Nell'Apocalissi detta di san Giovanni si legge che lo strazio dei dannati durerà nei secoli, e non avrà lenimento nè di giorno, nè di notte, e gli scrittori ecclesiastici sono unanimi in affermare che Dio abbandona affatto i dannati e si scorda di loro. San Bernardo dice esplicitamente, in uno de' suoi sermoni, che in inferno non è luogo a indulgenza, come non è possibilità di penitenza. È questa la opinione fermata dalla rigida teologia dogmatica; ma ad essa un'altra opinione contrasta, suggerita da una teologia più tollerante e più umana, da una teologia che ignora le sottigliezze della dialettica, e vien dal cuore per andare al cuore; e secondo quest'altra opinione la infinita misericordia di Dio non si ferma dinanzi alle porte dell'inferno, ma, come un raggio di luce benefica, penetra nell'abisso, e consola di alcun blandimento e di alcuna requie le torture inenarrabili dei dannati.

Il poeta cristiano Aurelio Prudenzio (c. 348-408?) parla, in un suo inno, di riposo conceduto alle anime dannate, la notte della risurrezione di Cristo. In un'apocrifa apocalissi di san Paolo, composta verso la fine del quarto secolo da un qualche monaco greco, si racconta una discesa dell'apostolo delle genti nel regno dell'eterna perdizione. Guidato dall'arcangelo Michele, l'apostolo ha già tutto percorso il doloroso regno, ha veduto i varii ordini di peccatori e gli aspri castighi a cui li assoggetta la divina giustizia, ha versato a quella vista lacrime di pietà e di dolore. Egli sta per togliersi all'orror delle tenebre, quando i dannati gridano ad una voce: “O Michele, o Paolo, movetevi a compassione di noi; pregate per noi il Redentore!„ L'arcangelo dice loro: “Piangete tutti, ed io piangerò con voi, e con me piangeranno Paolo e i cori degli angeli: chi sa che Dio non v'usi misericordia.„ E i dannati gridano: “Miserere di noi, figliuolo di David!„ ed ecco scende dal cielo Cristo incoronato, e rinfaccia ai reprobi la malvagità loro, e ricorda il sangue inutilmente per essi versato. Ma Michele, e Paolo, e migliaja di migliaja di angeli, s'inginocchiano dinanzi al figliuolo di Dio, e chiedono misericordia; e Gesù, mosso a pietà, concede alle anime tutte che sono in inferno tanta grazia che abbiano requie, e sieno senza tormento alcuno, dall'ora nona del sabato all'ora prima del lunedì.

Questa, che è forse la più bella tra quante leggende divote nacquero dalla fantasia cristiana, ebbe più tardi, volta di greco in latino, e di latino in varii volgari d'Europa, grande divulgazione e celebrità, e gli è più che probabile che Dante l'abbia conosciuta e n'abbia fatto ricordo nel suo poema divino; ma il pensiero che la informa non le è così proprio che anche in più altre leggende del medio evo non si ritrovi. San Pier Damiano racconta sulla fede dell'arcivescovo Umberto: Presso a Pozzuoli sorge, fra acque fetide e negre, un promontorio sassoso e ronchioso. Da quell'acque pestifere sogliono levarsi, a tempi determinati, uccelli spaventosi, i quali si lasciano vedere dal vespro del sabato sino al mattino del lunedì. Durante questo tempo volano come emancipati, di qua e di là intorno al monte, spandono l'ale, si ravviano col becco le piume, e pajono godere di alcun refrigerio e di alcun riposo loro conceduto. Nessuno mai li vide cibarsi, nè v'è cacciatore che possa, per qualunque ingegno v'adoperi, insignorirsene. Come appar l'alba del lunedì, ecco sopraggiunge un corvo, di grandezza simile a un avvoltoio, e comincia con un gracchiar grave a sollecitar quegli uccelli, e a cacciarseli innanzi. Essi, gli uni dopo gli altri, s'immergono tutti nello stagno, e più non si lasciano vedere sino al sabato seguente; onde da alcuni si crede sieno anime di dannati, alle quali, ad onore della risurrezione di Cristo, è largita la grazia dì poter riposare la domenica e le due notti ancora che fra sè la comprendono.

Ma con o senza temporanea mitigazione e temporaneo riposo, le pene infernali duravano per l'eternità. La dottrina propugnata nel terzo secolo da Origene, uno dei più grandi spiriti per certo ch'abbia prodotto l'antichità cristiana, la dottrina cioè della salvazione finale di tutte le creature, e del ritorno a Dio di tutto quanto venne da Dio, pure insegnata, nel secolo successivo, da Gregorio di Nazianzo e Gregorio di Nissa, era caduta sotto la riprovazione dei più gelosi custodi della verità dogmatica, sotto l'anatema dei concilii, e aveva in tutto ceduto il luogo alla dottrina della dannazione eterna ed irrevocabile. La spaventosa minaccia era perciò perpetuamente presente agli spiriti, e di ogni mezzo si usava perchè fosse rincalzata a dovere e impressa con più forza, più addentro. Le arti a gara ajutavan la fede; e Giotto nell'Arena di Padova, l'Orcagna sopra una parete di Santa Maria Novella in Firenze, un pittore non accertato nel Campo Santo di Pisa, in luogo consacrato all'eterno riposo, altri altrove, ritraevano con pennelli di fiamma i terrori e gli orrori dell'abisso infernale. Nei Misteri drammatici si vedeva comparir sulla scena la bocca voraginosa del simbolico drago, trangugiatore di anime. Dante descriveva alle universe genti il regno delle tenebre, sulla cui orribile porta scolpiva:

Lasciate ogni speranza, o voi ch'entrate.

Dal pulpito il frate, levando con l'una mano il crocifisso a testimonio delle sue parole, noverava, una per una, le torture dei maledetti caduti in signoria di Satana, e quand'egli aveva finito, l'organo cominciava a muggire, e sotto le volte profonde, nel crepuscolo delle marmoree navate, risonava un terribil canto, e narrava gli orrori della spaventosa voragine,

Ubi tenebræ condensæ,

Voces diræ et immensæ,

Et scintillæ sunt succensæ

Flantes in fabrilibus.