I maghi maggiori molto si compiacevano di fare stupire le più illustri assemblee con lo spettacolo dei prodigi che sapevano operare. Nel cuor dell'inverno, Alberto Magno pregò l'imperatore Guglielmo di volere andare un giorno, con tutta la corte, a desinare in sua casa. V'andò l'imperatore, e il buon mago lo menò, insieme col seguito, in un giardino, dove tra gli alberi sfrondati, in mezzo alla neve ed al ghiaccio che coprivano ogni cosa, si vedeva apparecchiato il convito. I cortigiani cominciarono a mormorare, parendo loro uno strano scherzo quello dell'ospite; ma come il re fu seduto a mensa, e gli altri similmente, ciascuno secondo il suo grado, ecco splendere in cielo un sole estivo, ecco disfarsi in un baleno la neve ed il ghiaccio, la terra e gli alberi germinare e coprirsi di verzura e di fiori, brillar tra le fronde i frutti maturi, e l'aria d'intorno sonare del soavissimo canto d'infiniti uccelli. In breve la caldura crebbe di sorta, che i convitati cominciarono a tôrsi le vesti di dosso, e, seminudi, ripararono all'ombra delle piante. Fornito il mangiare, i numerosi e leggiadri valletti che avevan servito, sparvero come nebbia, e di subito il cielo si rabbujò, e le piante si dispogliarono, e un orrido gelo coperse novamente ogni cosa, con sì acerba freddura, che gli ospiti tremando corsero in casa, e si accalcarono intorno al fuoco.
Molte altre simili storie si raccontano. Michele Scotto che, a testimonianza di Dante,
veramente
Delle magiche frode seppe il gioco,
e che perciò fu da lui posto con gli altri incantatori in inferno, trovandosi un giorno alla corte di Federico II, illuse sì fattamente con le sue arti un cavaliere per nome Ulfo, che questi credette d'aver lasciato Palermo e la Sicilia, e, dopo lunga navigazione, passato lo stretto di Gibilterra, d'esser giunto in istranie e remote contrade, e quivi aver vinto ripetutamente in battaglia poderosi nemici, conquistato un vasto s florido reame, condotto moglie, e avutone più figliuoli, consumando in tali fatti un tempo che parve a lui di vent'anni e in realtà non fu se non di poche ore.
Verso il 1400 frequentò la corte del re di Boemia e imperatore Venceslao, soprannominato il Beone e il Fannullone, un mago di nome Zito, o Zitek, il quale faceva le più strane gherminelle del mondo: entrava in un guscio di noce e si faceva tirare a carretta da due scarafaggi addestrati; mostrava un gallo che attaccato a una pesantissima trave, se la traeva dietro trionfalmente, come fosse stata un fuscello; mutava in porci i manipoli di fieno e per porci li vendeva. Alcune di tali gherminelle si raccontarono poi di Fausto. Nel secolo XVI un rabbino di Praga per nome Löw giunse a tal segno di potenza che nemmeno la morte poteva nulla contro di lui. Questa da ultimo si celò in una rosa, e il rabbino morì fiutandola.
La credenza alla magia fu universale nel medio evo, e continuò ad essere universale dopo, turante il Rinascimento. Le leggi ecclesiastiche e civili che condannavano e punivano i cultori dell'arte diabolica, non facevano se non ravvivare e rafforzare quella credenza, a cui s'accompagnavano naturalmente il sospetto e il terrore. Come si vedevano diavoli in ogni banda, così vedevansi streghe e stregoni, e non vi fu uomo insigne su cui non pesasse l'accusa di magia, a cominciare dai grandi dell'antichità morti da secoli, da Aristotele, da Ippocrate, da Virgilio, e a venir giù sino ai contemporanei di Leone X e oltre. Di magia fu sospettato il Petrarca, e in pieno secolo XVII si fece un processo ad Alessandro Tassoni, per essergli stato trovato in casa, entro una boccia di vetro, uno di quei diavoli che servono a trastullare i fanciulli, e che si chiamano diavoli di Cartesio. Parecchi papi, come Leone III, il già ricordato Gerberto, Benedetto IX, Gregorio VI, Gregorio VII, Clemente V, Giovanni XX, soggiacquero alle medesime accuse. Sul finire del secolo XI, il cardinale Benno pretendeva nella sua Vita d'Ildebrando (Gregorio VII) che c'era in Roma una scuola di magia da cui quello ed altri papi erano usciti; e del secolo XII, e del XIV, ci sono lettere autentiche di Satana, scritte ai principi della Chiesa, amici e cooperatori suoi. Un dotto francese, Gabriele Naudè, potè stampare nel 1625 un grosso libro in cui si fa l'apologia dei grandi uomini d'ogni condizione cui toccò la stessa sorte.
Ma gl'incantatori illustri non eran più che falange a fronte dello sterminato esercito degli incantatori minuti, degli stregoni e delle streghe, e di queste in più particolar modo, giacchè tutti gli scrittori di sì fatte cose s'accordano in dire che per un maschio dedito all'arti magiche, si avevano a dir poco dieci femmine. Qualcuno degli illustri riuscì da ultimo a frodar Satana e a sgusciarli di mano, e seppe anche adoperare a buon fine l'arte malvagia, forzando Satana a far più bene che non avrebbe voluto. Tale Ruggero Bacone, il quale liberò un cavaliere che a Satana aveva venduta l'anima, e sulla fine della sua vita, bruciati tutti i libri di magia, si chiuse in una cella, d'onde non uscì più, e dove morì santamente dopo due anni consacrati alla preghiera e alla penitenza. Ma queste erano eccezioni, e degli stregoni spiccioli, non si salvò forse nessuno, e tutti meritarono la mala lor fine, la quale assai volte fu di bruciar vivi in questo mondo prima di andar a bruciar morti eternamente nell'altro.