Ricordiamoci ch'erano i tempi in cui l'ammirazione per l'Ariosto era divenuta in Inghilterra infatuazione bella e buona. Può ben darsi che in quei pochi versi sia corso qualche influsso romantico; ma è da notare in generale che la poesia storica, tanto cara ai romantici, la poesia intesa a risuscitare il passato in forme colorite e svariate, non ebbe l'amor del Leopardi, come non l'ebbe quello che chiamarono esotismo[457]. Ma coi romantici s'accordava per un altro verso il Leopardi, volendo che la poesia esprimesse di proposito il sentimento, il cuore.
Nell'arte del Leopardi, intendendo ora più propriamente per arte l'insieme dei mezzi atti a significare pensieri, sentimenti e fantasmi, di romantico c'è invero ben poco. Come i romantici d'Italia e di fuori, il Leopardi tende a sciogliersi dalle tradizionali pastoje ritmiche e metriche: come quelli d'Italia e di Inghilterra ha in pregio lo sciolto: come quelli d'Italia pare che non gusti molto il sonetto, che in Inghilterra tornava in onore; ma certo non gli passò mai pel capo di comporre nè una romanza nè una ballata all'uso romantico; nè ebbe cara la rima così come l'ebbero cara i romantici; nè si piacque del decasillabo e dell'ottonario, usati dai romantici a profusione; e l'ottava non adoperò se non in componimento satirico. In più cose discordò dai romantici affatto, specialmente dai francesi. Considerò le parole innanzi tutto come segni d'idee, e non le cercò per sè stesse, attribuendo loro qualità da poter essere gustate, in certo qual modo, oltrechè con l'orecchio, anche con la vista e col tatto; non corse dietro alle onomatopee; non esagerò l'arte di cromatizzare i periodi; non credette che la virtù somma dello stile stesse nel pittoresco[458]. Fu sobrio, come, del resto, il maggiore dei romantici nostri; e se desiderava una «vera prosa bella italiana, inaffettata, fluida, armoniosa, propria, ricca, efficace, evidente, pura», stimava fosse «da cavarsi da' trecentisti, dagli altri scrittori italiani, da' greci quanto a moltissime forme, da' latini quanto a moltissime così forme come parole»[459]; e riuscì nelle prose sue terso, trasparente, perspicuo, ma un po' freddo, e non tanto moderno di sicuro quanto avrebbe voluto, e senza punto di quel disordine, di quegli ardimenti, di quegli ardori di cui più si compiacevano i romantici. Ancora il Leopardi cura la composizione quanto i romantici la trascurano, e se quelli molte volte abbozzano, egli sempre finisce; e sa, non meno nei versi che nelle prose, contemperare entrambi gli elementi della inspirazione, il personale e l'impersonale, con senso della proporzione e con aggiustatezza che da quelli non si conobbe.
Dopo di ciò possiamo concludere. Se è vero, com'è verissimo, che il romanticismo non tanto consiste nella qualità dei tempi presi a trattare, quanto nel modo di sentire e di concepire, e che si può, come il Byron e l'Hugo, riuscire romantici anche trattando temi classici; sarà altresì vero che il Leopardi, guardato nella psiche, è assai più romantico che classico: e se è vero che l'arte classica, a paragone della romantica, è fatta essenzialmente di misura, di compostezza, di euritmia, di sobrietà, di chiarezza, sarà altresì vero che il Leopardi, guardato nell'arte, è assai più classico che romantico.
Ma dell'arte del Leopardi mi accingo ora a dire più di proposito e più distesamente.
CAPITOLO VII. L'arte del Leopardi.
