La più parte diventavano stregoni e streghe con solo mettersi nel gregge di lui, e con fruire dì quei beneficii e di quel tanto potere di cui egli voleva farli partecipi; ma, come ho detto, oltre a questa più bassa magia, prodotta da una specie di delegazione di potestà, c'era una magia più alta, frutto dello studio e del volere, una magia fondata sulla cognizione di forze a cui gli stessi demonii obbedivano, ma che nulla avevano di divino.

Di questa erano tenuti gran maestri i saraceni e gli ebrei, e v'erano scuole famose, in cui dicono s'insegnasse, come Salamanca e Toledo in Ispagna, Cracovia in Polonia. La più celebre nel medio evo fu quella di Toledo, dove la leggenda fece studiare Virgilio, trasformato di poeta in mago, Gerberto, il beato Egidio di Valladares prima della sua conversione (m. 1265) ed altri assai.

La prima delle magiche operazioni, quella che avviava a tutte l'altre, era l'evocazione, con cui si forzava Satana, o alcuno de' diavoli suoi, a comparire; operazione non difficile quando se ne conosceva il modo, ma pericolosa a chi vi procedesse sbadatamente, senza le opportune cautele. Si faceva più comunemente di notte, anzi nel punto di mezzanotte; ma poteva farsi anche di pien mezzogiorno, essendo quella l'ora in cui ha più vigore il diavolo meridiano. Facevasi nei bivii, nei trivii, nei quadrivii, nel fondo di selve cupe, sopra lande deserte, tra rovine antiche. L'evocatore si chiudeva in un cerchio, o, per più sicurezza, in tre cerchi, tracciati in terra con la punta di una spada, e doveva badar bene di non lasciar cogliere fuor di quel limite la più piccola parte di sè, e di non concedere a patto alcuno cosa che il diavolo potesse chiedergli. Ne andava la vita. Il solito Cesario racconta di un prete, che adescato a uscire del cerchio, fu tutto fracassato dal demonio, per modo che in capo di tre giorni morì; e racconta di uno scolare di Toledo, che avendo sporto fuor del cerchio un dito, verso un demonio che in figura di leggiadra danzatrice gli offeriva un anello d'oro, fu subito rapito e trascinato in inferno, d'onde non uscì se non per le insistenti preghiere del negromante che l'avea menato a quella festa.

Le formole di evocazione erano molte e strane, alcune lunghissime, quali più, quali meno efficaci, nè tutte si addicevano a tutti i diavoli. La più piccola omissione poteva bastare a renderle inefficaci affatto, se il demonio era svogliato o indispettito. Qui cade in acconcio una osservazione. Abbiam veduto per esempii assai numerosi che il diavolo si presenta volentieri, senza farsi troppo pregare, anche a chi lo chiama così alla buona e nel linguaggio consueto, e che spesso si presenta senza che altri pensi a chiamarlo. Gregorio Magno racconta il caso di un prete, che avendo detto al proprio servo: “Vieni, diavolo, e trammi gli stivali,„ si vide comparire innanzi il diavolo in persona, a cui non pensava in quell'ora. Altre volte il diavolo si mostra pigro e restio, e allora bisogna rinforzare e replicar gli scongiuri, ai quali da ultimo è pur necessario ch'ei ceda, sempre che non vi sia difetto. L'ultimo dei Carraresi lo chiamò invano quando, nel 1405, essendo Padova afflitta dalla peste, e stretta d'assedio dai Veneziani, egli non aveva più uomini da far difesa.

Evocato, il diavolo poteva apparire con accompagnamento di varii prodigi, e sotto varie forme, salvo che il mago gl'imponesse di prenderne una determinata. Un cavaliere tedesco, di cui racconta la storia Cesario, stando entro il cerchio insieme con un negromante amico suo, vide da prima tutto intorno un'acqua fluttuante, poi udì mugghio di bufera e grugnito di porci, e, dopo altri portenti, vide apparire, più alta degli alberi della foresta, la figura del demonio, di così spaventoso aspetto, ch'egli ne rimase smorto tutto il rimanente di sua vita.

Nelle formole d'evocazione erano molte parole strane di suono ed inintelligibili, e quanto più erano strane ed inintelligibili, tanto maggior virtù si attribuiva loro. Nel qual fatto si rivela una tendenza assai nota della natura umana, e della quale si potrebbe discorrere a lungo. La parola Abracadabra si scriveva già dai greci sugli amuleti, e conservò nel medio evo l'antica riputazione. Lo stesso dicasi della parola Abraxas. Per l'uomo incolto la parola è inscindibile dalla cosa, s'immedesima con la cosa. Nella coscienza, essa suscita repentinamente l'immagine di questa, onde la credenza di un misterioso legame fra le due, e di una potenza quasi creativa di quella. Il suono è Brama, dicesi in un libro sacro dell'India: Dio disse: Sia la luce e la luce fu; e in principio era il Verbo. Secondo una superstizione sparsa su tutta la faccia della terra, certe cose non si debbono nominare, perchè i nomi si traggono dietro le cose. Coloro che si convertivano al cristianesimo mutavano il nome, per gettar via con esso tutto il loro passato, e così lo mutava chi, rinunziando al mondo, entrava in un chiostro. Virtù magica si attribuiva, oltrechè alle parole, anche ai numeri, ai caratteri, alle figure, e la più parte di tali credenze ha origine antichissima.

