Si dirà forse che l'ideale è sconfessato e rejetto dalla scienza? sarebbe un altro, non men grave errore. La scienza idealizza continuamente, e non potrebbe far passo se non idealizzasse: idealizza quando, descrivendo una specie di animali o di piante, non tien conto se non dei caratteri tipici, ossia ne presenta il tipo (ciò che per la specie umana non vogliono più fare i romanzieri e i commediografi dei giorni nostri); idealizza quando, per comodo dell'osservazione, immagina o circoscrive un fenomeno fuori delle condizioni sue naturali e consuete. L'astronomo che descrive il moto di rivoluzione dei pianeti intorno al sole, e ne esprime le leggi semplificate, senza tener conto degl'innumerevoli fatti di perturbazione, è, in verità, assai più idealista del poeta, il quale ponga sulla scena un eroe il cui animo non obbedisce ai mille piccoli influssi delle passioni minute, ma solo ad alcuna passione grande, o ad alcuna grande idea, che lo empia di sè, lo guidi, lo faccia vivere e muovere.

La storia non prova punto che la potenza dell'idealizzare, e la tendenza ad idealizzare che ne consegue, vadano scemando nell'uomo; anzi prova il contrario. In fatti, se quella potenza ne presuppone un'altra, ch'è la potenza di astrarre, e se questa seconda potenza, scarsissima nell'uom primitivo, va a poco a poco crescendo lungo il corso della civiltà, come si potrebbe per mille esempii provare, la conclusione si fa manifesta da sè. L'uomo primitivo, e l'uom presente che viva in istato di selvatichezza, non idealizzano propriamente, ma trasvanno e travedono, per insufficienza di percezione e di giudizio. La trasformazione del concetto della divinità attraverso i secoli, la trasformazione che, movendo dall'idolo informe, giunge al dio spirituale, universale, unico, mostra con ottimo esempio come la potenza idealizzatrice sia andata ininterrottamente crescendo. Si crede da' più che nelle letterature antiche in genere sia più idealità che nelle letterature moderne in genere; ma tale credenza è un errore. Gli eroi de' poemi omerici non sono già, o almeno principalmente non sono parto di una mente in cui sovrabbondi la virtù idealizzatrice; ma son piuttosto parto di una mente in cui sovrabbondi la virtù idealizzatrice; ma son piuttosto parto di una mente che non riesce ancora a vedere la natura umana nella complessa sua integrità. Ora, idealizzare, non vuol già dir non vedere, e abbandonarsi all'impressione e all'istinto; ma vuol dire scegliere tra ciò che s'è veduto, tra ciò che s'è giudicato. L'ideale vero e legittimo nasce, non da ignoranza, ma da scienza.

La dottrina dell'evoluzione consacra l'ideale. Se, in fatti, la vita tende, con moto continuato ed ascendente, verso forme più perfette e più nobili, le forme non per anco raggiunte stanno alle raggiunte, nella scala di quel moto, come a termini ideali a termini reali. Se l'uomo si discosta più sempre dal bruto, e se ne discosta in certa direzione, e con certe norme, l'immagine di un uomo ideale appare, senza che noi il vogliamo, e si colora dietro all'uomo reale. E ciò che si dice dell'uomo, può dirsi delle società umane, può dirsi dell'umanità tutta intera. V'è dunque una maniera d'ideale, non pur consentita, ma quasi imposta dalla dottrina dell'evoluzione, il quale ideale altro non è se non l'anticipazione nello spirito di ciò che, in virtù della evoluzione stessa, probabilmente sarà, o prima o poi.