Chi dicesse che l'arte di ciascuno artista prende vita e movimento da tutta quanta la persona fisica e psichica che la crea; che quale è la complessione e l'indole di ciascuno, tale ancora si è l'arte; direbbe cosa senz'alcun dubbio verissima, ma non direbbe forse, tutta la verità. Gli è certo che l'artista, sia egli pittore, scultore, o architetto, o musico o poeta, fa l'arte sua, non solamente co' proprii pensieri e co' proprii sentimenti, ma ancora co' proprii sensi, co' proprii nervi, col proprio sangue, con tutto sè stesso; e che l'arte sua varia, talvolta dall'uno all'altro giorno, secondo che varia la composizione e l'equilibrio degli elementi e delle forze onde la instabile sua persona continuamente si forma e si sforma. Natura povera, arte povera; natura esuberante, arte esuberante. Studiando le tele di Raffaello, di Michelangelo, del Rembrandt, noi possiamo, sino ad un certo segno, giungere a conoscere il temperamento e l'indole di Raffaello, di Michelangelo, del Rembrandt. Se di Dante non fosse giunta sino a noi nessun'altr'opera, nessuna notizia biografica, noi, leggendo la Commedia, potremmo intendere che maniera d'uomo egli fosse; anzi il poema ce lo può far conoscere meglio che non possa la biografia più accurata e più minuta. Vittore Hugo è tutto ne' suoi versi. Se un uomo potess'essere privo affatto di carattere e attendere a un'arte, l'arte di lui sarebbe affatto priva di carattere; onde gl'imitatori, che hanno poco carattere, producono arte senza suggello, mentre i genii, che son tutti carattere, producono arte originalissima, anche quando s'approprian l'altrui. Ciò che diciamo ambiente è potentissimo, premendo per così dire tutto all'intorno, a conformare l'arte; ciò nondimeno esso propriamente non preme e non opera se non mediatamente, attraverso l'organismo mentale e corporeo dell'artista. Ma non per questo si può dire che conosciuto quel doppio organismo, sia pur conosciuta, in ogni sua qualità, l'arte che ne proviene; dacchè, per una parte, è impossibile in pratica, e nelle presenti condizioni del nostro sapere, fare il computo degl'innumerevoli eccitamenti e delle innumerevoli inibizioni che di continuo si producono nell'anima dell'artista; e, per un'altra, quelle idee che l'uomo riceve per virtù di ragione, essendo indipendenti, almeno entro certi limiti, dalla complessione e dall'indole, possono operare sull'arte in modo disforme dall'indole e dalla complessione, o anche in contrasto con esse. Che la terra gira intorno al sole e non il sole intorno alla terra, è verità che può piacere agli uni e dispiacere agli altri, ma che, dimostrata, entra nello spirito, così dell'uomo sanguigno come del linfatico, così del robusto come del gracile, e che entratavi, opera sì in conformità di quelle nature che l'hanno ricevuta, ma opera ancora in conformità di sè stessa. Persuasosi, per via di ragionamento, della verità di certe dottrine, Gustavo Flaubert rinnegò i proprii gusti, e deliberatamente esercitò l'arte in contraddizione co' proprii istinti e con le proprie inclinazioni.
Venendo al Leopardi, noi possiamo avvederci, prima ancora d'instituire una qualsiasi indagine, che a questo instabile e delicato organismo fa difetto il copioso e fervido torrente sanguigno che corse per le vene dell'Hugo, e fanno difetto l'eroiche energie e la salda tempra di un Byron. Per contro notiamo subito in lui la prevalenza del sistema nervoso e, in ispecie, dell'organo del pensiero, dove si può dire che la maggior somma di vita del poeta s'accentri. Fu detto, non senza ragione, che il cervello usurpò in lui tutte le energie, defraudò tutte l'altre funzioni dell'organismo. Perciò fu il Leopardi, come abbiamo notato, un intellettuale, e fu di quella piccola schiera di poeti che, come Lucrezio, Dante, il Goethe, cercarono avidamente la scienza; sebbene egli, dopo averla raggiunta, la dovesse giudicar perniciosa.
