Se da questo sentimento generale e diffuso passiamo ai sentimenti specificati e definiti, ne troviamo nel Leopardi parecchi, che certo non appartengono ai soli romantici, dacchè nessun sentimento può tutto appartenere a un tempo solo, a una generazione sola; ma sono, specialmente se contrassegnati da certi caratteri, assai più proprii dei romantici che dei classici.

Della melanconia del Leopardi non dirò altro, avendone già detto a sufficienza in altro luogo. Ricorderò solo che la melanconia dolce; quella che già da oltre mezzo secolo i romantici levavano a cielo con le lodi; quella che lo stesso Goethe gustò con delizia (Wonne der Wehmuth; Trost in Thränen), fu detta dal Leopardi più dolce dell'allegria[406].

Il rimpianto, quello che i francesi dicono regret, non fu molto famigliare agli antichi, i quali, se poco vissero con la fantasia nel futuro, meno ancora vissero nel passato. Ulisse si scioglie in lacrime udendo dalla bocca di Demodoco la propria sua storia; e così Enea, ricordando la patria; ma la loro è commozion viva e passeggiera, che non aduggia l'animo, non lo svigora nel desiderio vano dell'irrevocabile. Ovidio, dal Ponto, evoca senza fine il ricordo di Roma e de' suoi gaudii; ma Ovidio fu detto un romantico del secolo d'Augusto. L'animo del Leopardi si strugge nel rimpianto. Gli antichi ebbero in pregio e in onore, più che ogni altra età della vita, la virilità gagliarda e operosa: i romantici per contro, e con essi il Leopardi, predilessero e celebrarono gli anni in cui più può la illusione, e l'anima, non ancora allacciata e vinta dalla realtà, può abbandonarsi liberamente nelle braccia del sogno. Lo Chateaubriand adorò la propria giovinezza, e inconsolabilmente ne pianse la perdita. Il Leopardi pianse la propria quando, amara e deserta, era ancora presente; la pianse anche più quando fu dileguata; ma sopratutto pianse la fanciullezza e colla fanciullezza disse finita la vita «per tutti quelli che pensano e sentono»[407].

Il Leopardi che patì terribilmente la noja, disse nessuna cosa essere della noja più ragionevole; e che «la noia non è se non di quelli in cui lo spirito è qualche cosa»; e che «la noia è in qualche modo il più sublime dei sentimenti umani»[408]. Opinione che avrebbe scandalizzato un antico, ma non il Pascal[409], non i romantici. Non ci fu quasi romantico che non volesse essere partecipe di questa sublimità. «Je crois que je me suis ennuyé dès le ventre de ma mère», gemeva, non senza compiacimento, lo Chateaubriand; e René: «je ne m'apercevais de mon existence que par un profond sentiment d'ennui». Del tedio della vita, che comincia, si può dire, a prender forma moderna nell'anima di messer Francesco Petrarca, non accade discorrere. Il Leopardi l'ebbe comune con tutta una schiera numerosissima di romantici; e questo sentimento, quanto lo avvicina senza ch'egli se ne avvegga, ai cristiani, tanto lo discosta dai pagani. Il Leopardi non espresse per l'ascetismo cristiano l'ammirazione di cui lo stimò degno lo Schopenhauer; ma giudicò degnissimi di lode i pensieri e le sentenze di Cristo intorno al mondo, e in più particolar modo avvertì: «Il mondo nemico del bene, è un concetto, quanto celebre nel Vangelo, e negli scrittori moderni, tanto o poco meno sconosciuto agli antichi»[410]. E all'ascetismo cristiano lo raccostano ancora l'avversione alla scienza, ch'egli ha comune col Werther, e l'opinione che sia vana, e oziosa veramente, ogni umana operazione.

Se alla sentimentalità vaga e diffusa, al particolar sentimento della natura, al rimpianto abituale, aggiungiamo quel desiderio smanioso ed acuto che il Leopardi ha dell'amore, considerato da lui, e dalla più parte dei romantici, come unica o suprema fonte di felicità sopra la terra, si vede che il Leopardi dà al cuore una preminenza che gli antichi non pensarono a concedergli, e che invece gli fu universalmente conceduta dai romantici. Dai tristi e cari moti del core riconosce il poeta ogni dolcezza di vita;

Da te, mio cor, quest'ultimo

Spirto, e l'ardor natio,

Ogni conforto mio

Solo da te mi vien[411];

e quando gli sembra di non avere più nulla a sperare sopra la terra, dice al proprio cuore: