Nelle sculture e nelle pitture che adornano le chiese del medio evo, i diavoli sono ritratti infinite volte, in tutti i modi, sotto tutti gli aspetti; ma, oltrechè scolpiti e dipinti, ci si lasciavano vedere vivi e sani, allegri e sfacciati, come in casa loro. Quanti monaci, stando a pregare in coro, non videro i diavoli ruzzar davanti l'altare, correre in questa banda e in quella, fare a rimpiattino tra le panche, rotolar per terra, spenzolarsi dai capitelli, spegnere i ceri, rovesciar le lampade, metter sozzure nei turiboli, voltar sottosopra i messali, senza un timore, senza un rispetto al mondo! Quante volte i maledetti non frastornarono gli oranti, non guastarono le sacre funzioni, frammettendo ai canti sacri stonature risibili, arruffando e confondendo nelle bocche innocenti le parole dei salmi, troncando sul più bello il fiato agli organi, mentre il demonio Tutivillo, serbato a quest'officio, andava raccogliendo di sulle bocche ogni error di lettura, ogni sfarfallone di pronunzia, e ne faceva fardello, da tirar poi fuori e sciorinare a suo tempo, nell'ora del giudizio, dinanzi all'anime intontite! La fanciulla, nel cui seno s'agitava una prima vampa d'amore; la moglie che non ogni pensiero aveva dato al marito; la suora cui terribili e pur cari fantasmi turbavano i sonni, s'accostavano tremando al confessionale, presso a cui, dietro il bruno pilastro, era acquattato il demonio, consigliero di peccaminose reticenze, e di più peccaminose menzogne. Forse, chi sa? quel monaco oscuro, immobile sotto la tonaca, perduto il volto nell'ombra del cappuccio, quel monaco silenzioso ed austero, dalle cui labbra doveva venire la santa parola dell'esortazione e del perdono, era egli stesso un diavolo camuffato. Se n'eran veduti di questi casi, e si ricordavano con raccapriccio.
Racconta il già citato Gregorio di Tours come Eparchio, vescovo degli Alverni ai tempi del re Childeberto, trovasse una notte la chiesa sua piena di diavoli, seduto il principe loro, in figura di laida meretrice, sulla cattedra episcopale. Cesario narra, giustamente sdegnato e scandalizzato, di una torma di diavoli, i quali entrarono in certa chiesa sotto forma di un branco di porci, sozzi e grugnenti. Moltissimi indemoniati furono invasi in chiesa. Non ebbe dunque torto l'antico ed ignoto artefice, che nella loggia esterna della chiesa di Nostra Donna in Parigi, pose una statua di demonio, appoggiata al parapetto, in postura di persona che stia a tutto suo agio, in luogo non vietato, ma familiare; e non ebbe torto il Lessing, quando immaginò di cominciare certo suo dramma non finito di Fausto con un conciliabolo di diavoli in una chiesa. Nel dramma del Longfellow intitolato La leggenda aurea, Lucifero, vestito da prete, entra in una chiesa, si genuflette per ischerno, si meraviglia che luogo così scuro ed angusto abbia il nome di casa di Dio, pone alcuna moneta nella cassetta delle elemosine, ben sapendo a quale uso queste si serbino, filosofeggia e deride, si siede nel confessionale e confessa il principe Enrico, assolvendolo con una maledizione, poi se ne va pei fatti suoi.