Ma se la facoltà d'idealizzare cresce nell'uomo, e cresce tanto da potersi esercitare, oltre che sul presente, anche sull'avvenire, perchè dovranno le arti, perchè dovrà in particular modo la letteratura ignorarla o negarla? I realisti, che pretendono vietarle il passo, e che pure in certo modo si lasciano, per non poter fare altramente, governare, come abbiam veduto, da lei, i realisti lavorano a ritroso della storia. E lavorano a ritroso della storia quando, di proposito deliberato, cercano nelle società umane presenti, per farne oggetto di descrizione e di racconto, le creature più abbiette, le passioni più brutali, tutti i residui atavistici dell'umanità, tutto ciò che l'umanità progrediente rifiuta a mano a mano e rigetta. Perchè dovrà la letteratura nel presente veder così volentieri il passato e ricusare di veder l'avvenire? E se i sentimenti s'ingentiliscono a poco a poco, e s'ingentilisce con essi la vita, quale fortuna può esser mai serbata a un'arte che vuole a ogni modo rimaner fuori di questo moto? I realisti indissero guerra al bello, ma guerra ingiusta, e che non può condurli a durevole vittoria. Come più la natura umana s'affina, più sensitiva diventa all'influsso della bellezza, e più ripugnante al brutto; e non si può credere che gli uomini vogliano, di loro arbitrio, rinunziare a quel culto del bello da cui vengono alla lor vita i più dolci e più oscuri conforti.

V.

E ora, che cosa si potrà, non dico prognosticare, ma congetturare circa la letteratura dell'avvenire, o l'avvenire della letteratura? La predizione dei realisti s'ha essa da avverare, e l'arte loro, e le loro dottrine estetiche torranno esse il luogo a ogni altra qualità d'arte, a ogni altra dottrina estetica? Dopo quanto siamo venuti dicendo, non mi sembra probabile, per non dire che mi sembra impossibile; e già nel presente non pochi fatti e moltissimi segni mostrano che il moto suo d'espansione sta per esser frenato, che altre tendenze il contrastano. A ciò intende appunto, per tacer d'altro, il recentissimo simbolismo francese. Il realismo potrà essere una delle forme dell'arte nuova; ma, certamente, non sarà tutta l'arte.

Io credo che la letteratura avvenire abbia ad essere una letteratura più larga e più libera che non la presente, una letteratura sciolta dagli eccessivi impacci della critica, sottratta alla opprimente tirannia delle scuole. La critica oggimai soffoca l'arte, sotto il pretesto di ammaestrarla e di guidarla; e le scuole ne fan materia di monopolio, ciascuna per sè. La critica ha la sua ragion d'essere, e il suo officio, e molte cose si potrebbero dire del giovamento che ne deriva, e a cui molti, a torto, non credono; ma essa non deve oltrepassare i termini ragionevolmente segnati alla giurisdizione sua; e mentre il suo compito è di seguitare, accompagnare, interpretare l'arte, non deve pretendere di porsele innanzi, e di farsi seguitare da lei, e far di lei la espressione obbediente de' concetti, preconcetti e postulati suoi proprii. L'arte deve potersi muovere da sè, trovar da sè le sue vie, mercè la virtù iniziale e congenita ch'è in lei, indipendentemente da ogni licenza o rigore di canoni critici. La troppa critica, e troppo invadente, e troppo dommatica, rende l'arte peritosa e perplessa, ne dissecca le fonti.

