sull'animo del Leopardi può poco, sebbene ei l'abbia in grandissimo conto, e le usi ogni possibil riguardo. Ciò che di solito mette in movimento l'animo di lui, è una impressione viva, un fatto d'esperienza immediata e presente, un sentimento particolare, un particolare ricordo. Per intendere l'effetto, a prima vista sproporzionato, che ne consegue, bisogna por mente alla condizione di quell'animo e alla ordinaria sua contenenza; e, cioè, alla eccitabilità e penetrabilità affatto insolita ond'esso è dotato, e a quel vasto e concatenato ordine di sentimenti e d'idee che ne forma come la trama vivente. Non così tosto si produce in quella psiche uno stimolo, che incontanente vi si propaga per ogni verso, e corre a suscitare i sentimenti dominatori e le idee madri, tutta ponendola in agitazione e in fermento, e provocando di quelle e di queste figurazioni più o meno nuove e complesse: onde avviene che il verso di un passero solitario svegli nel poeta il sentimento angoscioso della solitudine propria, il rimpianto della giovinezza senza frutto consunta, l'apprensione di un tetro e doloroso avvenire; e la vista di una siepe e lo stormire di poche piante siengli eccitamento a fingersi nella mente interminati spazii e sovrumani silenzii, e a meditare insieme il passato e il presente, l'infinito e l'eterno; e il tramonto della luna lo faccia pensoso del dileguare della giovinezza, e, insieme con quella, d'ogni dolce diletto e d'ogni inganno
Ove s'appoggia la mortal natura.
Dicesi che al Beethoven bastasse udire tre note di un uccelletto per isvolgerne tutto un motivo musicale: similmente basta al Leopardi una impressione, un ricordo, una immagine, per isvolgerne tutto un tema poetico; e come non è possibile discernere nel germe la pianta fiorita, così non è possibile in quel primo elemento delle poesie leopardiane divinare di queste gli svolgimenti e i rigogli. E in ciò appunto risiede una delle loro maggiori attrattive, e il secreto di una parte di quel fascino ch'esse esercitano sull'animo del lettore; in quella novità, cioè, e inopinabilità di relazioni remote, che ne dànno come il sentimento di un mondo allargato, ove cessi la oppressione del contiguo, e della causalità insistente e immediata. Ciò può vedersi in tutte quasi le poesie del Leopardi; e se ne potrebbe fare dimostrazione, se il farlo non richiedesse troppo lungo discorso; ma in nessuna si vede così spiccatamente come nella Ginestra; la qual poesia, essendo per più ragioni inferiore a molt'altre, è forse per questa superiore a tutte. Non ve n'è altra, in fatti, in cui la suggestion operi con più forza, e in cui da così modesto principio si svolgano conseguenze così vaste e meravigliose. L'umile pianta che dà il titolo alla poesia è pur quella che da prima eccita l'anima del poeta, il quale dalla contemplazione di lei si leva da ultimo alla contemplazione universa delle storie e dei destini umani e della natura indifferente ed eterna. Se disse il vero lo Schopenhauer, quando disse la poesia esser l'arte di muovere la fantasia con le parole[493], bisognerà riconoscere che pochi poeti furono più poeti del Leopardi, e bisognerà pur riconoscere che, se quanto a ricchezza di fantasia la cede a più d'uno, quanto a vigore ed agilità l'autore della Ginestra non la cede a nessuno.
Qui un dubbio può affacciarsi alla mente: in quale condizione d'animo fu il Leopardi più inclinato a poetare? allorquando più lo premeva il sentimento della propria infelicità, o ne' tempi in cui si sentiva meno infelice? Fu asserito che il poeta fa poesia del dolore che ricorda e non di quello che sente; ch'egli comincia a creare quando cessa di soffrire: ma concedendo che questo avvenga assai volte, non però avviene tutte le volte. Accade non di rado che il poeta cessi di soffrire appunto perchè comincia a creare: nè Ovidio aveva cessato di piangere sopra sè stesso quando scriveva i Tristi; nè Dante aspettò nuovo sorriso di fortuna per metter mano all'eterno poema; nè quando s'accinse a scrivere il Paradiso perduto, aveva il Milton racquistata la visione di quella beatifica luce che con tanto ardore di desiderio, con sì irrefrenabile amore egli invoca in sul principio del terzo suo libro. Il nostro dolore si ammassa sotto la carezza dell'arte; e vestendolo delle pure forme della bellezza, e fuor di noi dandogli vita nell'opra, noi, di tormentatore ch'egli era, ce ne facciamo un amico, e da esso medesimo otteniamo consolazione e conforto. Ben disse lo Chateaubriand che le muse, quando piangono, piangono con un secreto intendimento di farsi belle. Come tanti altri poeti, il Leopardi lenì l'angoscia col canto. Giovava a lui noverare col verso l'età del suo dolore; ed egli conobbe che dolce è il ricordo delle passate cose,
Ancor che triste, e che l'affanno duri![494]
Da quanto s'è detto sin qui si può arguire facilmente che nell'intimo lavoro delle associazioni psichiche il Leopardi riesca, come di fatto riesce, assai fine e nuovo, avvertendo tra i sentimenti e tra le idee analogie e colleganze non avvertite da altri, appajando cose a primo aspetto disparatissime. L'associazione per somiglianza, ch'è la maniera più comunale e più ovvia, non manca, nè poteva mancar ne' suoi versi; ma v'è assai meno frequente che non in quelli d'altri poeti; e sempre lontana dal trito e dal triviale. Il Tramonto della luna poggia tutto sopra un'associazione per somiglianza, ma somiglianza riposta, che il poeta discopre sotto il velo delle immediate parvenze, e rende palese ad altrui. Associazioni consimili abbiamo nel Passero solitario, nella Quiete dopo la tempesta, in Amore e morte, nella Ginestra; per non rammentare se non le poesie in cui occorre più spiccata e tiene più luogo. Basta già lo scarso uso della rima a mostrare come l'animo del Leopardi sia poco inclinato all'associazione per somiglianza; la qual cosa è poi dimostrata assai più dalla scarsità veramente notabile delle immagini (qui nel senso retorico), delle metafore, delle comparazioni, delle personificazioni. Delle metafore più rilevate che occorrono ne' suoi versi potrebbe farsi un elenco assai succinto, senza che se ne trovi una sola eccessiva o mostruosa. Eccone alcune delle più notabili: Perchè i celesti danni Ristori il sole; e la fugace ignuda Felicità per l'imo sole incalza; E il naufragar m'è dolce in questo mare; travagliose strade della vita; onda degli anni; unico fiore dell'arida vita. Più scarse ancora le comparazioni. Nella canzone All'Italia quella dei leoni e dei tori è comune e imperfetta. Un'altra ne abbiamo nel Pensiero dominante:
Come da nudi sassi
Dello scabro Apennino
A un campo verde che lontan sorrida
Volge gli occhi bramosi il pellegrino.