Il mondo fisico era in preda a una vera infestazione diabolica; ma così ancora era il mondo umano. In tutti i fatti della storia Satana era immischiato, sia per promuovere, sia per contrastare e confondere. Egli suscitava le eresie, egli poneva la tiara in capo agli antipapi e la superbia in cuore agli imperatori, egli sommoveva i popoli, preparava e capitanava le ribellioni e le invasioni. Le armi e le vittorie di quei saraceni che misero in periglio la cristianità, erano armi sue, vittorie sue. Della interminabile e varia tela della storia egli era il tessitore più operoso e più industre. I mali costumi e le cattive leggi, il fasto ed il lusso, gli spettacoli profani, il denaro per cui tutto si compra e si vende, erano sue invenzioni. Gli istrioni, i giullari, i bagatellieri, lavoravano per lui, sotto i suoi ordini. L'uomo che si mena in casa gl'istrioni e i saltimbanchi, dice Alcuino in una sua lettera, non sa quanto gran turba di spiriti immondi li segua. Le danze erano un trovato di Satana, ed ogni agio che altri potesse concedersi, ed ogni spasso, anche innocentissimo a primo aspetto, poteva celare, e celava quasi sempre, una diabolica insidia, e apriva l'adito alle diaboliche prepotenze. San Francesco d'Assisi, un giorno che era fieramente travagliato da un gran male di capo e di denti, chiede un guanciale di piuma per adagiarvi il capo; ed ecco subito farglisi addosso il diavolo e non dargli requie fino a tanto che il santo non abbia gettato lungi da sè il guanciale. Guiberto di Nogent narra la storia di certi cacciatori, che credendo d'inseguire un tasso, inseguono un demonio, lo prendono e lo mettono in un sacco; ma tosto assaliti da una infinita moltitudine di demonii, lo lasciano andare, e giunti a casa muojono. Finalmente Satana era bellezza, ricchezza, ingegno, scienza: egli era in ogni vizio e poteva celarsi dietro ogni virtù. Aveva ragione Salviano quando esterrefatto gridava: ubique daemon, il diavolo è per tutto.
Con giurisdizione così larga, con tanti svariati ufficii, i diavoli poco potevano stare in ozio. La vita loro era un perpetuo scorazzare i mari e le terre in busca di preda, un perpetuo affaticarsi in provocar peccati e preparare occasioni di peccato, un travagliarsi senza posa in mille opere di nocumento. Notte e giorno la bocca dell'inferno vomitava sopra la terra, sopra la misera umanità, le legioni dei diavoli arrabbiati, smaniosi di far nuovo male, e ringojava le legioni di quelli che, tentando, seducendo, insozzando, scompigliando, distruggendo, avevano fornito il cómpito. La tresca non aveva nè fine, nè tregua.
Al pensiero di una potenza malvagia così diffusa in ogni luogo, vigile sempre, sempre operosa, e per giunta invisibile, gli animi dovevano empiersi, e veramente si empievano, di terrore. La storia del medio evo è tutta intera come aduggiata dall'ombra immane che getta sopr'essa il nemico implacabile. Secondo una immaginazione degli arabi, in quella estrema e sconosciuta parte dell'Oceano Atlantico che aveva nome di Mar Tenebroso, mare seminato di portenti e di perigli, si vedeva sorgere di mezzo all'acque, all'orizzonte, la mano smisurata e nera del principe dei demonii, minaccia formidabile a' troppo temerarii navigatori. Così di mezzo al mondo medievale, sopra le città che si raccolgono intorno alle chiese cuspidate come il gregge intorno al pastore, si leva tenebrosa e terribile, quasi in segno di dominazione, la mano di Satana. E quel terrore che ingombra gli animi prende forma e colore e plasticità nelle bieche visioni, nelle fosche leggende, e in tutta un'arte tormentata e mostruosa. Chi dicesse che nel medio evo la più gran moltitudine dei credenti fu governata assai più dal terrore di Satana che non dall'amore di Dio, assai più dal raccapriccio dell'inferno che dal desiderio del paradiso, non direbbe se non il vero. Mille spedienti e mille mezzi erano stati immaginati per contrastare alla potenza del terribile avversario, e per eludere le sue arti; ma si andò anche più oltre, e si cercò modo di mitigare la ferocità sua, di placarne il furore, come si userebbe con un dio malvagio sì, ma strapotente. Satana ebbe preghiere, oblazioni e vittime. Un benedettino francese, Pietro Bersuire (m. 1362), racconta, in un suo libro di esempii morali, la seguente istoria. Fra certi monti prossimi alla città di Norcia, in Italia, è un lago, abitato da demonii, che prendono e rapiscono chiunque si avvicini ad esso, meno gli stregoni di professione. Tutt'intorno al lago fu costruita una muraglia, vigilata da custodi, affinchè non possano andarvi i negromanti e consacrare i libri loro al nemico. Ma la cosa più terribile è, che in ciascun anno, quella città deve mandare in tributo ai demonii, sulla sponda del lago, un uomo vivo, che incontanente da quelli è fatto a brani e divorato. La città sceglie ogni anno, a tal fine, alcuno scellerato, degno di così miserabile morte; chè se nol facesse, se volesse mancare del consueto tributo, sarebbe in punizione devastata e distrutta dalle procelle.
