo del settentrione e un uomo del mezzodì, un germano e un latino, non gustano la natura alla stessa maniera. Quegli sente in più particolar modo ciò che parla all'anima; questi in più particolar modo ciò che parla ai sensi: per il primo la natura è quasi un simbolo o un'allegoria; pel secondo è, sopratutto, una festa e uno spettacolo. Il primo sogna di più; il secondo vede di più. Il sentimento che il Leopardi ha della natura è, parmi, più settentrionale che meridionale, più germanico che latino, e, per ciò appunto, più romantico che classico: ed è curioso notare come in quelle terzine dell'Appressamento della morte, che sono del 1816, tendesse all'ossianico. Che quella quasi adorazione che per la luna ebbe il Leopardi è cosa romanticissima sotto ogni aspetto, non fa quasi bisogno di avvertire, bastando ricordare come le origini di quel nuovo culto sieno legate ai nomi di Ossian, di Edoardo Young e di Werther. Romantica finalmente è, in un certo senso, una delle ragioni che muovono il Leopardi a cercar la natura; ed è quella stessa che già aveva mosso il Rousseau, Werther, lo Chateaubriand, Obermann, ecc., e cioè l'avversione all'umano consorzio e il disgusto della civiltà.
Fermiamoci a considerare un istante questo sentimento. La misantropia non fu trovata certo dai moderni; anzi doveva già essere antica nel mondo quando l'ateniese Timone ne diede un esempio rimasto memorabile nelle storie. I cristiani, più tardi, trovarono modo di conciliarla con l'amor del prossimo, e nei deserti e nei chiostri se ne fecero strumento e via di salute. I sentimenti umani hanno tutti uno svolgimento e una storia, ma è disagevole talvolta conoscerne le variazioni e seguirne i trapassi. E così di questo sentimento della misantropia. Direi che nel pagano antico esso dovesse nascere di regola da esperienza di nocumento sofferto nella persona o negli averi, o da timore di tal nocumento. Plutarco e Luciano ci rappresentano Timone spinto alla misantropia dalla ingratitudine e malvagità degli amici. Nel cristiano nasceva piuttosto da timore di seduzione e di contaminazione. Quoties inter homines fui, minor homo redii, lasciò scritto Seneca, che doveva, nella leggenda, diventare un amico di San Paolo, e quasi un seguace della dottrina dell'Evangelo. Il cristiano, certo, non odiò il proprio simile, ma lo temè, come quello che poteva toglierlo a Dio, e s'allontanò volentieri dalla creatura per meglio accostarsi al creatore; e son senza numero quegli asceti che abbandonarono i genitori, il conjuge, i figliuoli per essere più sicuri di ritrovarsi con loro nel regno dei cieli. L'uomo moderno, divenuto troppo eccitabile e sensitivo, e diciam pure troppo soggettivo, pare che de' proprii simili tema più che altro il rude e disaggradevole contatto, e si offenda della disformità loro, e aborrisca da quella conversazione che lo toglie a sè stesso e non lo lascia gustare tutto quel godimento di sè, di cui posson farlo capace l'alta e squisita cultura, la contemplazione e l'analisi. Facilmente ancora egli s'immagina d'essere troppo superiore a quella condizione di civiltà e a quelle istituzioni in mezzo alle quali la fortuna l'ha fatto nascere, e prende a disamare un consorzio pel quale stima di non essere fatto, immaginandone un altro più amabile e degno.
