Nella città d'Antiochia viveva una vedova dabbene, con una sua figliuola per nome Maria. Madre e figlia menavano vita esemplare, tutta consacrata al servizio di Dio, e la buona fanciulla aveva fatto proposito di serbare illesa la sua verginità e di darsi tutta allo sposo celeste. Un Antemio, uomo assai denaroso, e dei principali della città, s'innamora perdutamente di lei, e comincia a tentarla con doni, a insidiarla con mezzane, e a profferirsele per isposo, quando vede di non poterla avere altrimenti. Ma nulla gli giova. Respinto da lei e dalla madre, e sempre più acceso di mala passione, egli giura di venire a capo del suo disegno, checchè sia per costargli. Fa conoscenza con un negromante di grandissimo potere, chiamato Megas, cioè Grande, e narratogli il caso, ne ha promessa che la fanciulla verrebbe a trovarlo di notte tempo nella propria sua casa e nel proprio suo letto. E così segue. La fanciulla è con inganno tratta da un demonio nella camera di Antemio; ma riesce a fuggirgli di mano con la promessa di voler quanto prima tornare a lui, consenziente o non consenziente la madre. Veduti gli effetti dell'arte magica, Antemio vuol esser mago egli pure, e prega Megas che tale lo faccia. Megas, accertatosi prima ch'egli è pronto a rinnegare Cristo e il battesimo, gli dà una polizza e gli dice: “Esci dalla città, senz'aver cenato, e nell'ora che la notte è più cupa, vientene su questo ponticello, e tieni a braccio teso in alto cotesto breve; ma per cosa che tu veda, bada bene di non aver paura e di non fare il segno della croce.„ Antemio fa quanto gli è detto, e stando a mezzanotte sul ponte, vede giungere una gran cavalcata e un principe seduto in un carro. Porge la lettera; ma il principe non accoglie subito fra' suoi colui che la reca: egli vuole un'abjura scritta. La scena si ripete tre volte, e negli intervalli Antemio si consiglia col mago. La terza volta il principe, ricevuta la scrittura, grida, levando al cielo le braccia: “O Gesù Cristo, questi che già fu tuo ti rinnega per iscritto. Di ciò non io sono autore, ma egli, che con ripetute istanze ha chiesto di poter essere mio. Però in avvenire non ti curar più di lui.„ Udite queste parole, che il principe ripete tre volte, Antemio è preso da subitaneo terrore e da grande ambascia, e ridomanda la sua scrittura. Ma invano: il principe, senza più dargli ascolto, passa oltre, lasciandolo prosteso a terra, immerso in lacrime di dolore e di pentimento. Il dì seguente, Antemio, tagliatisi i capelli, vestito di sacco, va a trovare il vescovo di una città vicina, gli si getta ai piedi, gli narra ogni cosa, lo scongiura di ribattezzarlo e di salvarlo. Il vescovo gli dice di non potergli dare nuovo battesimo, lo esorta ad avere buona speranza in Dio, prega e piange con lui. Tornato a casa, Antemio libera tutti i suoi schiavi, distribuisce alle chiese ed ai poveri le sue ricchezze, dona tre libbre d'oro alla madre di Maria, e mentre Maria entra in un chiostro, egli si rende tutto a Dio, alla cui misericordia nessuno ricorre invano. Della scrittura, che il demonio aveva ricusato di restituire, dicendo che la produrrebbe dinanzi al giudice eterno nel giorno del supremo giudizio, non si fa più parola.
In entrambe le leggende che precedono, la causa che spinge gli sconsigliati a ricercare l'ajuto del demonio, e a stringere un patto che dovrebbe costar loro la salute dell'anima, è l'amore; in altri è cupidigia di ricchezze e di onori, o brama di un sapere vietato.