Ad aumentar quei terrori squillava di tanto in tanto, simile al clangore delle novissime trombe, in mezzo alla cristianità stupefatta, l'annunzio della prossima fine del mondo. Ora, si sapeva che per un tempo, prima della fine del mondo, la potenza di Satana, sarebbe, Dio concedente, cresciuta a dismisura. Il bene doveva trionfare da ultimo; ma il suo finale trionfo sarebbe stato preceduto da tale strabocco di perversità e di mali di ogni sorta, quale non s'era veduto innanzi sulla faccia della terra, e quale la più fervida fantasia non avrebbe potuto immaginare. Satana doveva esser vinto; ma non senza aver dato a Dio e alla sua Chiesa un'ultima e disperata battaglia.
Capitolo VII. AMORI E FIGLI DEL DIAVOLO.
Tentando, tormentando, invadendo le anime come rocche espugnate, Satana e gli spiriti suoi erano in perpetuo commercio con gli uomini e stringevano con essi legami varii e molteplici. La possessione era il legame più intimo, e comunque lo si spiegasse, riusciva pur sempre un connubio, una specie di copula, da cui poteva seguitare una fecondazione maligna, e una proliferazion di peccato. Ma la possessione era una semplice copula spirituale, e i diavoli, sempre intenti a far guadagno, con tutti i mezzi e per tutte le vie, dovevano desiderare anche l'altra, dovevano tentare di congiungersi carnalmente con gli uomini, di fondere in mostruose geniture l'umano e il diabolico, e procrear figliuoli, che fossero, sino dal concepimento, consacrati all'inferno. E procrearono figliuoli, e il mondo li conobbe, e più d'una volta sentì il peso di lor malvagia potenza.
La cosa, per altro, non è al tutto chiara. Come fanno i diavoli a generare? Che ne avessero facoltà pareva accertato da un luogo del Genesi, dove sembra si dica che gli angeli ebbero commercio con le figlie degli uomini, e generarono i giganti; e da molti si credeva che i demonii fossero per l'appunto quegli angeli peccatori, che la celeste loro natura avevano bruttata del fango della sensualità. Ciò nondimeno molti dubbii si mossero, e molte difficoltà si fecero su questo proposito da teologi di grande e di piccola levatura, e le opinioni loro non sono gran fatto concordi. Secondo i cabalisti, i demonii s'accoppiano regolarmente fra loro, e si propagano al modo stesso degli uomini. In Germania è spesso ricordata tra il popolo la nonna del diavolo, una signora non troppo cattiva, provveduta di novecento teste; e tra gl'italiani del mezzogiorno è conosciuta, e torna spesso nei discorsi, la mamma di lui. I rabbini nominano le quattro mogli di Samaele, madri d'infiniti demonii. Il greco Michele Psello, segretario dell'imperatore di Costantinopoli, monaco del Monte Olimpo in Bitinia, filosofo, matematico, medico, oratore, alchimista e teologo, vissuto sin verso la fine dell'XI secolo, afferma in certo suo trattato delle operazioni dei demonii, che questi possono benissimo generare, provveduti come sono di quanto si richiede al bisogno. Ma qui appunto le opinioni discordano. San Tommaso d'Aquino, san Bonaventura e infiniti altri teologi, dicono risolutamente che i diavoli non hanno seme proprio, e perciò non generano, nel vero senso della parola; ma, facendosi succubi, ricevono il seme dell'uomo, e poi trasformandosi in incubi, impregnano di quel seme la donna con cui si accoppiano, e così generano. La loro sarebbe dunque una peculiar maniera di paternità putativa, la quale tuttavia non esclude la trasmissione di certe qualità diaboliche alla prole generata in tal modo. Aveva torto dunque Lodovico Dolce, quando a certo Fra Girolamo di una sua commedia intitolata Il Marito faceva dire con troppo dogmatica sicumera: