La scienza senza l'aiuto della fantasia non farebbe un passo. Ogni più semplice esperimento di fisica o di chimica suppone, in chi esperimenta, concetti alle volte assai numerosi di condizioni, di relazioni, di fatti, che non sono già percepiti, o indotti, o dedotti, ma solamente immaginati; ed ogni ipotesi è uno sforzo di fantasia; e certe ipotesi, come quella del Laplace intorno alla formazione del sistema solare, o quella del Darwin intorno alla variazion delle specie, se sono miracoli di analisi e di sintesi scientifica, sono pure miracoli di fantasia, in quanto richiedono una forza rappresentativa, una virtuosità nel collegare i concetti più disparati, quali molti poeti di sicuro non conobbero in egual grado. Lo scienziato, che, mentre osserva o sperimenta, immagina un certo risultamento delle osservazioni e degli esperimenti suoi, e, nel tempo stesso, immagina uno o più altri risultamenti possibili, è, nel più giusto significato della parola, un uomo di altissima fantasia.

So che i sostenitori dell'opposta opinione traggono, o credono di poter trarre, dalle credenze e dalle letterature del tempo andato, confrontate con le credenze e con le letterature del tempo presente, un fortissimo argomento in favor loro; ma la forza di tale argomento è assai più apparente che reale. Certo, nei miti dell'antichità, nelle epopee primitive, nelle leggende medievali, c'è una copia di meraviglioso che andò poi a poco a poco mancando; ma il meraviglioso, per sè stesso, non è prova di fantasia, e quel meraviglioso che nasce essenzialmente da errore, ben lungi dal provar fantasia, prova una certa inerzia dello spirito, ch'è quanto dire mancanza di fantasia. Anche ciò fu dallo Spencer con giusta ragione asserito. Il meraviglioso mitologico antico, e il meraviglioso ascetico medievale, assai più che da una virtù fantastica esuberante, traggon l'origine da una virtù fantastica insufficiente, o per parlare in forma più concreta, da una serie d'errori, nati essi stessi da una condizion passiva dello spirito. Parrà strano a udire, ma la fantasia è piuttosto, e sempre più diviene, nemica anzichè fattrice di errori, perchè agevolando essa il moto delle idee, e mutando e rimutando i congiungimenti e le relazioni loro, impedisce, o non lascia che durino a lungo, quelle tenaci associazioni illegittime che per l'appunto sono gli errori. Il che non vuol già dire, come or ora vedremo, ch'essa sia nemica della finzione.

Il venir meno, dunque, del meraviglioso non implica punto il venir meno della fantasia; anzi, in quanto il meraviglioso nasca da errore, il venir meno di esso importa il crescere della fantasia. I poeti e i romanzieri dei tempi nostri non hanno punto meno fantasia dei poeti dell'antichità, dei novellatori dell'Oriente, degli autori di leggende del medio evo; anzi ne hanno assai più. Le novelle delle Mille e una notte passano per miracoli di potenza fantastica, e pure la fantasia che vi lavora dentro è ben poca cosa in paragon di quella che opera nei romanzi di Gualtiero Scott, del Manzoni, di Alessandro Dumas padre, di Giorgio Sand e di cent'altri, dove si vede un popolo di personaggi immaginati, ciascuno col suo carattere e col suo officio, compiere una quantità di azioni similmente immaginate, e il tutto muoversi con certo ordine, con certa conseguenza, e piegare a certi fini contemplati ancor essi in immaginazione, e comporsi talvolta, per via di relazioni immaginarie, con personaggi, con fatti, con azioni reali, e tutto ciò senza che il romanziere ricorra, per isciogliere il nodo dell'azione, all'ajuto del meraviglioso e del soprannaturale. La forza di fantasia, reminiscitiva e costruttiva, che si richiede a così fatto lavoro è, a dirittura, portentosa, e ve n'ha più in un solo di quei romanzi che non in tutta, quanta è, la letteratura novelliera dell'Oriente.

