Il Leopardi s'ammazzò col lavoro, ma col lavoro libero[415]. Il suo esagerato soggettivismo doveva ripugnare ad ogni altra maniera di occupazione, e come quel soggettivismo è romantico, così ancora sono romantici la perpetua preoccupazion di sè stesso e la particolar forma di lirismo che ne derivano. Che più? Se ci abbisogna qualche indizio di satanismo, nemmen questo manca. Tra le carte lasciate dal Ranieri si trova l'appunto di una specie d'invocazione ad Arimane che comincia con le parole: Re delle cose, autor del mondo, e dove il poeta si vanta d'essere stato di Arimane il maggior predicatore e l'apostolo della sua religione[416].
Se molto di romantico troviamo in certi sentimenti e abiti mentali del Leopardi, molto ancora troviamo in certe sue inclinazioni e opinioni, in alcuni giudizii e propositi che più direttamente riflettono la letteratura e l'arte.
Sino dalla prima sua giovinezza egli si mostra risolutamente avverso alla imitazione, e tiene la originalità in grandissimo conto. Ora, che altro facevano i classicisti se non predicar del continuo che gli antichi non potevano essere superati, e che perciò la più savia cosa che i moderni potessero fare era d'imitarli? e che altro i romantici se non gridare che la imitazione rovinava la poesia, e che non è vera poesia dove non è originalità, cioè spontaneità, cioè inspirazione propria e sincera? Il 10 dicembre del 1810 il Leopardi scriveva al Giordani: «Dimmi se l'opera del Monti va innanzi, e il poema dell'Arici se lo stimi da qualche cosa. Io non l'ho già veduto, eccetto alcuni versi. Dico sinceramente che m'hanno confermato nella opinione ch'io n'avea. In sostanza Omero, Virgilio, l'Ariosto, il Tasso hanno scritto poemi eroici, e fatta una strada. Qualunque italiano si metta alla stessa impresa, già non pensa neppure in sogno di correre un altro sentiero. E non dico solamente un altro sentiero in grande, ma neanche nelle minuzie. E quando l'Arici arrivasse anche a darci un altro Tasso, non bastava quello che avevamo?.... In Italia è morta anche la facoltà d'inventare e d'immaginare, che pareva e pare tuttavia così propria della nostra nazione»[417]. Ricordiamoci a questo proposito che il Keats diceva essere l'invenzione la stella polare della poesia, e che lo Shelley definiva la poesia la espressione della immaginativa[418].
Allo stesso Giordani il Leopardi scriveva e riscriveva che tutto era da rifare in Italia in materia di letteratura; la lirica, la quale gli pareva non fosse anco nata tra noi; la tragedia, di cui l'Alfieri aveva insegnata una forma sola; l'eloquenza poetica, letteraria e politica; «la filosofia propria del tempo, la satira, la poesia d'ogni genere accomodata all'età nostra, fino a una lingua e a uno stile, ch'essendo classico e antico, paia moderno e sia facile a intendere e dilettevole così al volgo come ai letterati». Voleva rifatto il di fuori e il di dentro della prosa, e si doleva che la fortuna gli avesse tolto ormai persino la «speranza di mostrare all'Italia qualche cosa ch'ella presentemente non si sappia neanche sognare»[419]. Se ne togliamo quello stile, ch'essendo classico e antico, paja anche moderno[420], che cosa è qui che dovesse spiacere ai romantici? Non dicevano essi per l'appunto che tutto era da rifare in letteratura? E bene o male, che non è da discuterne ora, non rifecero essi, o, almeno, non tentarono di rifare ogni cosa?
L'idea di una letteratura civile non è, di certo, propria de' soli romantici, sebbene appartenga anche a loro; ma si può ben dire che sia tutta loro nei tempi moderni l'idea di una letteratura popolare. Il Leopardi, che giudicava dovere le lettere dipendere dalla filosofia, e credeva non poter essere nazione dove non sia letteratura[421], volle letteratura civile e volle letteratura popolare. Le sue proprie parole tolgono ogni dubbio in proposito. Già in quelle prime sue lettere al Giordani egli accennava ad una letteratura non segregata dal popolo, e al Montani in quello stesso tempo scriveva: «per corona de' nostri mali, dal seicento in poi s'è levato un muro fra i letterati ed il popolo che sempre più s'alza, ed è cosa sconosciuta appresso le altre nazioni. E mentre amiamo tanto i classici, non vogliamo vedere che tutti i classici greci, tutti i classici latini, tutti gl'italiani antichi hanno scritto pel tempo loro, e secondo i bisogni, i desideri, i costumi e sopra tutto il sapere e l'intelligenza de' loro compatriotti e contemporanei»[422]. Il poeta deve scrivere per il volgo, e la letteratura dev'essere utile, ripeteva egli poco di poi[423]; e nel già ricordato disegno di uno scritto sulla condizione delle lettere italiane affermava novamente esser necessario «di render qui, com'è già totalmente altrove, popolare la letteratura vera italiana, adatta e cara alle donne e alle persone non letterate», e batteva sulla «necessità di libri italiani dilettevoli e utili per tutta la nazione»[424]. Perciò parlava con disprezzo di quella letteratura che tutta consisteva in far sonetti e versi latini[425]; e vagheggiava di scrivere libri atti a muovere gl'italiani e rigenerare la patria, vite del Kosciuszko e del Paoli, ecc. Forma molto acconcia a tal fine parevagli quella del romanzo storico e della biografia; e pensava l'autore di sì fatti libri dovere avere tutte le virtù dello storico, senza però volere far opera storica propriamente, ma esortativa, anche ajutandosi colla «possibile piacevolezza dei racconti»[426]. Voleva letteratura dilettevole, parendogli che «il privare gli uomini del dilettevole negli studi» fosse «un vero malefizio al genere umano»[427]. Giunse persino a dissuadere dal far versi, perchè esercizio frivolo e da servire ai tiranni[428]. Veggasi ora se queste opinioni e questi propositi contrastino alla celebre formola: l'utile per iscopo, il vero per soggetto e l'interessante per mezzo[429].