Di parole, di cifre, di figure era composto il libro magico, altrimenti detto libro del comando, il quale dava a chi n'era possessore facoltà di scongiurare i diavoli, di comandar loro e di operare per mezzo loro ogni maniera di meraviglie. Non v'è mago di qualche reputazione che non abbia avuto il suo. Gerberto rubò, come abbiam veduto, quello del proprio maestro, e Fausto n'ebbe uno di grandissima virtù. Secondo una leggenda che ho già ricordata, presso Norcia era l'antro della Sibilla, e un lago popolato di diavoli, al quale accorrevano a frotte gl'incantatori per consacrare i lor libri magici. Col suo, Malagigi fa miracoli per entro ai poemi cavallereschi. Ordinaria compagna del libro era la famosa bacchetta.

Ma oltre alla bacchetta e al libro c'erano pure altre cose con le quali si potevano vincolare e signoreggiare i demonii: tali certe gemme e certe erbe che si trovano descritte nei lapidarli e negli erbarii del medio evo. Più di un mago riuscì ad avere un demonio chiuso in un'ampolla, o dentro un anello, in guisa da potergli comandare come a uno schiavo; e ciò ad imitazione di Salomone, che molti demonii, secondo si legge in racconti ebraici ed arabici, ridusse in ischiavitù. Del famoso medico ed astrologo Pietro d'Abano, morto l'anno 1316 nelle carceri dell'Inquisizione, si dice avesse chiusi in una fiala sette diavoli, per tacer di una borsa a cui tornavano fedelmente i denari spesi; e il famosissimo Paracelso (m. 1541) aveva non so se uno o più diavoli chiusi nel pomo della spada. Con l'ajuto dell'arte magica poi e dell'astrologia, si potevano costruire ingegni ed ordigni che, in parte almeno, rendevano superflua la cooperazione dei demonii, come quelle teste artifiziate che rispondevano alle domande, e di cui una costrusse, come s'è già veduto, Gerberto, un'altra Alberto Magno, una terza Ruggero Bacone, altre altri.


I maghi e le streghe non erano tutti di una valentia e d'una forza: come in ogni altra condizione umana, anche nella loro c'era disparità di potenza e di grado. Ciò nondimeno non era così misera fattucchiera, nè così fallito stregone, che non potesse con l'ajuto dell'arte sua far cose mirabili, e tali da vincere ogni umano potere ed ogni umano avvedimento. Chi volesse fare un elenco delle svariatissime operazioni dell'arte magica dovrebbe comporre un volume, e non riuscirebbe a dir tutto, giacchè per essa si poteva far presso a poco quanto cade nella fantasia, quanto può essere oggetto di desiderio. Il mago, con acconci filtri, o giovandosi dell'opera di accorti demonii, poteva forzare all'amore, poteva mutare l'amore in odio, poteva strappar l'amata all'amante, o far che quella volasse di notte tempo, per l'aria, fra le braccia di questo. Egli si vendicava de' suoi nemici, o dei nemici di chi ricorreva a lui per ajuto, facendo divampare l'incendio nelle loro case, rovesciando la tempesta sui loro campi, sommergendo in mare le navi; o pure li faceva morire, infiggendo in una figura di cera, fatta a loro immagine, un ago, o uno stiletto, o pure, senz'altro apparecchio, con una semplice imprecazione, con un'occhiata velenosa. Per lui non erano distanze, non vie malagevoli e perigliose. In groppa ai demonii egli volava da una ad un'altra estremità della terra, spendendo poche ore là dove altri consumavano mesi ed anni, e allo stesso modo faceva viaggiare coloro cui egli favoriva dell'opera sua. Fabbricava amuleti e talismani acconci ad ogni uso, armi fatate che sfidavano il ferro ed il fuoco, e, in una notte, palazzi sontuosi, castelli inespugnabili, intere città murate. Con una parola oscurava l'aria, faceva imperversare un'orrenda procella, apriva sopra la terra le cateratte del cielo; con una parola faceva riapparire il sereno, e risplendere il sole più sfolgorante di prima. Alzando il dito sgominava un esercito, o ne faceva saltar su un altro, tutto di demonii sbucati dall'inferno. Ov'egli s'intrometteva la natura perdeva la sua usanza e il suo essere. Egli trasmutava le cose l'una nell'altra; faceva oro del fango e fango dell'oro; e similmente trasformava d'una in un'altra le creature viventi e sensitive, i maschi in femmine, le femmine in maschi, gli uomini in bruti. Egli aveva cognizione delle cose più nascoste; vedeva in un bacino d'acqua ciò che gli premeva vedere, prediceva senza errore il futuro, e, miracolo più di tutti gli altri gradito, racquistava egli stesso, e faceva racquistare altrui la giovinezza perduta.