Ma la fantasia più vigorosa, più pronta e più fine dell'uomo che ha raggiunto gli alti gradi della evoluzione mentale e della civiltà, se tende ad escludere quel meraviglioso ch'è figlio di errore, non esclude già l'altro meraviglioso, che può nascere, e nasce, da una consapevole e voluta associazione d'idee e d'immagini, non corrispondente a nessuna esistenza reale, a nessuna reale relazione di cose. L'uomo allora non soggiace al meraviglioso, ma liberamente il produce, e il godimento che gliene viene tanto è più vivo, quanto più vivo è il senso ch'egli ha della libertà propria in produrlo, e quanto più il meraviglioso così prodotto, smettendo ogni rigidità, alienandosi da ogni imperiosa e ferma credenza, si fa trasmutabile e lieve. Il godimento di lui è doppio, nascendo, in parte, da quei fantasmi creati e contemplati nella libertà dello spirito; in parte, dalla coscienza di quella plastica sua facoltà, agile ed operosa, mercè la quale, egli, con gli elementi stessi che il mondo reale gli porge, crea mondi non reali, ma vivi della propria sua vita, ma obbedienti al voler suo.

Ora, io dico, e non credo si possa impugnare, che il meraviglioso allora solo ottiene pienezza di valore estetico quando siasi disinteressato da ogni credenza oppressiva, quando abbia spezzato ogni vincolo suo con l'errore. Per citare un esempio, le spaventose immaginazioni onde son piene certe leggende ascetiche del medio evo destano negli animi, ora, un'emozione estetica che, certo, non potevano destare negli animi allora, occupati com'erano, e stretti da terrori angosciosi. L'episodio di Francesca da Rimini, nell'Inferno di Dante, è certo assai più gustato da noi che non dai contemporanei del poeta; e ciò non solo perchè s'è affinato in noi il sentimento, ma ancora perchè gli animi nostri, sgombrati dal terrore, e da parecchie sollecitudini di carattere affatto egoistico, sono meglio in grado di contemplarne serenamente la sovrana bellezza.

Se, dunque, la fantasia con l'evoluzione cresce naturalmente e si afforza, come crescono e si afforzano le altre facoltà dello spirito, e se l'incremento di essa non impedisce, ma favorisce l'incremento delle altre, che ragione c'è perchè gli uomini l'abbiano in avvenire a comprimere, e quale speranza che vogliono farlo? E lasciando stare gli altri benefizii accennati di sopra, perchè dovrebbero gli uomini privarsi dei piaceri che loro ne vengono? In nome di qual religione, o scienza, o morale, o politica? Dire che un abito scientifico della mente, e la consueta conversazione della mente col vero, tendono di lor natura, a escludere quei piaceri, è assurdo, come sarebbe assurdo il dire ch'essi tendono a escludere i piaceri che ne possono dare i sensi, gli esercizii del corpo. L'antagonismo del reale e dell'immaginario cessa come appena l'immaginario sia conosciuto per ciò ch'esso è veramente. Da altra banda il vero non è, nè certo sarà mai, così lieto, che gli uomini non debbano desiderare di ripararsi talvolta, almeno con la fantasia, fuori del vero; e se l'ultimo lembo di libertà che loro rimanga, e che sfugga, o paja sfuggire, alla tirannia delle universe leggi governanti il mondo, essi l'hanno appunto nella fantasia, parmi assai dubbio, e molto improbabile, che se ne vogliano, per amor del realismo, spogliare.