La leggenda di Teofilo, non troppo opportunamente chiamato da taluno il Fausto del medio evo, risale al sesto secolo, e si trova la prima volta narrata da un Eutichiano, che si spaccia per discepolo di esso Teofilo, e afferma d'aver veduto co' propri suoi occhi le cose che narra. In Adana, città di Cilicia, era un vicedomino, o vogliam dire economo di quella chiesa, uomo adorno di molte e rare virtù, chiamato Teofilo. Essendo venuto a morte il vescovo, il clero e il popolo di comune accordo, designan lui per succedergli, di che il metropolitano si mostra assai lieto; ma egli, allegando la insufficienza e indegnità propria, ricusa la nuova dignità, nè per esortazioni o preghiere si lascia smuovere dal suo proposito. È fatto un altro vescovo, il quale, contr'ogni giustizia e ragione, toglie l'ufficio dell'economato a Teofilo. Subito il diavolo comincia a usar le sue arti, e nel mite animo dell'uomo dabbene versa il fermento delle malvage passioni, suscita un'acre brama di grandezze e di onori. Teofilo va a trovare uno scelleratissimo ebreo, famoso stregone, gli narra l'ingiuria sofferta, gli apre l'animo suo, lo richiede di ajuto. A mezzanotte il mago lo conduce nel circo ch'era presso alla città, e gli dà il solito avvertimento: “Checchè tu oda o veda, non temere, e non ti fare a patto alcuno il segno della croce.„ Ecco una grandissima caterva di demonii, vestiti di clamidi bianche, con molta luminaria, e in mezzo ad essi il principe in trono. Teofilo bacia i piedi del principe, e stende un breve, in cui dichiara di rinnegar Cristo e la madre sua, e al quale appone il proprio suggello. Tosto se ne vede l'effetto. Il vescovo revoca il precedente decreto, ripone Teofilo nell'antico suo officio, e lo colma di onori. Ma non passa gran tempo, e Teofilo, considerando l'enormità del suo fallo, si sente lacerar dai rimorsi. Disperando di ogni altro soccorso, egli ricorre all'avvocata dei peccatori, alla benignissima Vergine, si macera coi digiuni, si strugge in lacrime, passa in ferventissima preghiera quaranta giorni e quaranta notti, implorando perdono e misericordia. La quarantesima notte gli appare la Vergine corucciata, e gli rimprovera aspramente il commesso peccato, non senza versargli tuttavia sul cuore esulcerato il balsamo della speranza. Teofilo passa altri tre giorni in chiesa a pregare, senza prender cibo, e la Vergine gli appare una seconda volta, e gli porge il lieto annunzio dell'ottenuto perdono. Trascorsi ancora tre giorni, la Vergine, in una terza apparizione, gli restituisce il chirografo maledetto. Il dì seguente, giorno di domenica, Teofilo fa manifesto al vescovo e a tutti i fedeli congregati in chiesa il memorabile avvenimento; poi inferma, e indi a poco, distribuito ai poveri ogni suo avere, devotissimamente si muore e va a fruire della gloria eterna del paradiso. A sant'Egidio la cosa non riuscì così agevolmente. Lasciata la magia, e fattosi domenicano, egli stentò sett'anni prima di poter riavere, con l'ajuto della Vergine, la sua scrittura.
La storia di Teofilo, tradotta di greco in latino, nel settimo secolo, da Paolo, diacono di Napoli, messa nell'undecimo, se non nel seguente, in versi leonini da Marbodo, vescovo di Rennes, godette, durante tutto il medio evo, di un favore grandissimo, e porse in molte province d'Europa argomento a drammi devoti. In uno di tali drammi, composto dal trovero francese Rutebuef, che morì verso la fine del secolo XIII, Teofilo, perduto l'officio, e venuto in povertà, si scaglia contro Dio, e si duole di non poterlo giungere e conciare a suo talento.
Ha! qui or le porroit tenir
Et bien batre à la retornée,
Mult auroit fait bone jornée;
Mès il s'est en si haut leu mis
Por eschiver ses anemis