C'on n'i puet trère ne lancier.

Se or pooie à lui tancier,

Et combatre, et escremir,

La char li feroie frémir!

E infine la Vergine minaccia il diavolo, che non vuol restituire la scrittura, di pestargli la pancia coi piedi.


Non meno famosa, anzi più, è la storia di quel Gerberto che fece stupire con la sua dottrina il secolo X e fu papa sotto il nome di Silvestro II. La credenza ch'egli dovesse al diavolo, non solo la scienza miracolosa di cui diede molteplici prove, ma ancora la suprema dignità ecclesiastica, e che avesse col diavolo stretto un patto in regola, s'andò formando a poco a poco, s'andò allargando, e nel XII secolo fiorì in una meravigliosa leggenda che numerosi storici ripetono a gara. Il benedettino inglese Guglielmo di Malmesbury dice nel libro II delle sue Storie dei re d'Inghilterra, che le cose ch'ei narra di Gerberto volavano allora di bocca in bocca. Gerberto nacque in Gallia, e fanciullo ancora si consacrò al monacato; ma presto fastidito del chiostro, oppure invaso da riprovevole cupidigia di gloria, fuggì di notte tempo in Ispagna, e stando coi saraceni attese a studiare astrologia e magia. In poco tempo diventa dottissimo in ogni maniera di scienza, così lecita come illecita. Ruba ad un filosofo saraceno, che l'ospitava in sua casa, un libro magico e fugge. Evoca il demonio, stringe con lui un patto, e si fa portare oltre il mare. Di ritorno in Francia, apre scuola, acquista gran nome, e ha molti discepoli, fra cui Roberto, che divenuto re di Francia lo fa vescovo di Reims. Quivi costruisce, con mirabile artificio, un orologio e un organo. Essendo in Roma penetra in un sotterraneo incantato, dove sono accumulati e gelosamente custoditi i tesori di Ottaviano imperatore, poi divien papa. Fabbrica una testa magica, la quale ad ogni sua domanda risponde, e lo assicura ch'ei non morrà insino a tanto che non celebri messa in Gerusalemme. Esulta il pontefice, e fa proponimento di non veder mai la terra bagnata del sangue di Cristo; ma in capo di certo tempo va a celebrare, senza sospetto alcuno, in quella delle basiliche di Roma che appunto è detta di Santa Croce in Gerusalemme. Ammala di subito, e consultata la testa loquace, scopre l'inganno, e conosce imminente la propria fine. Allora, convocati innanzi a sè i cardinali, confessa pubblicamente i gravissimi suoi peccati, in espiazion dei quali, vivo ancora, si fa tagliare a pezzi, e gettare, come immondizia, fuori della casa di Dio.

Altri narrano alquanto diversamente, o aggiungono a tale racconto qualcosa. Il diavolo, sotto forma di un cane nero, accompagnava sempre Gerberto, e da lui direttamente, non da una testa artefatta, ebbe questi l'insidioso responso. La morte imminente è annunziata al pontefice da un gran tumulto di diavoli, che vengono per torne l'anima. Egli ordina che i brani dello scellerato suo corpo sieno posti sopra un carro tirato da buoi, e seppellito nel luogo dove gli animali spontaneamente si fermeranno. Le ossa di lui si squassano nell'arca marmorea, e questa suda acqua in copia, quando sta per morire alcun pontefice. Taluno, come il cronografo Sigeberto, morto nel 1113, non sa nulla di penitenza, e riferisce una voce secondo la quale il pessimo vicario sarebbe stato accoppato dal diavolo.

Non fu, del resto, Silvestro II il solo pontefice di cui la leggenda abbia narrato la colpevole pratica col demonio; Giovanni XII, Benedetto IX, Gregorio VII, Alessandro VI, furono essi pure accusati d'essersi venduti a colui, dal cui malvolere e dalle cui insidie appunto avrebbero dovuto difendere il gregge alle loro cure affidato.

La leggenda di Gerberto ci porge esempio di una di quelle frodi onde il diavolo si serve per trarre in inganno chi a lui si affida, senza però mancare formalmente alle promesse, anzi serbandosi fedele alla lettera di quelle: un altro esempio, degno d'esser ricordato, ce ne offre una leggenda cresciuta addosso ad una delle vittime illustri della Santa Inquisizione, Cecco d'Ascoli, l'autor dell'Acerba, l'emulo di Dante.