L'uomo di vulnerata e povera complessione, cui le forze bastino appena a sostenere giorno per giorno la vita, o piuttosto a tenere indietro la morte, bada naturalmente più a sè che al fuor di sè, tende più a raccorsi che a spandersi, più a segregarsi che ad accomunarsi, dacchè ogni più leggiero cimento, ogni più picciol discapito può tornargli di danno irreparabile. E il mondo, giudice frettoloso e spensierato, avventa accuse di durezza d'animo e biasimi d'egoismo, dove non è veramente se non apprensione e dolore. Ma se quell'uomo abbia in misero corpo alto e poderoso intelletto, egli uscirà per virtù di pensiero dalla solitudine sua, e dentro all'angosciosa coscienza di sè rifarà la coscienza del mondo; e se nacque poeta, assurgerà dai gradi di un lirismo essenzialmente sentimentale ed elegiaco a quelli, non di una vera e propria epopea, ma di una comprensione epica delle cose; e se non gli verrà fatto d'incarnarsi in una molteplicità di creature drammatiche, individuatamente configurate e distinte, riuscirà ad intendere e a rappresentarsi nella mente il procelloso dramma della vita.
La natura poetica del Leopardi fu essenzialmente idilliaca ed elegiaca, onde quelli cui egli pose da prima il nome d'idillii sono, fuor d'ogni dubbio, i suoi componimenti migliori. Il Leopardi non ebbe mai, nemmeno quando pensò d'averla raggiunta, quella che si potrebbe chiamare calma epica, e quella specie di epica equanimità la quale permette all'uomo di giudicar delle cose indipendentemente dalla considerazione del bene e del male che a lui in particolare può derivarne. Ciò nondimeno bisogna pur riconoscere che il Leopardi ebbe quella che chiameremo veduta epica del mondo; giacchè se il suo sguardo si fissa un po' troppo alle volte sovra un particolare aspetto di quello, molte altre volte ne percorre tutti gli aspetti e tutti gli abbraccia nella connessione e universalità loro. La opinione espressa da taluno che il Leopardi non sarebbe riuscito poeta se fosse stato meno infelice, e che la infelicità appunto è quella che lo fece poeta, è contraddetta, oltrechè dai primi saggi dell'adolescente, che quella infelicità non aveva ancor conosciuta, anche da uno studio un po' attento che si faccia della sua posteriore poesia[460]. Bensì quella infelicità avrà cooperato a dare alla poesia di lui alcuni caratteri particolari, e a infonderle, per così dire, tanto di spirito lirico quanto gliene sottraeva di epico. Certo, non si riesce ad immaginare un Leopardi autore di una vera e propria epopea (i Paralipomeni della Batracomiomachia non sono se non satira), come non si riesce ad immaginarlo autore di un dramma (i tentativi giovanili non contano), nè di un romanzo (salvo che fosse il romanzo di un'anima).
Il mondo poetico del Leopardi è, come quello di ogni altro poeta, determinato e condizionato dalla complessione fisica e psichica, dall'ambiente, dagli studii, dai modi e dalle vicende della vita. Si deve credere, senza possibilità di errare, che quel mondo sarebbe riuscito o poco o molto diverso da quel che vediamo, non solo se il Leopardi avesse avuto altro corpo e altro spirito, ma ancora se il Leopardi non fosse vissuto in Italia, e in quella Italia della prima metà del presente secolo; se avesse atteso ad altri studii, o studiato altrimenti; se avesse vissuto più intensamente, più variamente, più dilettosamente che non visse. Insomma è la vita, presa nel significato suo più multiforme e più largo, quella che produce l'arte; e bene il seppe lo Shelley, il quale riconosceva di dovere la propria inspirazione poetica alla molteplicità e varietà delle cose vedute, de' sentimenti provati, de' pericoli corsi. Togliete dalla vita di Dante l'amor per Beatrice, l'esilio, la povertà, la peregrinazione dolorosa, e torrete di mezzo al tempo stesso la Divina Commedia. Il tema e l'indole delle grandi opere d'arte si patiscono e non si scelgono.