Dar giudizio della misantropia del Leopardi non è cosa facile, chè anche per questa parte sono molte contraddizioni nel nostro poeta. Di ventun anno scriveva degli uomini: «Vorrei non conoscerli, così scellerati come sono»[386]. Più tardi, per bocca di Tristano, giudicava gli uomini «codardi, deboli, d'animo ignobile e angusto»[387]: e, rinnovando la sentenza dell'Hobbes, diceva la vita sociale una lotta di ciascuno contro tutti e di tutti contro ciascuno[388]; e che la natura ha inspirato negli animali l'odio de' proprii simili, e che naturalmente l'animale odia il suo simile[389]. Il Dialogo di Ercole e di Atlante è tutto in disprezzo delle cose umane; la Scommessa di Prometeo vuol fare intendere che l'uomo è il più imperfetto, malvagio e spregevole degli esseri creati. Il poeta chiama il proprio secolo il secolo della morte[390], deride i trovati e le macchine[391], dice il mondo presente essere nelle mani dei mediocri[392], anzi tenere il campo la nullità[393], si burla della sapienza dei giornali, delle masse, della perfettibilità infinita, delle scienze economiche, morali e politiche e di tutte le altre belle creazioni di questo secolo di ragazzi[394]. Definito «il mondo una lega di birbanti contro gli uomini da bene e di vili contro i generosi[395],» voleva guerra ad oltranza; e già sino dal giugno del 1821 aveva scritto al Brighenti: «Ciascuno è nemico di ciascuno e dalla sua parte non ha altri che sè stesso... Del resto, o vinto, o vincitore, non bisogna stancarsi mai di combattere e lottare e insultare e calpestare chiunque vi ceda anche per un momento... Il mondo è fatto al rovescio, come quei dannati di Dante... E ben sarebbe più ridicolo il volerlo raddrizzare, che il contentarsi di stare a guardarlo e fischiarlo»[396]. E chi sa quant'altro ci sarebbe da aggiungere se si conoscessero quelle parecchie centurie di Pensieri che rimangono ancora inedite e occulte.
Ma a questi giudizii e a questi sfoghi altri se ne possono opporre di carattere affatto contrario. Il 17 dicembre 1819 scriveva al Giordani: «Era un tempo che la malvagità umana e le sciagure della virtù mi movevano a sdegno, e il dolore nasceva dalla considerazione della scelleraggine. Ma ora io piango l'infelicità degli schiavi e de' tiranni, degli oppressi e degli oppressori, de' buoni e de' cattivi; e nella mia tristezza non è più scintilla d'ira, e questa vita non mi par più degna di esser contesa»[397]. Negli sciolti al Pepoli biasima l'egoismo. Nel Dialogo di Timandro e di Eleandro dice di non poter odiare nessuno, nemmeno chi l'offende, anzi di essere «del tutto inabile e impenetrabile all'odio»[398]. In una lettera al Brighenti si legge: «Ma viviamo, giacchè dobbiamo vivere, e confortiamoci scambievolmente, e amiamoci di cuore, chè forse è la miglior fortuna di questo mondo. La freddezza e l'egoismo d'oggidì, l'ambizione, l'interesse, la perfidia, l'insensibilità delle donne che io definisco un animale senza cuore, sono cose che mi spaventano»[399]. E nel XXXII dei Pensieri si dice che chi ha più intelletto ed esperienza meno disprezza; che sciocchi sono coloro i quali per troppa stima di sè disprezzano gli altri; e che «l'uso del mondo insegna più a pregiare che a dispregiare». Quale luogo l'idea umanitaria tenga nella Ginestra non è bisogno di ricordare: bensì parmi voglia essere ricordato che pel Leopardi, come per lo Shelley, unico fondamento della morale è la simpatia, che nasce dalla sensitività.
Contraddizioni in tutto simili a queste sono frequentissime nei romantici, a cominciare da quel Gian Giacomo Rousseau che del romanticismo dee dirsi il massimo institutore: e nel romanticismo sono da distinguere come due correnti, che talvolta vanno disgiunte e in direzioni contrarie, tal'altra in assai strano modo si confondono insieme; una corrente che diremo filantropica, e una corrente che diremo misantropica. Il bel tenebroso fugge la compagnia de' proprii simili; non parla di essi se non con amarezza e con disdegno; come molti altri degli eroi di quel Byron che difficilmente si potrebbe dire se fu più filantropo che misantropo, o più misantropo che filantropo. René disse: La foule, ce vaste désert d'hommes. Saint-Preux aveva detto: J'entre avec une secrète horreur dans ce vaste désert du monde. E l'Adolphe del Constant soggiunse: «Je ne me trouvais à mon aise que tout seul, et tel est, même à présent, l'effet de cette disposition d'âme, que dans les circonstances les moins importantes, quand je dois choisir entre deux partis, la figure humaine me trouble, et mon mouvement naturel est de la fuir pour délibérer en paix»[400]. Il Leopardi chiama il mondo formidabile deserto[401]. Il nano misterioso di Gualtiero Scott non può sopportare la vista de' proprii simili: il Leopardi accusa la luna se umani aspetti scopre al suo sguardo[402].
