[424]. Opere inedite, vol. 11, p. 371.

[425]. Lett. al Vieusseux, 21 gennajo 1832; Epistol., vol. II, p. 454.

[426]. Opere inedite, vol. II, pp. 369-70, 374.

[427]. Lett. al Giordani, 24 luglio 1828; Epistol., vol. II, p. 316.

[428]. Lett. al Puccinotti, 5 giugno 1826; Epistol., vol. II, p. 142. Il Leopardi stesso disse di amare «per inclinazione di natura con certa parzialità la poesia»; ma ebbe in conto di «bene meschino letterato quegli che non sapesse scrivere altro che versi». Lett. al Giordani, 30 maggio 1817; Epistol., vol. I, pp. 73-4.

[429]. Il De Sanctis (Studio su Giacomo Leopardi, 2ª ediz., Napoli. 1894, pagine 182-3) parla di questi disegni leopardiani di letteratura civile e patriottica, ma attinenze col romanticismo non ne rileva. Parmi anzi ch'egli giudichi un po' troppo alla lesta quando dice (p. 244): «Leopardi avea comune con tutti i letterati di quel tempo, massime i classici e i puristi, il disprezzo della moltitudine, l'orrore del volgare e del luogo comune. La poesia dovea essere togata e solenne, sopra alla realtà, e, come diceasi, ideale». Dai luoghi che ho riferiti, quel disprezzo delle moltitudini non appare. Riconosco di buon grado che il Leopardi non addimostra per gli umili quella tenerezza che tanto è notabile in Werther; ma gli umili, in alcune sue poesie, nella Sera del dì di festa, nella Quiete dopo la tempesta, nel Sabato del villaggio, sono ricordati con tutt'altro che con disprezzo.

[430]. Lett. al Colletta, marzo 1829; Epistol., vol. II, p. 357.

[431]. Lett. al Giordani, 8 agosto e 30 maggio 1817; Epistol., vol. I, pp. 89, 77. Vedi una breve nota circa i pregi rispettivi dell'una e dell'altra lingua nell'Appendice all'epistolario, p. 246.

[432]. Lett. al Giordani. 20 novembre 1820; Epistol., vol. I, p. 308. Nel 1816 Carlo Giuseppe Londonio aveva, nella sua Risposta d'un Italiano ai due Discorsi di madama la baronessa De Staël-Holstein, contraddetto al consiglio che costei dava agl'Italiani di molto leggere e tradurre gli scrittori stranieri. Invano aveva giudicato il Goethe che chi conosce una lingua sola gli è come se non ne conoscesse nessuna.

[433]. Lett. 25 luglio 1826; Epistol., vol. II, p. 153.