Ma se questa facoltà non ha da morire; se anzi, s'ha da invigorire vie più, in che dovrà essa manifestarsi se non si manifesterà nell'arte? E se ha da manifestarsi nell'arte, chi potrà segnarle i termini e il modo, e dirle: in quest'arte vi si concede; vi si nega in quest'altra? Non v'è realista così intollerante e caparbio che non ammetta il libero esercizio della fantasia in certe arti. Nell'ornato essa fa il piacer suo, e più ancora fa il piacer suo nella musica: ma in altre arti non si vuol ch'ella entri. La pittura e la scultura debbono essere, dicono, la riproduzione esatta, la copia del vero. La letteratura, morta la poesia, dev'essere il romanzo sperimentale. Ma se io ho un fantasma nella mente, dovrò dunque tenermelo dentro, senza che mi sia lecito di farlo conoscere altrui, traducendolo nei colori, nel marmo, nella parola? E se la fantasia può esercitarsi in un rabesco, in una melodia, perchè non potrà esercitarsi in un quadro, in una statua, in un libro? Che intolleranza, che angustia di concetti è cotesta? E parlando della letteratura in più particolar modo, perchè dovrà vietarsi alla fantasia l'uso di quella parola che pure è l'organo di ogni altra facoltà nostra? I realisti affermano più assai di quanto possano ragionevolmente sostenere e provare; e se all'asserzione loro che la letteratura, confondendosi colla scienza, abbia, sempre e in tutto, a cercare e significare il vero, si opponesse l'asserzione che la letteratura, sceverandosi dalla scienza, abbia, soprattutto, a raccogliere e significare i sentimenti e le immaginazioni che ci fioriscon nell'anima, questa seconda asserzione non sarebbe certo men legittima della prima, e assai meglio rispetterebbe l'umana natura.

IV.

E ora, se la fantasia non morrà, morrà l'ideale, e cesserà l'idealismo nell'arte, e più specialmente nella letteratura? I realisti affermano che sì, ma senza poter aver in loro suffragio nè la scienza, nè la storia, nè un'ipotesi probabile.

Prima di tutto l'idealizzare è inseparabile dalla natura intellettuale, perchè noi pensiamo, non già le cose, ma le idee. Io posso immaginarmi e sforzarmi quanto voglio; ma, mentre penso di una cosa, e più poi quando esprimo quel mio pensiero con parole, io necessariamente idealizzo, io formo un concetto, o una immagine, i quali sono o poco o molto disformi dall'oggetto che me ne dà argomento. Non v'è realista, per quanto convinto delle sue dottrine egli sia, e per quanto maestro nell'arte, che possa sottrarsi a questa necessità; e s'egli crede pur di potere, e se ne vanta, non fa se non mostrare l'ingenuità propria, e quel difetto di perspicacità e di penetrazione filosofica ch'è difetto di tutta la scuola. Il salto fuor di sè stesso nella realtà assoluta è un sogno. A persuadersene basta, del resto, aprire qualsivoglia romanzo di qualsivoglia grande realista moderno: per esempio, dello Zola. I personaggi tutti ch'egli pone in azione, le cose che descrive, i fatti che narra, sono tutti idealizzati, in un certo senso e in una certa misura; sono assoggettati, in altri termini, a varii e complicati processi di semplificazione, di condensazione, di avvaloramento, dei quali l'autore può non essere consapevole, ma che son pur quelli in virtù di cui i personaggi rappresentati, le cose descritte, i fatti narrati, producono e lasciano negli animi nostri più forte e duratura impressione che non farebbero i veri e reali. Quand'egli descrive un tramonto di sole, descrive, non già il semplice fenomeno fisico, ma bensì l'impressione che quel fenomeno farebbe in uno o più spettatori possibili, e lo descrive con parole che di necessità traggono dietro una lunga sequela di elementi ideali. E la tendenza all'idealizzare dev'essere ben imperiosa in noi, se può tor la mano agli stessi realisti più ostinati e valenti, e trascinarli ad eccessi cui forse non giungerebbero gl'idealisti più audaci. Chi abbia letto Le ventre de Paris del medesimo Zola ricorda quella famosa sinfonia de' formaggi divenuta oramai proverbiale, dove c'è più idealismo (sia pure di cattiva lega) che non in un racconto di fate; e chi abbia letto La bête humaine sa che cosa diventi una vaporiera tra le mani del gran maestro del realismo contemporanei. In molti degli eccessi suoi più noti e più notabili il realismo non è se non un idealismo capovolto.