Di tale disposizione dell'animo lo stesso Leopardi ebbe a notare alcuna cagione quando disse che gli antichi non considerarono mai «la generalità degli uomini civili, che noi chiamiamo società o mondo», quale «nemica virtù», e «certa corruttrice d'ogni buona indole, e d'ogni animo ben avviato»; e che la educazione presso gli antichi era pubblica e comune; presso i moderni, per contro, segregata e solitaria[403]; e ancora quando disse essersi la stirpe umana, per gl'insegnamenti della verità, dissipata in tanti popoli quanti uomini[404]; ov'è manifesto accenno al soverchiante individualismo. Checchè sia di ciò, certo si è che quella disposizione dell'animo fu propria di moltissimi romantici. Il Taine fa cenno di uno scritto della Edinburg Review dell'ottobre 1802, nel quale si attribuivano comunemente ai romantici «les principes antisociaux et la sensibilité maladive de Rousseau, bref un mécontentement stérile et mysanthropique contre les institutions présentes de la société»[405].
Fu già notata da molti la somiglianza morale che il Leopardi ha con Werther, con René, con Jacopo Ortis, con Obermann, persino con Rolla, e con quanti sono i rappresentanti maggiori di quella modernissima disposizione e temperie d'animo che nel presente secolo fu detta appunto malattia del secolo. Gli è certo che il Leopardi ha comuni con essi molti sentimenti, molti gusti e molte idee; e poichè essi sono, con più o meno consapevolezza di chi gl'immaginò e descrisse, vere e predilette creature del romanticismo, ne viene di conseguenza che anche il Leopardi, se fosse personaggio immaginario anzichè reale, potrebbe essere una creatura del romanticismo. Facciamo una rapida enumerazione di questi altri comuni stati di animo. Trattandosi di cose che ogni colto lettore ha presenti allo spirito, e che nulla hanno d'astruso e di recondito, non sarà necessario d'indugiarsi troppo per via, nè di far molti raffronti.
Ho già toccato della sentimentalità del Leopardi. Se accettiamo la distinzione che lo Schiller fece della poesia ingenua e sentimentale, quella attribuendo agli antichi, questa ai moderni; distinzione che può dar luogo ad alcune obbiezioni, ma che non è nè arbitraria, nè vana; non possiamo non riconoscere che la poesia del Leopardi appartiene piuttosto alla seconda che alla prima specie: e se ricordiamo che la sentimentalità fu sempre considerata come una delle più spiccate qualità dei romantici e dell'arte loro, dovremo pur riconoscere che il Leopardi, per la forma generale e, dirò così, diffusa e vaga del sentimento, è assai più romantico che classico. Gli è vero che una certa forma di sentimentalità fu nel secolo scorso (e pare strano a dire) favorita dalla stessa filosofia della ragione, almeno in quanto voleva essere filosofia umanitaria; ma è da notare altresì che la filosofia del secolo scorso favorì in più maniere il romanticismo, un pezzo prima che questo si stringesse in alleanza con l'idealismo tedesco o col cristianesimo; del che si potrebbero recare le prove, non fosse il rischio di andar troppo per le lunghe. Il Rousseau fu un gran ragionatore, un gran sentimentale e, come s'è detto, uno degl'institutori massimi del romanticismo; e Giuseppe Montani, che fu uno dei romantici nostri più intelligenti e ferventi, fu pure un grandissimo ammiratore del Leopardi, e, come il Leopardi, un discepolo dei filosofi francesi.