Fu notato da un pezzo che il Consalvo, a cominciare dai nomi dei personaggi (non importa sapere se presi in qualche luogo, e dove), è cosa tutta romantica; e il Carducci scoperse un lembo di romanticismo persino ne' versi alla sorella Paolina. E che diremo di quella Storia di un'anima che il Leopardi avrebbe voluto comporre? Sotto questo titolo di sapore prettamente romantico, doveva venir fuori un «Romanzo che avrebbe poche avventure estrinseche e queste sarebbero delle più ordinarie; ma racconterebbe le vicende interne di un animo nato nobile e tenero, dal tempo delle sue prime ricordanze fino alla morte»[430]. Una specie di Werther, come si vede.
Nella questione della lingua certo non si può dire che il Leopardi consentisse in tutto coi romantici, ma nemmeno si può dire che dissentisse in tutto da loro. Giovanissimo, egli aveva giudicata la lingua italiana sovrana, immensa, onnipotente, di gran lunga superiore alla francese; ma già sentiva, contro la opinion del Giordani, di dovere attingere alle fonti popolari[431]. Più tardi gli entrava qualche dubbio circa l'assoluta superiorità della lingua italiana; e contro la comune opinione dei puristi e dei classicisti, s'avvedeva «che anche la notizia di più linghe conferisce mirabilmente alla facilità, chiarezza e precisione del concepire»[432]; e pensava di scrivere un libro intorno alle lingue meridionali, cioè greca, latina, italiana, francese e spagnuola, e di farlo con criterii di filosofo e non di cruscante. Gli era venuto a grandissima noja quell'eterno battagliare che si faceva in Italia intorno alla lingua senza risolver mai nulla, e si raccomandava allo Stella perchè non lasciasse sapere a nessuno che gli compendiava il Cinonio, temendone infamia di pedante, e d'esser posto dal pubblico «onninamente, e per viva forza, in quella classe, dalla quale», con le parole e con gli scritti, aveva «tanto cercato di separarsi»[433]. Sentiva, ciò nondimeno, il gran bisogno che l'Italia avesse una lingua adatta ai tempi e alle necessità della nazione; onde, mentre voleva che gli scrittori d'Italia fossero italiani e non barbari, voleva pure si sciogliessero una buona volta dai lacci di quel purismo che viveva, anzi languiva, segregato dal mondo, e il Vocabolario avessero in conto di consigliere e d'ajutatore, non di tiranno[434]. Del resto, sino dal novembre del 1820, diceva, come avrebbe potuto dire un qualsiasi romantico, che gli studii suoi oramai cadevano, non sulle parole, ma sulle cose[435].
I romantici furono grandi preconizzatori della prosa poetica. Il Leopardi fu d'avviso che la bella prosa dovesse aver sempre del poetico: diceva che nelle operette morali aveva voluto fare poesia in prosa, e considerava come possibile una epopea in cui la prosa fosse adoperata in luogo del verso[436].
Dopo tutto ciò parmi sia da credere che il Leopardi, sebbene scrivesse alla sorella Paolina: «Il 25 luglio 1830 ho rovinata coll'Europa la letteratura per un buon secolo»[437], non fosse poi tanto avverso ai romanticismo; e che veramente non fosse è provato ancora dalle sue relazioni con l'Antologia, e da certi giudizii suoi sopra alcuni dei più grandi scrittori del tempo.
L'Antologia, sebbene desiderasse di conciliare le due scuole contrarie, fu nello spirito e nell'indirizzo essenzialmente romantica, e fece, con più temperanza, in Italia quello che il Globe in Francia. Il Vieusseux stimava, o (ch'è più probabile) diceva di stimare pura questione di parole la questione dei classicisti e dei romantici; ma nella Rassegna da lui diretta sostenevano strenuamente le ragioni della nuova scuola il Montani, che il Lampredi chiamava l'Achille e il Rinaldo dei romantici, il Tommaseo e altri parecchi; e sta di fatto che i giornali letterarii d'allora più fidi alla causa del classicismo, davano assai volentieri addosso all'Antologia, non sempre per ragioni letterarie, a dir vero, ma, insomma, anche per quelle. Sollecitato infinite volte dal Vieusseux a scrivervi come e di che più gli piacesse, il Leopardi nell'Antologia non istampò se non un saggio delle Operette morali[438]; ma non è quasi lettera sua al Vieusseux stesso ove non si leggano grandissime lodi di quello ch'egli apertamente chiamava il miglior giornale d'Italia[439], mentre non celava punto il proprio disprezzo per la Biblioteca Italiana, con la quale ben presto si ruppe, e pel Giornale arcadico, entrambi avversarii fierissimi del romanticismo. Dava ancora grandissime lodi al Tommaseo, prima che si guastassero[440], e al Montani, senza aspettare che questi abjurasse: e il Montani, levando a cielo i versi del Leopardi, malmenati dagli arcadi[441], affermava di udire in essi «la voce di un fratello di Werther»[442]. Il precetto che nell'Antologia dava il Tommaseo, combattendo la mitologia: «scrivere come il cuore li detta; e scrivere a giovamento dei più», non poteva non avere l'assentimento di quel Leopardi di cui abbiamo riferite pur ora parole in tutto consone a queste.