Le scuole ancor esse hanno la lor ragione e il loro officio, e giovano quando si contengano entro giusti limiti, e si contentino di custodire una tradizione, svolgere un modulo d'arte, e ridurlo a perfezione mediante l'opera successiva di molti; ma si arrogano una ragion che non hanno, usurpano un officio che lor non compete, e nocciono, quando divengano intolleranti, e pretendano unico e incontrastato dominio. La scuola realistica nuoce all'arte e disconosce per giunta l'umana natura, quando vuole sovrapporsi ad ogni altra e regnar sola, nel presente e nell'avvenire. Se mai un concetto unico, una unica formola d'arte, poterono imporsi lungamente ad un popolo intero (come vediamo essere avvenuto un tempo, e in certa misura, nell'antico Egitto), tale possibilità viene ben presto a mancare col procedere e col variarsi della civiltà. L'uniformità dell'arte, ridotta ad un canone solo (come per lo appunto pretende il realismo), richiederebbe prima la uniformità degli spiriti, ridotti a un unico tipo. Ora, tale uniformità, che non si riscontra intera mai, nemmeno tra quelle razze infime dell'umanità le quali men si discostano dalla condizione dei bruti, lascia il luogo, tra le razze più nobili e culte, a una disformità pressochè infinita, la quale va aumentando e facendosi sempre più distinta, come più la civiltà s'innalza e si complica. Ci troviam qui di fronte a un'altra delle massime leggi della evoluzione, ch'è il passaggio graduato e irresistibile dall'omogeneo all'eterogeneo; e se questa è legge che governa, non pure la natura umana, ma tutta l'universalità delle cose, come sarà mai possibile che l'arte le contraddica, riducendosi essa sola all'omogeneo? E come potrà, ad esempio, effettuarsi quella fantasia dei realisti, i quali vorrebbero che tutti i generi letterarii fossero assorbiti, e in un certo modo assimilati dal romanzo, se il processo naturale e storico è, anche in letteratura, appunto il contrario, è, cioè a dire, un processo di successiva separazione e di continuato differenziamento? Anche in questo caso, come in più altri notati, vediamo i realisti lavorare a ritroso della evoluzione, cosa che non fa troppo onore a chi mena tanto vampo di scienza.

Ma, nella stessa disformità degli spiriti, ci sono affinità e somiglianze per cui quelli vengono a raccogliersi in gruppi, e a formare come tante famiglie, più numerose o meno, secondo tempi e condizioni di civiltà, contraddistinte da particolari caratteri psichici, legate in una specie di psichica comunanza, non certo intera ed assoluta, ma viva e pervadente. E ciascuna famiglia ha un suo special modo di sentire e di godere e di giudicare; ha un suo concetto e bisogno d'arte che non sono il concetto e il bisogno d'altre famiglie, sebbene la conversazione vicendevole, e la coltura, possano anche per rispetto all'arte, sino ad un certo segno, accomunarle tutte. Le grandi e disformi e spesso contrarie tendenze dell'arte hanno origine dalla irriducibile diversità degli spiriti, e volere l'uniformità dell'arte mentre aumenta la disformità degli spiriti, è cosa non meno vana che assurda. Si è questa crescente disformità per lo appunto che ha posto fine alla tirannia delle regole. Quando di ciò s'avrà chiara coscienza, verrà necessariamente a mancare la critica partigiana, dommatica, trasmodante; e le scuole non saran più se non famiglie spirituali lontane da ogni irragionevole desiderio d'egemonia; e l'arte sarà libera di espandersi in una molteplicità nuova d'indirizzi e di forme. Il realismo non escluderà l'idealismo, e questo non si adombrerà della presenza e della vicinanza di quello.

La letteratura si farà sempre più varia e molteplice, ed esprimerà tutto lo spirito e tutta la vita, senza ingiuste esclusioni, senza dannose limitazioni di spazio, di tempo, di condizione e qualità. Come più gli uomini assorgono al concetto di umanità, più è necessario che la letteratura facciasi pari all'allargata coscienza loro, e la secondi e la interpreti e la promuova. Cadrà allora l'assurdo ed illiberale divieto opposto alla pittura detta storica, e ad ogni maniera di letterario componimento ove altri s'ingegni di ricostruire, con l'ajuto concorde della scienza e della fantasia, quel passato che, remoto nel tempo, è presente nella memoria; e cadrà il precetto dato alle arti in genere, e alla letteratura in ispecie, di non dovere attendere se non a ciò ch'è ovvio, cognito, immediato; e s'intenderà che ciò che la fantasia vien figurando, e la memoria rappresentando, per ciò solo che vive in noi, ha ragione e possibilità di vivere nell'arte; e s'intenderà che un compito massimo dell'arte possa esser quello di significare appunto ciò che non è ovvio, nè immediato, nè cognito universalmente, ma segregato e recondito e non comunicabile in altro modo.