Notinsi ora alcuni giudizii del nostro poeta sopra scrittori contemporanei. Il Goethe, che fu tanto benevolo ai romantici italiani, gli piaceva poco. In una lettera al Puccinotti, del 5 giugno 1826, leggiamo: «Le memorie del Goethe hanno molte cose nuove e proprie, come tutte le opere di quell'autore, e gran parte delle altre scritture tedesche; ma sono scritte con una così salvatica oscurità e confusione, e mostrano certi sentimenti e certi principî così bizzarri, mistici e da visionario, che, se ho da dirne il mio parere, non mi piacciono veramente molto»[443]. Il Goethe un mistico e un visionario! Strano troppo che al possibile autore della Storia di un'anima non avesse almeno a piacere il Werther; ma è da ricordare che il Leopardi non seppe di tedesco.

Seppe d'inglese; e se nomina lo Scott senza dirne nè bene nè male[444], parla invece con molta ammirazione del Byron, nel quale, com'è noto, lo stesso Goethe vedeva armonizzate e fuse le due tendenze, classica e romantica. Nella lettera al Puccinotti testè citata il Leopardi scriveva: «Veramente questi è uno dei pochi poeti degni del secolo, e delle anime sensitive e calde come la tua»[445]. Dell'Hugo, il quale, dopo aver fatto tanto chiasso in Francia, cominciava a farne anche in Italia, non una parola[446].

Del Monti, nella poesia del quale il Tommaseo doveva andar poi rintracciando le infiltrazioni romantiche[447], il Leopardi ebbe, in tempi diversi, assai diverso concetto. In sul finire del 1818, stampate in Roma le due canzoni All'Italia e Sul monumento di Dante, il giovane poeta le dedicò entrambe con parole di somma reverenza a colui che, con pochissimi altri, sosteneva l'ultima gloria della patria. Più tardi, senza che si possa con precisione dir quando, diede del Monti un giudizio che discordava notabilmente da quello tutto ammirativo dell'universale, lodandone sì le doti della immaginativa e del verseggiare, ma soggiungendo poi subito che gli mancava «tutto quello che spetta all'anima, all'affetto, all'impeto vero e profondo, sia sublime, sia massimamente tenero»; dicendolo un poeta dell'orecchio e non del cuore; biasimando sopratutto la «ributtante freddezza e aridità» con cui andava «in traccia di luoghi di classici greci e latini, di espressioni, di concetti, di movimenti classici, per esprimerli elegantemente»; e accusandolo di non far quasi altro che tradurre i classici[448]. Che cosa avrebbe potuto dire di più un romantico?

La divinizzazione che del Manzoni fece il Tommaseo nell'Antologia, e propriamente nel fascicolo d'ottobre del 1827, parve eccessiva al Leopardi[449]; ma non così le giuste, e pur grandi lodi che altri gli davano; e fra i lodatori fu più volte egli stesso. Il 23 d'agosto del 1827, lette, anzi udite leggere solo poche pagine dei Promessi Sposi, scriveva allo Stella che in Firenze le persone di gusto trovavano il romanzo «molto inferiore all'aspettazione», mentre altri lo lodavano[450]; ma pochi giorni dopo, agli 8 di settembre, allo stesso Stella scriveva: «Io qui ho avuto il bene di conoscere personalmente il signor Manzoni, e di trattenermi seco a lungo: uomo pieno di amabilità e degno della sua fama»[451]. Il Mamiani riferì un giudizio del Leopardi sui Promessi Sposi, sfavorevole nei rispetti civili, ma non in quelli dell'arte[452]; e ai 25 di febbrajo del 1828 lo stesso poeta scriveva al Papadopoli: «Ho veduto il romanzo del Manzoni, il quale, non ostante molti difetti, mi piace assai, ed è certamente opera di un grande ingegno; e tale ho conosciuto il Manzoni in parecchi colloqui che ho avuto seco a Firenze. È un uomo veramente amabile e rispettabile»[453]. Nel giugno prometteva al fratello Pier Francesco, ch'era, come il padre Monaldo, grande ammiratore del Manzoni, di portare da Firenze a Recanati tutte le opere dello scrittore lombardo, meno il romanzo che quei di casa già possedevano[454]; e in quello stesso mese scriveva al padre: «Ho piacere che ella abbia veduto e gustato il Romanzo cristiano di Manzoni. È veramente una bell'opera; e Manzoni è un bellissimo animo e un caro uomo»[455].

Non ci sfugga un giudizio, non più sopra uomini, ma sopra una città, il quale può avere anch'esso qualche importanza nel caso presente. Pisa piaceva molto al poeta, che la giudicava «un misto di città grande e di città piccola, di cittadino e di villereccio, un misto così romantico» ch'egli non aveva mai veduto l'uguale[456]. Non sappiamo quanto contribuisse a fargli piacere quel misto così romantico ciò che di medievale conserva ancora l'antica città; ma gli è certo che il poeta non addimostrò pel medio evo quella predilezione che fu comune ai romantici; nè possono bastare a far fede del contrario i pochi versi della canzone ad Angelo Mai dov'esso è ricordato con desiderio:

O torri, o celle,

O donne, o cavalieri,

O giardini, o palagi! a voi pensando,

In mille vane amenità si perde

La mente mia.