Un critico francese afferma risolutamente che il Leopardi «invoque une douzaine de fois la lune dans ses vers, jamais le soleil»[469]. Povera critica! Il sole splende pure talvolta in mezzo a que' versi aduggiati, e spande intorno la divina luce, l'alma luce, l'etereo lume, e colora il cielo delle rose della tacita aurora e delle porpore del tramonto, e arde in pien meriggio, e saettando i tremoli rai, brilla sui campi, e fa rosseggiare il tetto del villanello industre, e naufrago uscendo dalle nuvole antiche l'atro polo di vaga iri dipinge, e

folgorando intorno

Con sue fiamme possenti

Di lucidi torrenti

innonda gli eterei campi. Come e quanto il poeta vedesse la luna l'abbiam già notato; e le stelle dell'Orsa, e le purpuree faci delle rotanti sfere, non furono senza luce e senza vaghezza agli stanchi occhi suoi; a quegli occhi che andavano spiando la notturna lampa tralucente dai balconi, e le ardenti lucerne, e contemplavano da lunge

il baglior della funerea lava

Che di lontan per l'ombre

Rosseggia e i lochi intorno intorno tinge.

Il Leopardi non fu così povero visuale ch'e' non prendesse gusto allo spettacolo dei ballo in teatro; e a quello che gli offriva il corso di Roma in tempo di carnovale; e a quello della festa degli addobbi in Bologna; e a quello ancora che presentava in una bella giornata del verno il lung'Arno in Pisa, pien di sole e di gente; e molto non gli rincrescesse di non poter assistere alle feste di San Giovanni in Firenze[470]. E non fu così povero visuale che non riuscisse a far vedere a noi, ne' suoi versi, e la figura di Simonide, in atto di salire il colle e cantar le lodi de' caduti alle Termopili; e la sposa spartana che sull'estinto guerriero spande le negre chiome; e l'eroe vinto dal fato, ma non domo,

Quando nell'alto lato